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Paolo Stoppa e Rina Morelli in La Locandiera di Goldoni, regia di Luchino Visconti

Paolo Stoppa e Rina Morelli in La locandiera di Goldoni, regia di Luchino Visconti (foto collezione privata)

Firenze, 3 maggio 1953.

Si è parlato a lungo, da ogni parte, dell’edizione della Locandiera curata da Luchino Visconti con la Compagnia stabile di Roma e presentata per la prima volta a Venezia, durante l’ultimo Festival Internazionale del Teatro. Riascoltarla ieri sera alla Pergola, dopo un lungo corso di repliche che ha contribuito a livellarne certe asprezze e a saldarne il meccanismo, ha significato confermarci nel nostro giudizio, che fu quello di una ragionata adesione al puntuale lavoro di disanima compiuto da Visconti sulla commedia.

Se assurda potrebbe considerarsi oggi ogni pretesa di “rivelare” Goldoni, utilissima si presenta invece una lettura libera dalla tradizione depositatavi, che ha finito per spostarne i rapporti, alterando l’umanità stessa di quei personaggi, il costume e il significato della loro storia. Una simile riproposta del teatro goldoniano, seppur non sia aliena di rischi, può rivelare — e ha rivelato — certe carenze culturali nei difensori stessi di quella tradizione, che solo si son trovati a possedere delle immagini costruite, citazioni, rievocazioni, talché oggi, dietro la revisione hanno faticato a rintracciare i propri feticci. E per restituire il commediografo veneziano alla verginità della sua lettera non si trattava affatto, ovviamente, di struccarlo di parrucca e di cipria, di cancellarne i nei: cercarlo voleva dire, ora, scrutare oltre quel buonsenso e quella saggezza, far vibrare per tutta la durata le corde di quel velato umorismo, che troppo a lungo si è interrotto nella smorfia e profumato nell’inchino.

Ci si dimostra, allora, un personalissimo candore illuminista, una discrezione rivoluzionaria, lo spirito d’un autore che una “riforma” opera sì, nella commedia, contro le cristallizzate situazioni e i personaggi ormai formali della commedia dell’arte, ridotta ad essere sola divagazione cortigiana e solo fenomeno di nomade funambolismo, ma altresì instaura in quelle sue commedie “scritte” la vicenda autentica, argutamente osservata, e odorosa ancora di sale e di cordame di barche, di tutta una folla di pescatori e di mercanti, di cavalieri e di nobili caduti in miseria, di bottegai e di massaie, di artigiani, di dame, di servette. Goldoni dunque senza etichetta, estremamente musicale solo perché estremamente musicale è la lingua della sua gente « democratico — come notoriamente ha scritto Gramsci — prima d’aver letto Rousseau e della Rivoluzione francese ».

Nè importa se il commediografo veneziano non ne fosse sempre consapevole. Sta di fatto che nel realismo goldoniano si rintraccia infine la più garbata, la più serena, la più accettabile satira di tutto il teatro, contro un mondo parassitario, contro un’aristocrazia impoverita anche nel sangue e nelle idee. A proposito di consapevolezza, torna in mente la definizione di “commedia pura” data a questo teatro. E se anche, poi, lo fosse? Se nessun altro interesse umano — nessuna polemica diremmo oggi — avesse sostenuto lo scrittore di quelle commedie, tranne la opera stessa? Storicamente quel teatro ribadisce la sua vitalità, e la rinnova secondo l’animo e gli uomini e il secolo, come è virtù dei classici, per l’impegno umano che vi s’è andato svelando e per la sua eccezionale misura, e per la sua grande schiettezza.

Per tutto questo, non appare inutile — pur se il tentativo non in tutto sia riuscito — riportare Goldoni a un grado di rivelazione diretta, di chiarezza che ce lo avvicini senza mistificazioni e lo affidi soltanto al rigore della parola, senza arbitrii che la soffochino. Riguardo appunto alla Locandiera, è stato detto che la lineata regia di Visconti toglie l’aria intorno ai personaggi. L’aria, ma non il peso specifico di queste figure e delle loro voci che trillano. Noi crediamo, tuttavia, che raramente altri testi, e non solo goldoniani (ce ne sono di maggiori, fra questi), presentino un gioco più serrato e totale, sicché il teatro ne è pieno e la commedia perfetta, e vuoti non restano per speculazioni e fraseggi. Arriviamo così ad affermare che la presente edizione, a parte certe non gravi snodature, non appare un’edizione critica, ma la più osservante.

(…)

L’esecuzione che abbiamo ascoltata ieri sera alla Pergola, se è apparsa più omogenea rispetto alla “prima” veneziana, ha perduto anche quello scatto nervoso che vibrava nel progredire delle battute. Rina Morelli, esile Mirandolina non ortodossa alla tradizione, ha vissuto nei nervi e nello stridore, in una assidua alternativa di contrasti, sempre vigile e mobilissima; e questa tensione continua, questo sforzo di muscoli e delle corde, conferma l’alta classe della nostra attrice, che ha plasmato — questo sì — una locandiera personalissima. Altro discorso, però, se cerchiamo nella sua personcina prosciugata, nei suoi misurati lanci, nelle sue convulse risatine, la Mirandolina naturale di Goldoni, tutta interesse e tutta seduzione.

Nè Paolo Stoppa è apparso un Marchese di Forlimpopoli sempre controllato, indotto com’è a gravare certi accenti e a sottolinearli fino a compiacersene. Troppo giovanilmente agonistico, d’altronde, Marcello Mastroianni come Cavaliere di Ripafratta (a Mastroianni nuoce spesso, peraltro, quella sua dizione agra e non duttile). Più attendibili, nel suo eloquio ampollosamente liscio, Gianrico Tedeschi nei panni del terzo gentiluomo, lo spendaccione Conte d’Albafiorita. Il Fabrizio modellato da Giorgio De Lullo concede a una balorderia non sempre credibile né opportuna; ma sempre resta ammirevole tuttavia, la chiarezza cristallina con la quale il nostro attore scandisce da sempre il suo teatro. Cordialmente gradevoli le due “commedianti” create da Rossella Falk e da Flora Carabella.

Delle tre scene, dovute allo stesso Luchino Visconti e a Piero Tosi, la prima e la terza appaiono ispirate a una distesa, aerea toscanità, tonalmente bene individuate entrambe, la prima costruita sull’apertura di un vasto panorama, mantenuto su calde gradazioni di colore; l’altra ventilata d’azzurro attraverso due larghi finestroni sullo sfondo e una fila di panni tesi (scena che è stata anche applaudita), mentre quella centrale non ha trovato adeguato respiro nella realizzazione.

Il pubblico non ha nascosto un certo suo disorientamento, specie all’inizio; ma, via via che lo spettacolo si svolgeva, la sua convinzione è andata crescendo, tanto che alla fine gli applausi sono stati lunghi e vivissimi.

Oggi, di sera, prima replica.

Sergio Surchi
(dal Nuovo Corriere)

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