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Roma, 28 aprile 1973

Nella penombra di un palco, da ieri Luchino Visconti lavora al Teatro Argentina. Seduto su una poltroncina, il regista domina la scena di Tanto tempo fa, la commedia di Harold Pinter con la quale torna al teatro. Una scena inconsueta, eretta su una impalcatura al centro della platea: un quadrato di pochi metri sul quale trovano posto due divani, una poltrona, un tavolino: su due angoli di questa specie di ring, il traliccio di una porta, il traliccio di una finestra. Oggi per un paio d’ore, rimandati nei camerini i tre attori che si cimentano in Tanto tempo fa (Valentina Cortese, Adriana Asti, Umberto Orsini), Visconti si è dedicato alle luci: ha provato e riprovato con i 2000 e i 1000, i numerosi riflettori piazzati lungo gli ordini dei palchi, dando le istruzioni agli elettricisti con un microfono.

Fra un ordine e l’altro c’è il tempo per scambiare quattro chiacchiere, fare il punto su questo atteso ritorno al teatro dopo la malattia dell’estate scorsa, ricordare gli impegni che lo attendono per il prossimo futuro. Che Luchino Visconti stia bene, si sia rimesso, abbia ritrovato la forma dei tempi migliori, nessun dubbio: alle 17 si scusa con i presenti e si fa portare dall’autista (il regista è appena arrivato in macchina da una villa di Castelgandolfo) un paio di panini e una birra. Per i panini si arrabbia: va bene il contenuto, il pane no. « Voglio la rosetta, la michetta », e appena gli portano i due nuovi panini attacca a mangiare con un appetito invidiabile.

(…)

In platea c’è anche un pianoforte: é una commedia con musiche? « Il pianoforte — dice Visconti — serve soltanto da appoggio ai tre interpreti: cantano, infatti, anzi dicono, parlano canzoni di Cole Porter. Le abbiamo mantenute nella forma originale, cioè in inglese. Ho tentato di usare una versione italiana, ma Dio mio, diventavano subito roba da Festival di Castrocaro. No, meglio in inglese. Anche se non tutti lo capiranno, il pubblico però sentirà il fascino di queste canzoni. Come sentirà, anche senza afferrarlo, il fascino delle cose, dei profumi della Londra degli anni Cinquanta ».

Tanto tempo fa non è un lavoro di lunga durata: rappresentato senza intervallo, impegnerà gli spettatori per un’ora e un quarto appena: « Così chi vuole — scherza il regista — dopo aver visto la commedia può andare all’ultimo spettacolo cinematografico. Può magari andare a vedere il mio Ludwig, che mi dicono vada bene dappertutto. In Italia ha già raggiunto il miliardo e 200 milioni, a Parigi c’è sempre la fila, in Germania va ottimamente. Ho mosso gli avvocati, per i tagli che hanno fatto a Ludwig in Germania: durava tre ore, l’hanno accorciato a due ore e un quarto. Ma forse non dovevo mettere di mezzo i legali: è tanto difficile oggi realizzare un film che fa soldi; quando una pellicola li fa, lasciamola stare »

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Sulla scena di Tento tempo fa la disposizione delle luci è terminata. Visconti fa richiamare dai camerini i tre interpreti. La prova ricomincia. Il 3 maggio, grande prima: con rammarico, Luchino Visconti non vi assisterà. O, se deciderà all’ultimo momento, se ne resterà nascosto, nella penombra di un palco, come ha fatto oggi. Non si è ancora riabituato al contatto con la gente, non vuole che qualcuno possa scorgere ancora in lui i segni di una malattia che fa parte ormai dei ricordi.

Carlo Galimberti
(dal Corriere della Sera)

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