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Luchino Visconti sulla terrazza dell'attico a Via Fleming (collezione privata)

Luchino Visconti sulla terrazza dell’attico a Via Fleming, inverno 1972 (collezione privata)

Roma, novembre 1972

È stata Adriana Asti, esile clown triste, con i capelli tagliati a pel di carota a metterci in contatto con Luchino Visconti.

Il maestro è affaticato, ma non gli dispiace che si parli un poco di questa sua nuova impresa che va a mettere in cantiere. Qualcosa di profondamente insolito per lui che ha narrato fino ad oggi storie tremende e ambigue di famiglie in disfacimento, di geni del male al limite della follia: un musical. Ne sarà interprete proprio Adriana, attrice nevrotica (« Ma si tratta di una falsa impressione, anche se l’aggettivo è stato usato dall’enciclopedia dello spettacolo: io sono tranquillissima »), nei panni di Wolfgang Amadeus Mozart, visto come protagonista di imprese erotiche nella Parigi del 1777.

« Era una idea che mi brulicava nel capo da tanto tempo », dice Luchino all’altro capo del telefono, con voce molto spedita nella quale affiorano, più di prima, inflessioni milanesi, forse per la lunga permanenza nella villa di Cernobbio, sulle rive del lago di Como. « Vidi per la prima volta questo spettacolo recitato e cantato sulle scene parigine da Yvonne Printemps, la prima moglie di Sacha Guitry, autore del testo. La cosa più bella sono le musiche di Reynaldo Hahn, allievo di Massenet, fortissimo in Mozart. Quando Marcel Proust, che ancora era nessuno, scrisse il suo primo libro, I piaceri e i giorni, per facilitarsi il successo commissionò una prefazione ad Anatole France, le illustrazioni a Madeleine Lemaire e quattro pezzi per pianoforte all’amico Reynaldo ».

« Fu un successo? ».

« Macché. Jean Lorrain, un giornalista un po’ nervoso che si piccava anche di letteratura, ne fu così disgustato che gli mandò i padrini. Quella volta Proust fu costretto a battersi alla pistola, dando prova di grande coraggio. Le musiche del Mozart sono tuttavia molto belle, e la nostra Adriana dovrà cantare alcune arie. Credo sia la prima volta che canta, e lo fa molto bene. Come credo sia anche la prima volta che fa un personaggio maschile. Lei è tutta felice, ah, ah! ».

« Questo musical promette di essere molto originale, ma so che lei ha molti altri progetti. Non teme di affaticarsi troppo? ».

« Affaticarmi? No. Che dice. Anzi, devo affaticarmi. Cioè devo fare molto moto. Per motivi di recupero, s’intende. Bisogna assecondare i medici. E vincere l’innata pigrizia con esercizi ginnici giornalieri, lei sa come vanno queste cose. Ma i progetti non mancano, anzi, alcuni sono più che progetti. Per esempio la regia  dell’Oro del Reno alla Scala è già in fase di allestimento. E per Spoleto ho pensato alla Lucia di Gustave Charpentier, quattro atti. A Parigi la prima fu un trionfo. Ma adesso, caro amico, devo salutarla. Se avrà pazienza potremo rivederci. Qui è molto bello. C’è silenzio e anche un po’ di sole ».

« Credo che avremo d’ora in poi un nuovo Visconti », dice da parte sua Adriana Asti, non appena il clic dell’apparecchio segna la fine del breve abboccamento.

« In che senso? ».

« In questi ultimi giorni, frequentandolo, ho imparato a conoscerlo. E mi sono resa conto di quale abisso ci sia dal Visconti di cinque mesi fa, quando eravamo a Bad Ischl, in Austria, a girare le ultime scene del Ludwig, e quello di oggi. Era un uomo testardo, cocciuto. Un uomo che andava dritto al suo scopo, senza mai voltarsi indietro, sereno in una corazza di invincibilità. Inossidabile. Anche il suo cinema rifletteva questi aspetti della sua personalità. Della salute stessa non si curava. Benché un anno prima avesse avuto un piccolo presentimento (sentì all’improvviso il braccio sinistro appesantirsi, e questo è un sintomo rivelatore di future complicazioni), non dette retta al medico che gli aveva prescritto alcune gocce da prendere di tanto in tanto. Disse che gli dava fastidio portarsi il piccolo flacone in tasca. Che gli si rovesciava e gli sporcava l’abito (lui, così meticoloso). Fumava tanto, caspita come fumava. Riteneva, ovviamente, che certe cose possono capitare agli altri, non a lui. È abbastanza naturale, in certi temperamenti. E continuava a fumare, una sigaretta dopo l’altra. Io, nel Ludwig, facevo una particina, veloce come una freccia: quella di una attrice ungherese, Lila Von Bulowski, una delle pochissime donne che si conoscano a Luigi di Baviera oltre alla cugina Sofia, sorella di Sissi, che poi era Elisabetta, la futura imperatrice d’Austria. Quel film, a Luchino, era entrato nel sangue. Ne aveva fatto una storia disperata: la tragedia di una solitudine. Diceva sempre: questo Luigi di Baviera non è un personaggio di operetta. come crede la gente, vizioso e capriccioso. Era stato, da piccolo, un bambino infelice. Non aveva avuto affetti, neanche dalla madre, che gli aveva preferito il fratello Otto, che riuscì ancor più matto di lui. Diceva: è un film troppo serio. Qui non posso sbagliare. Chissà che non sia stato questo accesso di tensione a far precipitare le cose. Quando ebbe il collasso (stava in un albergo, a Roma, con Suso Cecchi d’Amico e un produttore inglese), fu un brutto colpo anche per noi. E poi, le notizie che si sparsero subito dopo; Visconti spacciato. La gente fantasticava. Poi, per fortuna, il male fu ridimensionato. Si seppe che il braccio e la gamba sinistri erano rimasti paralizzati. Ma il cervello continuava a funzionare bene. L’organismo, nel complesso, aveva retto ».

« E il morale? ».

« Ecco, è lì che dico che la malattia non è stata del tutto inutile, anche se grave. È stata una scuola di dolore. Lui prima non sapeva cosa fosse il dolore. Ignorava del tutto l’umiltà. Ed ecco che si vede nelle condizioni di dover ricorrere all’aiuto di qualcuno per compiere le piccole cose d’ogni giorno; dover accettare l’idea di essere ammalato; dover fare quello che gli prescrivevano i medici. La ginnastica rieducativa. All’inizio deve essere stato uno scontro di giganti: lui e il male. Poi, poco a poco, è subentrata, all’esagerazione, la pazienza. L’umiltà. Vedrete, vedrete. Un altro, vi dico. Vuol cambiar vita. Ha cambiato anche casa. Una casa sulla collina Fleming, accanto a quella della sorella Uberta. Una zona che è un viavai di attori, di attrici, registi, operatori. Così li avrà tutti vicini. E non dovrà affaticarsi. È un attico. C’è una terrazza con fiori e verde. Grandi tende bianche. Tutti mobili moderni. Non gli piacciono più gli arredi pesanti della vecchia casa di via Salaria. Ama la luce, il sole. Non più le tenebre, l’equivoco. L’ambiguo. Ed è tutto un brulicar di progetti ».

(dall’intervista di Filippo Raffaelli)

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