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Programma di sala dello spettacolo Il matrimonio di Figaro, Roma, Teatro Quirino, 19 gennaio 1946

Programma di sala dello spettacolo “Il matrimonio di Figaro”, Roma, Teatro Quirino, 19 gennaio 1946, regia di Luchino Visconti

Roma, gennaio 1946. Siamo Da Libotte il ristorante alla moda. Luchino Visconti parla (mal volentieri):

« Non esiste un criterio in assoluto come non esistono malattie; per il medico esistono “malati”, per il teatro ci sono i “testi” o, meglio, i pretesti da riconfermare vivissimo e attuale il teatro e la sua posizione. Il matrimonio di Figaro può essere uno di questi testi e pretesti, alla stregua dell’ultima commedia di Sartre. Io, col mio mestiere di regista, mi considero tra le maestranze del teatro, collaboro insieme al trovarobe, direi, insieme al personale dell’attrezzeria: in maniera, si capisce, piuttosto pratica e, infine, morale. Sono riluttante a parlare di me, e di quello che si vorrebbe io chiamassi “metodo mio”: ma io non ho metodo, non credo che nel teatro possano esistere metodi: c’è il teatro, e volta per volta i mezzi e le accortezze e le maestranze per risolverlo secondo personali sensibilità e capacità.
«Naturalmente, nel mio caso, ci sono anche varie esperienze europee, e poi la esperienza del cinema; ma queste possono soltanto in parte, e nemmeno sempre, influenzarmi nell’inscenare un lavoro durante la cui preparazione io essenzialmente cerco la “resa” umana e teatrale, secondando se possibile l’attore a venire fuori nella luce corrispondente al “testo” al quale sempre mi richiamo. Io lavoro sulla gente prima di tutto, e cerco di avviarla — in considerazione di certe possibilità artigiane che sono particolari agli attori — a rendere tutto quello che può rendere, come un allenatore di boxeurs fa dei suoi uomini, un allenatore di calcio colla sua squadra. Il resto, cioè la impostazione delle voci, la fusione della parte, il meccanismo scenico, insomma, fanno parte del mestiere nostro, e proprio il curarlo con volontà a passione mi riporta a sentirmi un poco fra le maestranze teatrali insieme all’elettricista e allo scenografo.
« Ma, fin dalla prima lettura, il regista (non parlo di me personalmente, che — l’ho già detto — rifiuto di avere un “metodo” e di parlarne), il regista deve avere in sé tutte le reazioni dei personaggi e del pubblico: deve sentire lo spettacolo come una cuoca e come un granduca, deve essere insieme straccione e piccolo-borghese, con varie “coscienze”, quindi. Una necessità unica in questo lavoro inesistente, infine, e che non appare nemmeno agli attori, è la capacità di andare aldilà delle battute, risentirsele dentro tutte “ragionate”, come in un catalogo, e vederle essenziali, come fossero il risultato — volta per volta — di un ragionamento chiuso.
« Poi vengono le luci, le scene, le prove, la prima rappresentazione; ma il metodo resta sempre fuori ».

(conversazione con Renato Giani, Maschere, Roma, gennaio 1946)

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