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Claudia Cardinale e Luchino Visconti, Roma, novembre 1974

Claudia Cardinale e Luchino Visconti, Roma, novembre 1974

Roma, febbraio 1975

Per chi non teme l’aldilà, una conversazione sulla morte può anche essere dilettevole, direi addirittura divertente se di questo aggettivo non si facesse oggidì grande abuso, persino per descrivere una sedia o una vasca da bagno. Ci offrì il destro per tale argomento il fatto che io provenivo dell’aver assistito ad una lunghissima e bellissima, sì bellissima, Messa funebre celebrata con accompagnamento di chitarre elettriche e canti intonati ai suoni di quegli strumenti. Luchino Visconti allora disse che la musica pop non la poteva sopportare, e che al suo funerale avrebbe voluto che qualcuno ascoltasse una delle sinfonie da lui predilette, e poi « silenzio, basta, tutto è finito…». Avviati sulla strada di siffatte intime confidenze mi lasciai andare a dire, sorridendo, che per me il problema non si poneva poiché fino dall’età di vent’anni ho deciso che mi farò cremare. La confessione mise addosso a Visconti un gran buon umore, ed egli prese ad incalzare con le domande per sapere tutto minutamente, indirizzo e telefono dell’Associazione per la Cremazione e dove c’è chi provvede alla bisogna, sollevando i familiari dalle angosciose veglie e dalle spese, e senza che la morte assuma quel carattere crudele di tragicità che ha da quando l’uomo è apparso sulla Terra. Del resto, osservò Visconti, un cadavere ridotto in polvere secondo il memento della Genesi riesce a diventare persino spunto per una gustosissima scena come nel Caro bugiardo di Shaw.

Neppure il ricordo della grave malattia superata dal regista dopo strenua lotta, ricordo venuto più tardi e affatto distaccato dalla inopinata introduzione della nostra passeggiata, ebbe accenti di tristezza. Si parlava di lavoro ed ecco come.

— Il lavoro, disse Visconti, è stata  ed è la mia grande forza. Il colpo è stato brutto, oh, molto brutto, ma con un inizio  da belle époque. Eravamo al bar dell’albergo Eden di Roma, con due produttori e con Suso Cecchi D’Amico, ed io dopo aver bevuto un sorso di spumante protestai: « Mi pare che questo champagne non sia abbastanza freddo ». Appena pronunciata la parola « freddo », caddi riverso sulla poltrona, privo di qualsiasi forma di autocontrollo, paralizzato, ma senza mai perdere nozione di ciò  che avveniva intorno a me. Non potevo compiere il più piccolo movimento, non dire una parola, ma non avevo perso la conoscenza, sentivo e vedevo tutto. Mi portarono giù, sollevando la poltrona, mi stesero su un letto, e pensai che quel giorno nel vestirmi  avevo scelto male le calze, erano di un blu troppo vivace rispetto al resto dell’abbigliamento. A Zurigo, dopo due mesi non ero ancora guarito, me i medici mi dissero: « Se non se ne va da questa clinica non guarirà mai ». E il terapista: « Si ricordi che la terapia è utile al quaranta per cento, ma il resto lo deve fare lei, con la sua volontà ». La volontà c’era, una volontà tremenda di riprendere il lavoro, e sul lago di Como, in casa di mia sorella dove avevano sistemato una moviola, potei ultimare il montaggio del Ludwig. Ma mi dica, ha visto Gruppo di famiglia in un interno?

Per fortuna, io che vado al cinema una volta l’anno l’avevo visto, ho visto quasi tutti i film di Visconti e di Fellini.

— Ah, fece Visconti, Fellini e Bergman sono i miei registi preferiti.

Si venne così a discorrere dell’annoso dibattito intorno al cinema: è arte o non è arte? Non se ne verrà mai a capo come da venti secoli per l’ut pictura poesis: val più un poema che insegue il divenire degli stati d’animo, si domandava Lessing, o il gruppo scultoreo del Lacoonte, quanto mai suggestivo, ma immobile in solo attimo? Fra queste notazioni, Visconti sosteneva che il cinema non è arte, non fosse altro perché non è frutto della mente di un unico individuo e richiede la collaborazione di molte persone. Il film lo fa, lo crea il regista, ma non è solo in quest’opera.

