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L'innocente (1976) Luchino Visconti

“Nell’Innocente la mano che sfoglia il libro è quella di Visconti. Girammo queste immagini alla fine del film, ci teneva moltissimo a essere lui a sfogliare il libro. È rimasto un bel ricordo, credo perfino che si trattasse di un libro suo.”
Pasquale De Santis¹

Roma, ottobre 1976

Nulla vieta di pensare, naturalmente, a una trovata che faccia da sfondo ai titoli di testa, ma lo spettatore complice che nel corso durato più di trent’anni, non è mai mancato all’appuntamento con una sua opera, ritrova commosso una nota familiare, come un ammicco tacito e confidenziale, in quella mano che devota e amorosa sfoglia un’edizione rara del libro. Non è quella di lusso, tirata in 29 esemplari a 29 lire la copia nel febbraio del ’92, oggi quasi certamente irreperibile, ma l’ultima di quattro edizioni che lo stesso Bideri fece uscire nel medesimo anno per lettori comuni in grado di spendere non più di 4 lire la copia. E tuttavia anch’essa rara, oggi. Rara e cara come un ricordo gozzaniano con quelle pagine squinternate  che la mano amorevolmente riassesta, con quella macchia (la brace di un sigaro?) che si riproduce sempre più fievolmente sulle pagine seguenti fino a scomparire e che la mano tenta invano di detergere. Un’edizione da sfogliare con rispetto, come fa Visconti e come immaginiamo abbia fatto con tutti i libri della sua vita e con tutti gli oggetti che ha accarezzato: la mano debole e stanca, però non dimentica che un libro va sfogliato senza pigiare il polpastrello sull’angolo in basso a destra per evitare quell’ampia piega a onda che rovina la pagina, ma poggiando lievemente l’indice o l’anulare sul filo del foglio in alto e accompagnandolo in tutto il suo itinerario fino a quando si distende in pace sull’altra pagina.
Ma vediamo un po’ più da vicino che cos’è che nutre questo rispetto di Visconti per il libro. La rarità dell’edizione, intanto: un oggetto raro e antico costituisce innanzitutto un privilegio spirituale per il suo possessore, in secondo luogo esso si presenta come il supporto di una stratificazione di ricordi e la reliquia tangibile di un tempo passato che veramente è stato e che si offre come l’unica certezza in un presente problematico e sfuggente. Paradossalmente l’oggetto del passato offre a Visconti l’unica certezza di realtà rispetto a un presente, individuale e collettivo, in cui la realtà si dà alla macchia. Se tutto ciò che oggi esiste e tutti i significati tra i quali ci muoviamo o fingiamo di muoverci sono solo una possibilità tra le tante che potevano essere e non sono state, allora, parvenza per parvenza, finzione per finzione, nulla vieta di scegliere la possibilità del passato. Si aggiunga che qui la possibile realtà del passato non è solo disegnata dalla connotazione antiquaria del libro, ma anche e soprattutto dalla storia che esso racconta, la quale, già rispetto al proprio tempo e ad altre opere coeve, si presenta come la più rarefatta e astratta possibile. (…)

Antonio Castaldi
(L’innocente: i personaggi e i vestiti, filmcritica 268, Roma, ottobre 1976) 

  1. Intervista con Lorenzo Codelli in Positif n. 230, maggio 1980.
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