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Luchino Visconti, Parigi 1961

Paris, 25 février 1961. Pour la première fois Alain Delon, le jeune premier du cinéma français monte sur scène. C’est un défi qu’il lance au monde du spectacle alors qu’il s’approche du point culminant de sa carrière (il touche maintenant 25 millions par film; pris jusqu’en 1962, il va tourner De l’amour avec Antonioni, le Guépard, avec Visconti, et Marco Polo avec Christian Jaque). Pour son entrée au théâtre, Alain Delon a mis de son côte le maximum d’atouts: 1° une pièce au titre brutal: Dommage qu’elle soit une p…, montée autrefois par Dullin; 2° un metteur en scène prestigieux qui lui a donné son plus beau rôle au cinéma dans Rocco et ses frères; 3° une partenaire qui fut Sissi l’impératrice. Mais suivant l’exemple qui vient d’Amérique, comme BB et Christian Marquand pour leurs films, Alain a misé toute sa fortune (15 millions) sur Delon acteur de théâtre.

Parigi, 20 marzo 1961. « Monsieur Visconti au téléphone! ». È la quarta volta che il portiere dell’Hôtel Berkeley, Avenue Matignon, ci interrompe per annunciare una telefonata. « Ha sentito? Vado avanti così da stamattina, un arrivo dopo l’altro. Qui est à l’appareil? Monsieur Lombardo? Ecco, vede, adesso è arrivato anche Goffredo Lombardo. E anche a lui dovrò dire come agli altri: tante grazie, caro, ma sei venuto per niente. Stasera non si recita. In Italia mi fermano quelli della censura, a Parigi le gambe rotte e le appendiciti ». Luchino Visconti si avvia al telefono della portineria zoppicando un po’ e appoggiandosi ad un bastone con il pomo d’argento. Lo sentiamo mentre ripete al produttore di Il Gattopardo il racconto già fatto infinite volte: « La “generale” è sospesa, Romy Schneider è stata operata d’urgenza; appendicite acuta con pericolo di peritonite. Ancora un paio d’ore e la cosa diventava seria. Spero che stia meglio. Torno ora dalla clinica, Ambroise Paré, mi pare, a Neuilly. Ma in queste cliniche francesi sono terribili, non ti fanno entrare, non dicono niente. C’è sua madre con lei. E Alain, naturalmente ». Una pausa, Visconti dà uno sguardo al cielo. « E poi, chi lo sa? Dieci giorni, venti. Diciamo alla fine di marzo. Sì, la mia gamba va meglio, ma tutto è un mezzo disastro lo stesso. Bisognerà riprendere lo spettacolo, rimontare l’intera baracca. Erano arrivati a un punto che facevano faville ».

Oggi, mercoledì 8 marzo, doveva essere la grande serata della stagione teatrale parigina. Dopo due mesi di prove, al Théâtre de Paris di Rue Blanche doveva andare in scena la “generale” di Peccato che fosse una sgualdrina di John Ford, con Alain Delon e Romy Schneider, regia di Luchino Visconti. Da Roma e Milano s’era mosso il “clan” del regista al completo; e il “tout Paris” aveva annunciato una partecipazione favolosa.

« C’era perfino John Wayne. — annuncia Visconti, tornando a sedere accanto a noi, tanto per dire qualcosa — Ieri a teatro qualcuno m’ha detto: scommetto che Wayne ha scambiato l’elisabettiano John Ford per il regista dei western e arriverà a cavallo ». Sorride, ma si vede che pensa ad altro. « Ê tremendo quando una tensione di settimane si scarica così, per uno stupido incidente. Tutto filava perfettamente, non ho mai messo a punto uno spettacolo in questo modo… ». Non mancavano che gli applausi. « Abbiamo avuto anche quelli. Qui c’è l’abitudine di fare due o tre assaggi con il pubblico prima della “generale”. Domenica hanno storto un po’ il naso verso il finale, si aspettavano Dumas padre, non so. Ma l’impressione è stata comunque positiva. E lunedì abbiamo avuto gli studenti. Una serata incredibile. Ne ho visti di pubblici entusiasti, ma quello non me lo dimenticherò. Battevano le mani ritmicamente e gridavano “Vi-scon-ti, Vi-scon-ti” ».