— Il nostro, diceva, è un artigianato che può essere raffinatissimo, e quando ho finito un film sarò più o meno soddisfatto, ma non mi esalto. Sono come un ebanista che guarda un suo tavolo e dice: ho fatto un bel tavolo. Le ho detto, sono un artigiano.

— Eppure poco fa, ha parlato di Bergman con tanto entusiasmo…

— È diverso: il cinema di Bergman e di Charlie Chaplin è arte, quello sì. Sono prodotti d’arte certi film russi dei tempi del muto…

Insiste, e con passione, sul tema del lavoro:

— Quando sono padrone di un soggetto, vivo con i personaggi in quella vicenda, sempre, dal mattino alla sera tardi e non me ne libero fino al momento in cui ho girato l’ultima scena. No, non rivedo mai gli spezzoni al termine di una giornata: i tecnici mi dicono se ci sono o non ci sono errori di luci, di suoni, di inquadrature, ma il rivedere ciò che ho fatto mi recherebbe disturbo nel pensare a ciò che devo ancora fare. Il film è tutto nella mia testa, e vado avanti, non guardo più il copione e non improvviso, sebbene qualche mutamento a volte sia indispensabile.

— Gli interpreti la seguono docilmente, come, ad esempio, Jean Gabin seguiva quegli che lei chiama il suo primo maestro, Jean Renoir?

— Non è questione di docilità, perché come accennavo poc’anzi, io e gli attori viviamo insieme la stessa vita, anche fuori degli studi di posa, anche a tavola. La comunione è quasi perfetta. Cito dei nomi, Burt Lancaster… Claudia Cardinale, e molti altri nel cinema e nella regia delle opere liriche. Si ricorda la Callas, grassa com’era? L’ho convinta a dimagrire, a recitare come si deve recitare a teatro, anche quando si canta, e tutto questo non l’ho ottenuto soltanto durante le prove sul palcoscenico, ma anche grazie alla nostra profonda amicizia, alla nostra intesa. Vede, come dire?, fra me e gli attori c’è qualcosa di più di un rapporto di lavoro sia pure corroborato dall’amicizia, c’è una specie di flusso medianico che parte da me e li raggiunge. Dico flusso medianico, ma non so bene cosa sia, è qualcosa di indefinibile, di misterioso, eppure c’è, lo sento… Hanno detto che trasferisco nei film i miei ricordi onirici… Non me ne sono mai accorto. Hanno detto che da quando mi sono liberato con Ossessione dal realismo francese faccio dell’autobiografismo distruttivo, e non è esatto. O lo è…?

— Adesso che cosa sta preparando?

— Un film, naturalmente, un film tratto dall’Innocente di D’Annunzio, un libro affascinante. Se lo ricorda? Sì? Sono contento, e la ringrazio perché mi dice che le sembra un romanzo ideale per stimolare la mia fantasia. Ho cambiato molte cose, per trasportare la storia della parola scritta nelle immagini. Ho accentuato la figura di Tullio, che nella concezione dannunziana dev’essere un superuomo; ho dato grande rilievo a Teresa, l’amante, e la moglie, Giuliana, non è più una malata sul punto di liquefarsi ad ogni pagina, è sensibile, sensibilissima, e anche piena di vita… Lo girerò in una villa della Toscana, credo in Lucchesia… Gli interpreti non li ho ancora scelti definitivamente: forse vorrei la Cardinale per la parte dell’amante, se sarà libera.

Sopravvengono Suso Cecchi D’Amico ed Enrico Medioli, che con il regista elaborano la sceneggiatura. Capisco che appena bevuto il tè devo ritirarmi. Lavorano tutti i giorni dalle quattro e mezza alle sette e mezza, con rigorosa puntualità. Tre ore sono sufficienti e non mi stupisco. Zola, scrivendo ogni mattina quattro pagine, non una di più, ha composto una biblioteca di quaranta grossi volumi. Nel congedo, Visconti non poteva essere più garbato:

— Appena finita la sceneggiatura gliene manderò una copia, poi me ne parlerà.

Sappiamo entrambi che non darà alcun giudizio, ma la cortesia e il garbo fanno piacere.

E. D. G.

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