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Luchino Visconti, Anna Magnani e Tina Apicella in una pausa sul set di Bellissima, foto Paul Ronald

Luchino Visconti, Anna Magnani e Tina Apicella in una pausa sul set di Bellissima, foto Paul Ronald

Roma, luglio 1951

Bellissima è nato così. Un anno e mezzo fa, quando Blasetti e la produzione Universalia andavano cercando una bimba per Prima comunione, una signora romana presentò la figliola e brigò indomabile per giorni e giorni affinché fosse prescelta. La piccola non era brutta, era del tutto normale, per sua fortuna, ma non adatta alla parte. La madre non si sapeva dar pace e diceva continuamente: « È bellissima! Non vedete che è bellissima? ». Pareva che farneticasse, il cinema l’aveva abbagliata. Mi pare che Zavattini fosse presente; o invece qualcuno glielo raccontò; fatto sta che di lì a un po’ il soggetto di Bellissima era fatto. La storia cinematografica prendeva naturalmente un avvio tutto diverso, i personaggi reali erano irriconoscibili, ma la moralità o, se più vi piace, il dramma era quello: il cinema abbaglia, il cinema svia, qualche volta i bambini ne fanno le spese. Ecco dunque perché Salvo D’Angelo, produttore di entrambi i film mi dice oggi che Bellissima è figlia di Prima comunione. Le sue parole nascondono un doppio senso, forse addirittura triplo. Non c’è soltanto una derivazione casuale dei fatti: essendo questo secondo film una raffigurazione ironica e pungente di tutto il mondo del cinema, nulla vieta che anche nel primo si abbia la sua parte di ironia e di puntura. Infine D’Angelo pensa, con evidentissimo gradimento, che anche lo spirito di Prima comunione, o almeno il modo di vedere le cose e di descriverle sia passato in Bellissima, con tutte le diversità che possono esistere fra la natura di Blasetti e quella di Visconti. « Piccoli film all’italiana » mi dice D’Angelo, con quel suo modo così raffinato d’esser modesto. È evidente che si guarda bene dal posare il film sul piatto della solita bilancia commerciale usando, piuttosto, una terminologia musicale, qualcosa come un “piccolo concerto”.

Film divertente dunque, con un pizzico d’amaro, film danzato con grazia sottile fra i sentimenti e i fatti, fra i sorrisi e i bruciori del nostro vivere quotidiano. Dicendo « all’italiana », D’Angelo intende appunto questo restar fedeli alle cose, sorridendo sì, ma con allegria quasi sempre commossa e senza giocarci tanto su. Il film ha tutti gli elementi perché debba riuscire divertente per davvero, così come ha tutte le ragioni di prometterci un grosso avvenimento cinematografico.

Un’assenza che pesava

Visconti, anzitutto. Luchino Visconti ritorna al cinema dopo tre anni, cioè dopo La terra trema. Ma poiché questo film è stato proiettato semi-clandestinamente, sconciato dalle mutilazioni, occorre addirittura far risalire l’assenza di Visconti al tempo di Ossessione: quasi un secolo. Si dà quindi un caso curioso: il pubblico conosce o ricorda ben poco di un uomo che pur tuttavia ha determinato gran parte del cinema italiano del dopoguerra, ossia il cinema del quale andiamo facendo tanto vanto. E il pubblico lo sa. Questa assenza, dunque, è stata molto, molto pesante; anche imbarazzante, specialmente per il cronista che non voleva collocare Visconti nella necropoli degli eroi patrii e non sapeva trovargli un posto nella produzione attuale. Se il ragionamento è esatto, e se la gente non fosse così distratta, sarebbe doveroso, almeno per noi italiani, aspettare Bellissima con lo stesso interesse con cui si aspetta il prossimo film di Chaplin.