Il “clan” dice che il regista, in questo momento, aveva bisogno di un grande successo. Fin dai tempi di Ossessione e delle famose battaglie teatrali del dopoguerra, Visconti ha avuto la vita difficile. Ê abituato alle grane, ma da un po’ di tempo ne ha avute troppe. « Luchino — ci ha confidato un amico — è un incassatore formidabile. Orgoglioso, non fa capire nulla di ciò che succede dentro di lui. Però noi sappiamo che certi attacchi lo avviliscono profondamente, gli tolgono la voglia di lavorare ».

« Speriamo solo che la piccola si rimetta, che tutto si risolva con l’intervento. Un’appendicite non dovrebbe essere una cosa grave, no? Anche se l’hanno operata con la febbre a quaranta. Ieri sera stava già male durante la recita (avevamo i professori: dapprima seri, compassati, poi entusiasti quasi come gli studenti). Romy non mi ha detto niente. Solo alla fine l’ho vista seduta su una panchetta fra le quinte, che si comprimeva l’addome. “Ça ne marche pas” m’ha detto. Io pensavo a un doloretto da niente, a un po’ di stanchezza. Altro che doloretto, poverina! ». Questo che ci parla, è un Visconti inedito, affettuoso, familiare. Un personaggio che farebbe sbalordire i nemici del regista, gli stessi che gli attribuiscono l’aridità crudele di un principe del rinascimento. Ma con i suoi “poulains”, con la gente del “clan” trova spesso accenti paterni, è capace di generosità incredibili, di pensieri delicati.

Adesso è evidente che non riesce a distrarre il pensiero dalla giovane pallida ricoverata nella clinica di Neuilly. Romy Schneider ha rischiato molto per seguire Visconti e il fidanzato Alain Delon: nei paesi di lingua tedesca, è una delle dive che incassano di più, i film di Sissi le hanno reso una fortuna. La coraggiosa ragazza non ha esitato a rischiare quattrini e reputazione per tentare una parte drammatica in una lingua che non è la sua e nella città dai gusti teatrali più difficili. « È piaciuta molto Romy, sa? — ci assicura Visconti — Ma io lo sapevo, ho voluto fare questo testo proprio per lei e per Alain. Se non lo faccio adesso, che ho sottomano questi due attori così giovani e così puri, non lo farò più. Romy ha trovato degli accenti superbi, da vera attrice drammatica. Speriamo che si rimetta, sono certo che avrà successo ».

Peccato che fosse una sgualdrina è la cupa vicenda di un amore incestuoso fra fratello e sorella, ambientata in una Parma fantasiosa e rinascimentale. « Il secolo degli elisabettiani — ha scritto Ippolito Taine — si può paragonare a una caverna di leoni. È l’epoca in cui tutte le facoltà e gli istinti si levano insieme, come nell’adolescenza ». Questo teatro violento, diretto e privo di misura deve essere molto congeniale all’estro di Luchino Visconti. « Infatti — ci conferma il regista — ho sempre avuto una gran voglia di mettere in scena il dramma di Ford. In Italia, naturalmente, era impossibile. Lo fece Giorgio Albertazzi a Firenze, tanti anni fa: ma credo che lo proibirono subito. Anche ora, sa, non ce lo lasciano fare. Menotti lo voleva per il festival di Spoleto, la censura ha risposto picche ». Insomma, siamo di fronte a una Arialda del XVII secolo? Visconti sorride, ma proprio non ha voglia di impegnarsi in una discussione. Vorremmo chiedergli se questa per lui è soltanto una battuta o se corrisponde a una certa sua costante di interessi. Giovanni Testori si rifà dichiaratamente agli elisabettiani, sia dal punto di vista tecnico che da quello dei contenuti. In Peccato che sia una sgualdrina, come ne l’Arialda, il tema è quello di un amore colpevole che sfugge la misura della morale comune e si propone come una sublimazione del rapporto fra due esseri. Solo che in Testori, cattolico, l’amore proibito è soltanto platonico: nell’elisabettiano John Ford, invece, è terribilmente terrestre, carnale. Forse il grande tema di Visconti è quello dell’individuo contro i costumi della società che lo condizionano. È questa la giuntura fra l’individualismo del regista e le sue aspirazioni sociali, fra Senso e Rocco e i suoi fratelli?
(…)

(tratto da Bernard Giquel, Philippe Le Tellier, J. C. Sauer, Elles & Eux – Les écoliers de Visconti risquent tout pour une soirée, Paris Match; Tullio Kezich, Visconti a Parigi, Settimo Giorno)

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