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La terra trema 1948

La terra trema (1948)

Settembre 1948

Acitrezza, un tranquillo paesino di pescatori in provincia di Catania, si è messa in questi giorni in agitazione contro Luchino Visconti ed il film (La terra trema) da lui diretto. Luchino, si sa, la pensa come Togliatti e, mesi or sono, si trasferì con tutto il bagaglio cinematografico in Sicilia per girare un soggetto “a sfondo sociale” che desse ragione ai lavoratori del mare e torto ai proprietari di pescherecci nelle controversie di lavoro.

Con queste idee Luchino fu accolto ad Acitrezza come un Garibaldi ribelle e rinnovatore e tutti i bravi paesani eran contenti di aver trovato il modo di far sentire la loro voce e di mostrare il loro dramma, tramite la macchina da presa. Così Visconti collezionò fotogrammi e fotogrammi di vita presa dal vero, realizzando con attori improvvisati, cioè pescatori del luogo, il racconto.

Il film fu presentato durante la Mostra del Cinema. Il dialogo sfuggì a quasi tutti gli spettatori, in quanto sincronizzato in stretto dialetto siciliano: una voce, tuttavia, spiega la vicenda man mano che si snoda. Ma questo disturba, indubbiamente. Inoltre vi furono qua e là dei fischi frammisti ad applausi; quella sera non si ebbe proprio l’impressione d’un successo. I critici dei quotidiani, viceversa, con più o meno riserve, furono quasi tutti concordi nel giudicarlo bene ed il film s’ebbe anche un premio internazionale che non convinse il buon senso generale di quanti, all’infuori della giuria e del consenso dei critici ufficiali, seguirono la manifestazione veneziana.

Oggi, come una bomba, si diffonde questa notizia: “Il consiglio direttivo della Associazione pro Acitrezza” ha telegrafato al presidente del governo regionale protestando energicamente contro la proiezione e la diffusione del film di Luchino Visconti, La terra trema, recentemente premiato a Venezia, qualificandolo denigratorio, tendenzioso e offensivo della dignità della nostra popolazione marinara e delle qualità del popolo siciliano. Con lo stesso telegramma il Consiglio direttivo ha chiesto l’immediata sospensione della programmazione del film, annunziando di illustrare meglio le ragioni per mezzo di una relazione che sarà sollecitamente trasmessa.

Le ragioni sono chiare a chi ha visto il film e conosce il racconto.

Perché, dunque, Acitrezza protesta? Ma perché, in fin dei conti, nessuno del loro paesino tranquillo esce con onore dalla vicenda: i padroni sono egoisti, senza scrupoli, disumani che inchiodano nella miseria i lavoratori e si arricchiscono, che ridono sui mali altrui e dominano i paesani. I pescatori rappresentati dal giovane ribelle, sono incauti e non sanno reagire alle avversità, ma si perdono in una vita umiliante d’ozio, d’affari loschi, d’immoralità. Non è davvero un film edificante per i poveri acitrezzini (se così vogliamo chiamarli e non acitrezzesi o accitrezzani).

Infatti che Luchino Visconti se la sarebbe presa con i padroni, era chiaro dagli intenti ch’egli si proponeva: la terra trema per le ingiustizie commesse ai danni dei lavoratori. Ma che questi lavoratori fossero trattati in modo così incoerente con lo spirito che avrebbe dovuto pervadere il film è davvero incomprensibile. Quel tipo di pescatore ribelle è l’unico, insieme a suo fratello e ad altri pochissimi, a mettersi contro i cosiddetti “sfruttatori”, gli altri compagni restano passivi, qualcuno anzi scuote la testa, disapprova quasi (lo si vede nel film). Allora? Nessuna solidarietà  fra gli uomini del mare. Il che, almeno nei nostri concetti, sembra falso o per lo meno non è certo edificante che lo si metta troppo in luce e che sia proprio un Luchino (la pensa come Togliatti, ricordate) a farlo.

Ma questo è nulla. Andato male il tentativo d’indipendenza, perché, insieme alla barca, si sfascia la famiglia del giovane pescatore ribelle? Non ci insegna forse la vita, ed ancor più lo insegna a chi combatte col mare, a resistere ai rovesci di fortuna, a lottare contro le avversità, a resistere alla cattiva sorte? Ed anche colui che si abbatte, che si lascia travolgere, che cade nella più nera miseria, è morale che si conservi onesto ed integro e non abbandoni la lotta, specialmente quando è stata iniziata a nome di tutta una categoria di uomini “sfruttati” dai padroni. Ma insomma questo giovane pescatore aveva iniziato, con il suo gesto d’indipendenza, una crociata nella speranza di dare un esempio ai compagni e spronarli ad iniziare una nuova vita.

Bell’esempio, alla fine: e chi, ad Acitrezza, dopo l’esempio del giovane pescatore, oserebbe abbandonare i padroni? Per finire in miseria? E questo sarebbe ancora nulla: per vagabondare la sera di osteria in osteria con una compagnia di sfaccendati nottambuli? Per vedere la sorella perdere l’onore col maresciallo dei carabinieri ed il fratello impantanarsi negli imbrogli ai margini del Codice Penale? Che poi, oltre tutto, questo strano tipo di pescatore ribelle, andato male il tentativo, non si preoccupa neppur più della propria famiglia, non sorveglia sua sorella né suo fratello, non si cura di quel che accade fra le mura domestiche: nulla; cade sotto il peso d’un esperimento andato a male. cade come cosa morta.

Ecco perché ad Acitrezza si considera il film denigratorio, tendenzioso ed offensivo per la dignità della razza marinara. Del resto queste considerazioni erano già state fatte, pur fra alcune lodi, da alcuni critici obbiettivi e da gran parte del pubblico della Mostra veneziana. È bene oggi che si faccia udire anche la voce del popolo di Acitrezza, che l’occhio freddo dell’obiettivo cinematografico ha ingannato. Ma non per giungere ad un atto di forza: la libertà va rispettata. Il film, a nostro avviso, non dovrebbe essere ritirato, come non lo sarà certamente. Libero Luchino di pensarla come crede sui pescatori siciliani, liberi questi di rinnegare il film di Luchino. L’unica cosa che resta e resterà un mistero è il premio internazionale, ottenuto alla Mostra del Cinema di Venezia. La sera della visione, come abbiamo detto, ci furono dei contrasti (fischi da una parte, applausi dall’altra); da un punto di vista strettamente cinematografico, accanto a cose buone, molti critici trovarono difetti di una certa importanza; moralmente il film è talmente discutibile da sollevare le ire dei poveri acitrezzini: siamo dunque lontani da quella perfezione relativa che dovrebbe esser necessaria per meritare un premio internazionale da quelle che ormai sono considerate le Olimpiadi del cinematografo.

E ci resta oscuro un altro punto: come fanno gli amici di Acitrezza a protestare se non hanno visto il film (almeno a quel che ci risulta)? Che siano il vecchietto, il nannu, come dicono loro, ad aver fatto il doppio gioco? Infatti, la sera della prima, due o tre interpreti del film eran presenti in sala e fra questi il nannu, il nonnetto rinsecchito e coi capelli candidi, il quale, chiuso in un dignitoso silenzio, ci sembrò perplesso. Forse tornato ad Acitrezza, insieme agli altri interpreti, avrà dato l’allarme. E adesso la terra trema davvero…

Roberto Sgroj

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