Il secondo elemento di importanza è costituito da Anna Magnani; anzi, da Visconti più Magnani. Anche Nannarella non fa film da moltissimo tempo; e per lei intendo buoni film. È noto peraltro che da sempre essa desiderava girare un film con Visconti. Si diceva al tempo di Ossessione che la parte, poi fatta dalla Calamai, fosse destinata in origine a lei. Può non essere vero; questo incontro d’oggi comunque ha sempre avuto l’aria d’una di quelle fatalità che non scoccano mai. È scoccata, rallegriamocene, e ci serva almeno per darci ragione della straordinaria mansuetudine che l’attrice sta dimostrando durante l’attuale lavorazione (Visconti più Magnani, si diceva,figurarsi che scontro! E invece è chiaro che in cinema le leggende dei cattivi caratteri nascono sempre dalle imprese sbagliate).

Dicevo che sarà un film divertente. Vedremo infatti Anna Magnani che rifà anche se stessa. Ossia, essa sarà personaggio per quasi tutto il film, personaggio della madre che vuol spingere a tutti i costi la sua bambina sulla brace del cinema e ne resta scottata; ma sarà anche Anna-Magnani-diva, vale a dire vedrà se stessa in atteggiamento un po’ caricaturale, quando, entrata nell’ambiente, andrà vedendo sbigottita, ad uno ad uno, i mitici eroi del cinema; e ci vuole un certo coraggio, da parte della Magnani, per prestarsi. Così come Nazzari, la Pampanini, lo stesso Blasetti reciteranno alla stessa maniera il personaggio di sé, e con altrettanto coraggio. Vedremo Walter Chiari nel personaggio di Annovazzi (ogni riferimento ai milanesi è puramente casuale), ambigua e ridanciana figura di arruffone del cinema, il quale non si fa scrupolo d’ingannare la madre di Bellissima, promettendole ciò che  non potrà mantenere e con uno scopo immaginabile. Vedremo, nei panni del padre di Bellissima, cioè d’un uomo con la testa sulle spalle il quale si batte come può contro le smanie della moglie, un attore improvvisato che mi dicono assai pittoresco. Si chiama Gastone Renzelli, è un giovane e colossale proprietario di autocarri, scritturato per uno dei soliti casi. Visconti cercava un tipo così e così, gliene portarono molti, non andavano, uno disse ascoltando le proteste del regista: « Ma voi avete bisogno di Gastone! ». E Gastone arrivò. Ora, a chi gli chiede se il cinema è di suo gusto, risponde sdegnato: « No! Ho lavorato come una bestia tutta la vita per procurarmi il diritto di non lavorare quando non ne ho voglia, e adesso con questo cinema mi tocca proprio lavorare quando non ne ho voglia ».

L’eroina spaurita

Il film viene girato a Roma, un po’ a Cinecittà e un po’ in esterni ed in ambienti veri. In questi giorni, per esempio, la troupe ha occupato la portineria d’uno stabile del quartiere Prenestino. « Nessun teatro di posa del mondo », dice D’Angelo « avrebbe potuto ricostruire un ambiente come quello ». Ci stava un vecchissimo portinaio, il quale si era creato, in un angoluccio del cortile, un microscopico giardino tutto per sé: triste, patetica macchia verde, cui non giunge mai il sole. Il vecchio resterà fuori di casa non so per quante settimane; ma è sempre lì, mezzo tramortito, a vedere come gli occupano casa e guardino, e come gli squarciano i muri per i pertugi dell’obiettivo. Gli restituiranno tutto tale e quale: persino le tracce delle mosche sui muri. Ma il vecchio ha l’aria di non crederci. Sa però che gli sono stati depositati in banca due milioni di cauzione, per il caso che il proprietario dello stabile colga l’occasione per sfrattarlo.

Il cinema non è sempre così impietoso come tendono a dimostrare i film fatti sul cinema.

Dimenticavo la piccola eroina del film Bellissima. Si chiama Concettina, è una bimba spaurita, bruttina come vuole la parte, con due code di gatto che le pendono dagli orecchi. Ogni tanto si spaventa e piange. Anna Magnani allora l’apostrofa burbera: « Che hai, fija mia? Vien qua ». La prende in braccio e la piccina sorride. Sua madre assiste trepidante. Ha il marito in Francia, non ne sa gran che, essa domanda a tutti con voce sommessa se le foto della bambina appariranno anche sui giornali francesi. Pensa che il marito potrebbe vederle e riprendere la via di casa.

Vittorio Bonicelli 

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