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La pellicola dura tre ore e venti – Il regista si è ispirato ai modelli della pittura dell’Ottocento – Una ricostruzione minuziosa, fino al più insignificante particolare – Burt Lancaster si muove a suo agio nel personaggio del principe siciliano – Claudia Cardinale nella parte di Angelica effonde tutta la sua bellezza

Anteprima del Gattopardo al cinema Barberini

Anteprima del “Gattopardo”. Luchino Visconti, Claudia Cardinale, Paolo Stoppa e Rina Morelli nella sala del cinema Barberini.

Roma, 27 marzo 1963

Il Gattopardo di Visconti, presentato stasera in anteprima mondiale, dura tre ore e venti. Un record di lunghezza, conforme ad una certa tendenza del cinema a dilatarsi sempre più. In futuro, gli spettatori andranno alle sale di proiezione con qualche scorta di viveri. Visconti, tuttavia, non è nuovo a simili tours de force, avendo al suo attivo La terra trema, un antesignano del lungo chilometraggio cinematografico.

La durata eccezionale, il cast di attori di primissimo piano con Burt Lancaster in testa, il fasto delle scene che spesso giunge a culmini mai visti, fanno capire il costo altissimo che la Titanus ha raggiunto per realizzare il film: tre miliardi di lire. Una somma che ha già dato luogo a vivaci polemiche fra Visconti e alcuni critici i quali imputano all’esorbitante costo di certi spettacoli cinematografici l’aria difficile che si respira nell’industria della celluloide in questo momento.

Spendaccione o no, Visconti col Gattopardo offre, prima di qualsiasi altra cosa, uno spettacolo per gli occhi, una vetrina magica in cui si susseguono quadri così rifiniti in ogni particolare, composizioni talmente ispirate ad un raffinatissimo senso figurativo, che si può stare a guardarli di per sé, come uno visitasse una fastosa galleria. Dai paesaggi esterni, in cui campeggia la terra bruciata di Sicilia, agli interni ricostruiti con la nevrotica pignoleria di Visconti fino al più insignificante particolare, Il Gattopardo è grondante di infiniti splendori visivi. Una magia che si deve anche al talento dell’operatore di fiducia di Visconti, Giuseppe Rotunno. Quale gusto e perfezione del colore, che penetra nelle sfumature più labili, con un virtuosismo di altissima classe.

Forse, persino eccessivo, come del resto era un po’ da prevedere. Se il materiale figurativo costituisce una delle attrazioni del film, esso offre anche i primi spunti critici. I modelli cui Visconti si è ispirato, sono i quadri della grande pittura realista dell’Ottocento; si pensi agli Induno, ai Favretto, come ai maestri che trionfano alla galleria Tretyakov di Mosca.

Nel ricevere quegli impasti di luci e di ombre, a volte si ha l’impressione che il regista si sia lasciato prendere la mano. Ha rivestito di un involucro prezioso, iridescente, raffinatissimo, vicende e ambienti che avrebbero chiesto una maggiore secchezza. Forse il film avrebbe guadagnato se, invece che a colori, fosse stato girato in bianco e nero. Il bianco accecante e il nero tenebroso sono i veri colori della Sicilia.

Come nel romanzo di Lampedusa così nel film il personaggio di maggiore rilievo è il principe di Salina. E qui bisogna subito dire che, senza togliere il merito degli altri bravissimi interpreti, Burt Lancaster è il grande trionfatore del Gattopardo. Al tempo in cui cercava il cast, Visconti fu incerto se affidare la parte del principe all’attore americano, un po’ troppo estraneo all’ambiente stratificato e faisandé del romanzo di Lampedusa. La scelta, invece, si è rivelata felicissima. Lancaster raramente ha dato una prova così persuasiva del suo talento. Egli si è molto appassionato al romanzo, al personaggio. Raccontano che, per calarsi dentro, ha voluto affondare in dense letture di ambiente siciliano, ha studiato la storia, i caratteri, gli umori, i sottofondi psicologici dell’isola. Indovinatissimo l’aspetto fisico. Egli risulta uomo robusto, altero, che camminando « fa tremare i vetri » dai saloni che attraversa. Gli scopettoni, i baffi, i folti sopraccigli arruffati, fanno pensare al pelo d’una fiera orgogliosa.

