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Teatro Quirino, Roma

Teatro Quirino, Roma

Roma, marzo 1945. Al Quirino tre diverse compagnie stavano provando tre commedie nuove. Provavano in palcoscenico e nei ridotti, il visitatore aveva l’impressione che perfino i palchi ospitassero una piccola compagnia ciascuno, indaffarata a preparare qualche ghiottoneria teatrale. Gruppi d’attori sostavano nei corridoi, scambiandosi sigarette e confidenze. Nella sala, davanti al sipario chiuso, si sentiva la voce facinorosa di Paola Borboni, che “attizzava” i suoi comici, sopraffacendo tutti per un raggio di trenta metri. Perfino gli operai, che stavano scegliendo mobili e attrezzi nel sottopalco, sembravano intimiditi dalla gagliardia dell’attrice, e avevano gesti guardinghi e impacciati. « Ma santo Dio, si muova, reciti, reciti! », scrosciava Paola Borboni, galoppando sull’assito sonoro, ed io me ne andai, perché in fondo amo la vita tranquilla.

Nel ridotto del secondo piano, l’atmosfera era più cheta. In fondo al lungo corridoio, Luchino Visconti stava iniziando le prove di Quinta colonna; era più una lettura che una prova, il suggeritore leggeva sottovoce, sottovoce gli attori ripetevano le loro battute, più per imprimersele nella memoria che per dar loro espressione. Tutti stavano seduti su divani accoglienti, e si chiamavano l’un l’altro “colonnello”, o “bolscevico”, il che faceva uno strano effetto, da parte di gente giudiziosamente vestita in borghese.

Non v’erano donne, quindi il luogo aveva un aspetto sereno e operoso. Mi sprofondai in una poltrona, e rimasi ad ascoltare quelle battute da trincea, così contrastanti con la tranquillità del ridotto. « Mettetemi in relazione col commando ». « La linea telefonica è interrotta ». « In alto le mani ».

In quel momento entrò una donna, e mancò poco che, per lo stupore, non inghiottissi la pipa; perché la sopravvenuta era Olga Villi, e non riuscivo a capire cosa facesse un’attrice di varietà da quelle parti.

— Buongiorno, — dissi con far mondano. — Da gran tempo io sono l’amante di Olga Villi, ma lei non lo sa, quindi non parve affatto emozionata nel vedermi.

— Come mai qui? — le domandai.

— Devo parlare a Visconti; lavoro nella commedia.

Hemingway interpretato da Olga Villi; questa volta la pipa s’infilò decisamente nella trachea, e fu un caso che la ripescai in tempo. Ma poi ragionai; in fondo non conosco Quinta colonna, può darsi che vi sia una parte femminile adattissima a Olga Villi, e in tal caso Visconti dà prova di buon senso e di coraggio affidandogliela. L’unico pericolo è che questa flessibile delizia di Olga si creda attrice di prosa e voglia recitare anche lei La signora dalle camelie, ma è un rischio che val la pena correre.

Vi fu una pausa nella prova, e ne approfittai per aggredire Visconti. Non so se avete mai provato a fermare una persona dabbene domandandole: « Quali sono le sue idee in fatto di teatro? ». Se non avete mai provato a farlo, risparmiatevi la triste esperienza. La persona interpellata generalmente si schiarisce la voce, inarca il sopracciglio, e tenta un sorriso che riesce fatalmente male. « Già, — balbetta poi: — eh, il teatro… ». Intanto i suoi occhi vagano nel vuoto, alla ricerca della più prossima arma da fuoco o da taglio.

Così avvenne anche quella volta; tuttavia Visconti possiede notevoli possibilità di ricupero, e superò senza vacillare l’imbarazzo del momento.

— Le idee sono cose vaghe, — disse — posso dirle che questa mia recente esperienza teatrale mi ha fatto assai rimpiangere il cinema.

Ma guardate che scalogna: abbiamo fatto di tutto per convincere i vari giovincelli di prima e di dopo la cura ad abbandonare la regia teatrale, e non se ne vanno neanche scannati. Qui c’è un regista che ha avuto i più vivi elogi mai riscossi da un regista teatrale, e rimpiange il cinematografo.

— Non metterà più in scena commedie?

— Qualcuna sì; vorrei dare La via del tabacco, ma quasi certamente dovrò rinunciarvi. Quindi metterò in scena La carrozza del santo Sacramento di Mérimée, Il candeliere di De Musset, e La macchina da scrivere di Cocteau. Se da questi titoli lei può trarre deduzioni sulle mie idee teatrali, s’accomodi.

Trovare un punto d’incontro fra Caldwell, De Musset, Mérimée e Cocteau non è poi tanto facile. Pensai che Visconti non si perde in idee generali, ma sceglie e giudica caso per caso; mi accorsi anche che egli non dice « Questa commedia mi piace » bensì: « Questa commedia m’interessa »; il che fa pensare a uno studio più che a una passione; lo immagino intento a smontare le commedie, pezzo per pezzo, come si fa con un orologio, per imparare la connessione fra i vari congegni. E se è così, allarme, Visconti è una cellula di quinta colonna lui stesso (nel teatro, intendo); si dedica alle commedie soltanto per carpir loro gli ingranaggi che gli serviranno poi in cinema. E sta a dimostrarlo il fatto che non mi disse neanche una parola su I parenti terribili, e invece mi parlò a lungo di Ossessione.

Adriano Baracco
(Maschere) 

Parenti terribili, Jean Cocteau, regia di Luchino Viscontii

Ultime repliche di Parenti terribili di Cocteau all’Eliseo, regia di Luchino Visconti, Giornale del Mattino, Roma, 16 marzo 1945.

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