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Vivi Gioi e Vittorio De Sica

Vivi Gioi (Susanna) e Vittorio De Sica (Figaro) nel Matrimonio di Figaro, regia di Luchino Visconti 1946

Il compagno conte Luchino Visconti di Modrone ha voluto essere più realista del re. Approfittando del fatto che Beaumarchais s’era assentato da questo mondo da 146 anni, quindi nell’impossibilità di far pubblicare delle smentite, ha creduto di sostituire agli autentici valori poetici di quella grande commedia di tutti i tempi che è il Matrimonio di Figaro, valori comunque indipendenti, alcune sottili sfumature polemiche, come se non bastassero i giornali di sinistra e i discorsi del prof. Marchesi alla Consulta, e senza ricordare ciò che il Brunetière vide in realtà nel famoso Mariage: « La protesta — cioè — dell’astuzia, dell’intelligenza e dello spirito, contro la forza e l’ingiustizia ».

Di rivoluzionario o, se volete, di ribellistico, il Matrimonio di Figaro non porta niente tra i suoi festevoli casi e canti: tra i ritornelli di Rosina e le malizie di Susanna, tra i motteggi di Figaro e i suoi fioretti apparentemente imbevuti di satira sociale, in verità soltanto temi moralistici: ma se qualche malizia politica c’è palese e riconoscibile nelle allusioni contro questo o quel padrone (e tutti chi più chi meno ne abbiamo uno) essa, caso mai, ha sempre un carattere e un riferimento personali, e non dimenticheremo che nel personaggio di Figaro noi possiamo vedere e riconoscere lo stesso Beaumarchais, spirito bizzarro, esuberante, vitaiolo, facile all’intrigo e al cavillo, petulante, sempre alle prese un po’ con tutte le autorità costituite, dai tribunali al re. Perché, sopra ogni cosa, egli ha bisogno di popolarità intorno alla sua persona e di far chiasso. Del resto, basterebbe ricordare da quale inverosimile circostanza gli cominciò la fama per capire la eccentrica intelligenza di questo uomo singolare che, se nella vita fu e rimase un generico, del teatro fu uno dei più tipici esponenti e come tale buono per molti secoli.

Gli venne da una causa che egli aveva intentato a una gentildonna, moglie di un giudice in bolletta, la quale aveva preso dal Beaumarchais una certa somma per fargli ottenere dal marito una sentenza favorevole. Poiché la sentenza fu contraria al Beaumarchais, questi ebbe il coraggio di richiedere alla donna il denaro che le aveva dato e poiché quella glielo rifiutava, le intentò causa. Che c’entra tutto questo col teatro? Ecco: per difendere le sue ragioni dinanzi agl’imparruccati giudici egli scrive allora quattro memoriali e sono finalmente questi che gli dànno la prima fama di scrittore bizzarro dalla “fresca vena satirica”.

Era quanto il Beaumarchais si attendeva: approfittando della improvvisa notorietà fattasi in tribunale e presto dilagata oltre le aule giudiziarie, presentò poco dopo alla Comédie Française una sua commedia. Era il Barbiere di Siviglia, vecchia materia da commedia dell’arte, rispolverata e ringiovanita. Di qualche anno dopo questo Matrimonio, nel quale Beaumarchais raggiunge quel trionfo che ancora oggi dura, nonostante le regìa di partito che vorrebbero travisarne l’eterno significato e l’infinita poesia. Poiché fu ed è un trionfo puramente d’arte. D’accordo che rispecchiando il teatro sempre lo spirito dei tempi e i costumi e le ideologie, fu anche questo: disse cioè al pubblico d’allora quelle parole che erano già nella coscienza d’ognuno: che già Racine e Molière avevano detto, sia pure con altro metro, e che evocavano una società stanca e una più stanca morale. La rivoluzione era già nell’aria: verissimo. Ma credere che il monologo del 5° atto fu la spinta definitiva che portò il popolo di Francia alla Bastiglia è per lo meno ingenuo. Che tutto faccia brodo, come si dice in portineria, e specialmente in momenti di elezioni politiche, è un altro fatto. Ma non bisogna comunque esagerare. I manifesti di propaganda non fanno che sporcare i muri. Gli italiani ne sanno qualcosa. Dunque: le parole che Luchino Visconti ha creduto fossero parole d’un rivoluzionario, sono e restano soltanto parole d’un poeta che sapeva trarre dall’angoscia del vivere in un mondo che era e rimane egoista, ipocrita e autoritario, quel grido di ribellione che tutti gli uomini vorrebbero a una certa svolta della loro vita, poeti e no, tirar fuori dal chiuso della loro anima.

