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Luglio 1958.

Un film importante, come un libro importante, non è qualcosa d’inerte, d’inattingibile, di definitivo. Non può rassegnarsi a un giudizio magari frettoloso, a un’etichetta magari troppo approssimativa. È un testo da riconsultare, da riprendere negli anni, da guardare con gli occhi nuovi, con la sensibilità nuova che ci derivano dal tanto in più d’esperienza. Crescendo noi, crescono o, per essere più esatti, mutano le nostre letture, s’instaurano rapporti diversi, una diversa dialettica, tra immagini, parole e coscienza. Non rileggere è errore di presunzione troppo grave, un errore che ci limita e impoverisce.

È stato quasi un caso se ho rivisto La terra trema. Tanti anni fa il film non m’era piaciuto. Sin dall’immagine iniziale. Forse, se voglio essere sincero, prima ancora. Era facile allora scivolare nella polemica, nel preconcetto, magari in buona fede. La buona fede di opporsi a una retorica, appena scoccata e già dilagante, la buona fede che il cinema neorealista, in fondo, non inventasse nulla nella terra del verismo, la buona fede che troppi calcoli, troppe astuzie, troppi machiavellismi da quattro soldi facessero groppo dietro i candidi programmi di raccontare, di interpretare direttamente la realtà. Troppo facile. Così La terra trema la vidi e non la vidi. Vidi più che altro l’esemplificazione dei miei sospetti. Se si vuol leggere male un testo, non c’è capolavoro che tenga. Penso a tanti anni fa, all’irritazione impazientemente coltivata e interrogata davanti a ognuno di quelli che ritenevo gli esempi lampanti dell’estetismo a ogni costo, dell’irriducibile banalità, dell’insopportabile retorica del film di Visconti. Una specie di caccia all’errore con un brivido e una ricompensa a ogni scoperta. È stato quasi un caso se ho rivisto La terra trema, dopo tanti anni, a neorealismo concluso, e prospettiva stabilita. Un caso fortunato. Perché mi ha reso possibile comprendere quanto il film di Visconti conti in sé e per sé, quanto possa contare nei rapporti con la cultura italiana.

È stata un’emozione così strana, così dolce, così violenta. Sedere nella saletta ove riproiettavano i “nastri d’argento” e constatare come la mia vecchia opinione venisse sconfitta da ogni immagine, da ogni parola de La terra trema. Banalità, retorica, neorealismo, cosa avevano a che fare queste parole, questa astrazioni con il fiotto di vita che scorreva e si gonfiava, dilagava sullo schermo? Il mio giudizio, la mia etichetta di tanti anni fa risultavano inadeguati, ridicoli, puerili. Proprio per questo ho cercato di buttar giù questa noterella. Appena un abbozzo di confessione. Visconti è senz’altro il più grande narratore che noi italiani si sia avuto in questo secolo. Il più ispirato e il più robusto. Un inventore felice, un creatore invincibile. I suoi personaggi come i suoi paesaggi hanno la veemenza della vita stessa. Proprio perché lui li ha elaborati e costruiti con un’applicazione, un puntiglio, una ricerca artistica addirittura feroci. Visconti non è mai stato “neorealista”. Non è mai stato casuale, non s’è mai abbandonato all’imprevisto. Ha sempre dominato la propria materia.

La terra trema è cresciuto in noi mentre noi crescevamo. Ora ci appare un testo così ricco, così favolosamente ricco da farci riaprire I Malavoglia per un confronto. Non per il solito confronto dai pedanti. Ma per un impossibile confronto, per un’improbabile gara di valori. Solo ora ho potuto capire quale enorme regalo Visconti abbia fatto alla cultura italiana con La terra trema, ora che lui stesso pare aver limitato la propria visione con il pur bellissimo, perfetto Le notti bianche. Per La terra trema non c’è da parlare di bellezza, ma di grandezza, di autentica grandezza. È la grande occasione offerta da Visconti alla narrativa contemporanea, non solo italiana, per diventare veramente degna del suo nome. La terra trema più Senso; quale romanziere ha fatto di più in questo secolo?

Oreste Del Buono
(cinema nuovo)

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