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Luchino Visconti 1955

Roma, ottobre 1955.

Domanda — Quali colpe, errori, debolezze umane suscitano in lei maggiore indulgenza?

Risposta — Le mie.

D. — Se fosse vissuto al tempo della rivoluzione francese, quale personaggio avrebbe desiderato incarnare?

R. — Brissot.

D. — Qual è l’elogio che in vita sua le ha procurato soddisfazione maggiore?

R. — Quello che mi attribuisce serietà professionale.

D. — Se le venisse accordato un atto di potenza assoluta, come lo  esplicherebbe?

R. — Assicurando l’impossibilità di compierlo a me ed agli altri.

D. — Preferisce i vinti o i vincitori della vita?

R. — I vincitori.

D. — Le è mai accaduto di amare il suo prossimo più per i suoi difetti che per le sue qualità? In caso affermativo, quali erano questi difetti e queste virtù?

R. — Mi è accaduto spesso, quando i difetti somigliavano a virtù e le virtù a difetti.

D. — Qual è stata la sua prima emozione? Quale la più profonda?

R. — La prima fu la scoperta della musica. La più profonda è la più recente.

D. — Qual è, secondo lei, il segreto del successo di un uomo?

R. — La costanza.

D. — Ritiene che un uomo debba essere giudicato dal successo che ha saputo conseguire o dal come ha condotto la sua battaglia?

R. — Dal come ha condotto la sua battaglia.

D. — A che età ed in quale occasione ritiene di avere lasciato l’infanzia?

R. — Il giorno in cui mi resi conto de aver causato un dolore a una persona. Non ricordo l’età.

D. — È in grado di definirmi, con un solo aggettivo, il carattere attuale del cinema italiano?

R. — Incoerente.

D. — Sarebbe disposto a sacrificare la sua indipendenza per qualcuno o qualcosa?

R. — Molto poco, ahimè, molto poco.

D. — Preferisce pensare alla notorietà fra i contemporanei o la gloria fra i posteri?

R. — Alla notorietà se non alla gloria fra i posteri, naturalmente.

D. — Qual è secondo lei la differenza fondamentale fra Roma e Milano?

R. — Questa: che vorrei abitare una casa che avesse una porta su Milano e una finestra su Roma.

D. — Come giustifica il complesso di inferiorità che in genere gli italiani provano nei confronti degli stranieri?

R. — Non saprei davvero, giacché tra gli italiani che conosco ho trovato soprattutto complessi di superiorità.

D. Sopporta facilmente uno scacco, un insuccesso? È indotto ad attribuirsene intera la responsabilità o a farne partecipi coloro che la circondano?

R. — Preferisco addossare la colpa a me stesso. Un giorno o l’atro potrebbe diventare un merito.

D. — Qual è, secondo lei, la più importante conquista dal cinema muto ad oggi (tecnicamente o anche psicologicamente)?

R. — Queste cose le sanno solo i cineasti. Io le ignoro.

D. — In quale conto tiene la opinione altrui?

R. — Ci sono tre o quattro persone che potrebbero farmi cambiare opinione con una sola parola. Ma non lo sanno. Gli altri non contano.

D. — Ritiene anche lei che la censura, in Italia, abbia soffocato dei geni o che comunque abbia infirmato a molti la possibilità di esprimersi compiutamente?

R. — Il fatto che sia difficile strozzare un elefante non autorizza a strozzare un gatto.

D. — Quale dote apprezza maggiormente in una donna?

R. — L’indipendenza.

D. — L’incondizionata ammirazione e devozione di un suo simile, quale reazione le provoca?

R. — Pànico.

D. — Quale virtù apprezza maggiormente nell’uomo?

R. — Il senso morale.

D. — La prospettiva di dovere abbandonare tutto quanto ha costruito fin qui (posizione, notorietà, affetti, ecc.) la spaventa, la seduce oppure la lascia indifferente?

R. — Se non fosse per gli affetti, mi sedurrebbe.

D. — Ha mai desiderato essere altri che se stesso? Sovente? e in quali occasioni?

R. — Mai.

D. — Qual è, secondo lei, il colmo della infelicità umana?

R. — L’incapacità di amare.

D. — Se venisse bandito un concorso per l’undicesimo comandamento, che cosa avrebbe da suggerire?

R. — “Cerca sempre di capire”.

D. — In un’intervista, qual è la domanda che la infastidisce di più?

R. — Questa.

D. — In quale occasione lei sente di essere meno se stesso ovvero in obbligo di recitare una parte?

R. — In nessuna.

D. — Invitato ad intervenire a un ballo mascherato, ed essendo certo di poter conservare l’incognito, quale travestimento sceglierebbe per sé?

R. — Non accetterei l’invito.

D. — In quale città del mondo farebbe di preferenza una sua prima?

R. — A Londra.

D. — Quale reazione le provoca l’incontro fortuito con un suo compagno d’arte che non ha avuto successo?

R. — Solidarietà o imbarazzo, secondo i casi.

D. — Le ispira maggior confidenza trovarsi a tu per tu con l’uomo singolo oppure con la folla?

R. — È lo stesso.

D. — Esiste un “cast ideale” con il quale vorrebbe fare un film? Se sì vuole indicarmelo?

R. — Non esistono “cast ideali”. Ma soltanto “cast” adatti a films determinati.

D. — I suoi sogni sono in nero oppure a colori?

R. — Non so. Forse quando dormo sono daltonico.

D. — Quale epigrafe vorrebbe avere sulla sua tomba?

R. — Quella che descrivesse le mie aspirazioni come se fossero i miei risultati.

D. — Se un produttore mettesse a sua disposizione una cifra praticamente illimitata, quale film vorrebbe realizzare?

R. — È la volta che farei un film da quattro soldi.

D. — Qual è lo spettacolo naturale che suscita in lei maggiore emozione e perché?

R. — Il teatro: è il più naturale.

D. — Qual è, secondo lei, la più importante “istituzione” italiana?

R. — Il miracolo di S. Gennaro.  

(dall’articolo di Enrico Roda)

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