Figaro con le sue tirate punto libertarie, difende la sua libertà ma sopratutto la sua proprietà: Susanna. È un fatto personale, è vero, ma anche di tutti. Da ciò l’universalità del personaggio di Figaro e la sua attualità in ogni tempo. Figaro non è più il domestico faccendiere, devoto piega-schiena di qualche padrone dal cervello corto, ma il cittadino ingegnoso che s’inchina solo all’intelligenza. Infatti il Beaumarchais, avendo a suo credito una profonda conoscenza della natura umana, conoscenza fatta a sue spese, ha voluto che il Figaro non fosse più il tradizionale avventuriero intrigante, per amore di guadagni, un tantino che ruffiano, ma soltanto un geniale avventuriero d’amore. Ne ha fatto un uomo. E pertanto egli rimane sempre un personaggio da commedia dell’arte: non più soltanto Arlecchino, ma che Pantalone; sì, in quanto di Pantalone avrà anche i triboli e le angustie, come uno qualunque di noi, costretto a vivere in mezzo alle soperchierie. Unica reazione: la satira, ma sorridente. E che il Matrimonio non fosse quello che il conte comunardo Luchino Visconti ha creduto basta ricordargli che la commedia proibita dall’allora Questore Zurlo della regal censura, fu rappresentata privatamente in casa di aristocratici, che dalla rivoluzione già alle porte tutto aveva da temere e precisamente in casa del conte di Vaudrenil, davanti a 100 gentiluomini e gentildonne non certo armati di mitra, e nessuno dei quali provò altra emozione ascoltandola che quella che danno le grandi opere d’arte.

In contrasto con tutto quanto di rosso e di terribile ha visto Luchino Visconti nel testo famoso è il tono rococò, caramellato e lezioso ch’egli ha voluto dare alla scena e all’interpretazione, di cui soltanto certi atteggiamenti e motivi della nostra felice Commedia dell’Arte ci parvero indovinati e finalmente intonati. Tutto il resto fu e rimane soltanto spettacolo: anche le musichette, anche i balletti e certo insistere su motivi che nel testo sono tutt’altro che prolissi. Non per questo diremo che come spettacolo sia mancato. Da questo punto di vista Luchino Visconti è riuscito pienamente nel suo intento; ma anche se l’esito è stato trionfale, non vuol dire che la ragione sia sua. Egli poteva evitare, da quell’uomo d’ingegno che è, certe licenze che sanno, in teatro, di artigianato. Come quella Carmagnola rispolverata per l’occasione e giunta in berretto frigio su un finale di commedia è vero, ma anche in mezzo alle trine parrucche, conti e contesse. La Carmagnola e qualche teschio, per gradire. Degli interpreti ci limiteremo, per ragioni di spazio a fare una classifica in ordine di merito. Così: De Sica (Figaro); Vivi Gioi (Susanna); Besozzi (Conte Almaviva); Lia Zoppelli (Contessa); Bonucci (Don Basilio); Mazzarella (Podrillo); Mercader (Fantina); Celi (Bartolo); Caprioli (Antonio); Mondolfo (Don Gusman); Pierfederici (Cherubino).

Chi, degli interessati, non trovasse di suo gradimento questa classifica potrà presentare reclamo alla direzione di Film: Via Visconti di Modrone, 3. Milano.

Franco M. Pranzo
(film, 9 marzo 1946)

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