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Burt Lancaster Il Gattopardo

Il Principe di Salina (Burt Lancaster, Il Gattopardo, 1963)

È pessimistica la visione di Visconti? È, in altre parole, la sua interpretazione della frase « tutto deve cambiare perché nulla cambi » di natura fatalistica, e pertanto unicamente strumentale, e accettata unicamente per far da piedistallo a una serie di casi individuali, a una serie di malattie psicologiche, a una galleria di caratteri sottratti al necessario giudizio storico, politico e morale? Questa volta più delle altre (mi riferisco ai dibattiti sulla Terra trema, su Senso, e su Rocco) il valore pedagogico del pessimismo di Visconti, mi sembra mostrare tutto il suo risvolto attivo, ideologicamente armato di forza critica, di verità e di speranza. Dico più delle altre volte, perché nel Gattopardo di Visconti ogni residuo di contrapposizione schematica del bene al male mi sembra eliminato, essendosi concentrata all’interno degli stessi personaggi più immobili e negativi la ricerca di una positiva dialettica umana. Valga per tutte la costruzione della grande figura del principe di Salina. In essa la rottura tra vecchio e nuovo è messa in luce da Visconti in tutti i suoi più drammatici movimenti. Il severo ma non convinto tentativo del principe di trasformare quella rottura in una cerniera trasmette a tutta la materia un’incrinatura profonda, il cui progredire dirompente senti che non potrà essere arrestato, anche se le orchestre suonano, a ritmo di valzer, la marcia trionfale per gli ufficiali piemontesi che hanno sparato ad Aspromonte; anche se don Calogero si rallegra che l’esercito fa finalmente sul serio e che la Sicilia può dormire sonni tranquilli; anche se, anzi, proprio perché, sul finire del grande ballo che pretende aver sancito, sotto la sontuosa bellezza del passato, la fine di ogni speranza, si odono i colpi di fucile che mettono a morte i soldati dell’esercito regio, rei di non avere compreso che se ieri Garibaldi era un liberatore, oggi egli è diventato il nemico numero uno. Questa della fucilazione di disertori è una delle pochissime cose che Visconti ha aggiunto di suo pugno alla vicenda del Gattopardo. È una forzatura della tesi di Lampedusa? Direi che ne è una delle possibili interpretazioni: l’interpretazione democratica che è propria di Visconti e che salda il discorso del suo nuovo film a quello portato avanti in tutta la sua opera. Qui egli si è avvalso di un linguaggio quant’altri mai libero e moderno. I tempi del film obbediscono alla logica interiore e ideale del racconto con apertura e parentesi che per usare due riferimenti letterari saldano l’esperienza di Verga a quella di Proust.

(tratto da Antonello Trombadori, Vie Nuove, 28 marzo 1963)

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