Il fascino del principe di Salina è nel contrappunto fra il prepotente vigore signorile, l’orgoglioso sentimento aristocratico, il piglio autoritario, e il nobilissimo animo che gli fa accettare con sorridente malinconia l’incalzare dei tempi nuovi. Il tramonto del suo vecchio mondo borbonico davanti all’avanzata garibaldina coincide con il suo declino fisico. Lancaster ha espresso come meglio non si poteva il senso di una fine che scava e corrode una quercia maestosa.

Il Gattopardo di Visconti non segue il romanzo letteralmente. Se ne discosta in più punti, e spesso l’interpreta a modo suo. L’ambiente aristocratico siciliano è molto più fastoso, opulento di quel che non figuri nel libro di Lampedusa. Il carattere della nobiltà siciliana del tempo, se viveva in una cornice monumentale, era al tempo stesso più parsimonioso e tarlato. Lo stesso Lampedusa, che nel romanzo si proietta, usava al mattino fare colazione con pane secco e acqua fresca. Visconti, al contrario, ha preferito ricorrere a tutta una gamma della sua orchestrazione tendente al sontuoso.

Ma questi sono particolari un po’ secondari. L’intervento interpretativo di Visconti si fa sentire molto di più nella tesi che egli adombra nel film. Egli amplifica e irrobustisce ciò che nel romanzo appare molto più sfumato: l’adesione trasformistica dei « galantuomini » siciliani alla vittoria dei piemontesi. Il vero telaio del film è l’illustrazione di questa operazione trasformistica  di cui Tancredi è il portabandiera e il teorico. Bisogna che tutto cambi, egli dice, perché tutto resti come prima.

Il film sovrappone al disegno di Lampedusa una interpretazione degli avvenimenti del ’60 quale è stata tratteggiata da un importante lavoro storiografico. Si potrà dissentire o aderire alla tesi, ma ciò che qui importa rilevare è che Visconti non ha voluto semplicemente raccontare una storia, ma illustrare una tesi storica.

E bisogna darle atto che, così facendo, egli ha trasportato il film su un piano che va molto più in là del semplice intrattenimento.

La parte forse più suggestiva del film, che guadagnerebbe ad essere tagliato, e parecchio, è il gran ballo finale a palazzo Gangi. La scena del ballo dura letteralmente un’ora e nell’ambiente festoso, scintillante, tra valzer, crinoline, rosoli, in cui la nobiltà di Palermo stringe la mano agli alti ufficiali piemontesi, e particolarmente al colonnello che fu in primo piano nell’azione di Aspromonte, si disegna il melanconico tramonto dei principi Salina. Claudia Cardinale, nella parte di Angelica, effonde la sua bellezza dalla nuvola bianca del suo abito da sera. La scena del ballo prepara la conclusione. All’alba, mentre gli ospiti tornano alle loro case, alcuni « cafoni », che avevano creduto di potersi impadronire delle terre dei loro padroni, vengono fucilati dalle nuove forze dell’ordine.

Stasera, al cinema Barberini, gli interpreti principali del Gattopardo erano presenti alla cerimonia dell’assegnazione dei Nastri d’argento per il 1963 che ha preceduto la proiezione del film. Claudia Cardinale, seduta tra Visconti e Stoppa, indossava un abito di seta nera lungo, alcuni fiori le ornavano i capelli. Burt Lancaster non ha potuto intervenire perché ammalato. Ha mandato da Beverly Hills molti telegrammi di scusa al regista, al produttore, agli altri interpreti.

Alfredo Todisco
(La Stampa)

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