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Parigi, dicembre 1964

Ben inteso, non condivido la visione del mondo di Arthur Miller, un mondo ove alcuno non può far qualcosa per alcuno. Dopo la caduta è, in definitiva, il lungo monologo di un uomo che cerca in se stesso di comprendere la vita, gli altri e ancora se stesso, e che non perviene a nessun risultato. Nessuna affinità, quindi, con la mia visione della vita, ma ciò non importa, perché ogni modo di pensare è rispettabile. Vivo in un’epoca ove non esistono grandi uomini di teatro coi quali io abbia qualche affinità. Di conseguenza, scelgo un uomo di teatro “tout court”. La cosa che maggiormente posso desiderare di realizzare in un prossimo futuro è una regia dei Sei personaggi in cerca d’autore, l’opera più bella di Pirandello. Ma la farei soltanto con Annie Girardot, e ci vorrà quindi del tempo. Aspetterò. In verità, consacrerei ben volentieri tutta la mia vita alla realizzazione dei testi di Cechov. Se non morirò prima, so che un giorno avrò un teatro tutto per me, e il cui programma sarà: Cechov + Cechov + Cechov. E poi, + Shakespeare e un po’ di musica. Stendhal avrebbe voluto sulla propria tomba l’epigrafe: Quest’anima adorava Cimarosa, Mozart e Shakespeare. La mia epigrafe potrebbe essere: Cechov, Shakespeare e Verdi.

Sfortunatamente, per ora io dipendo dai produttori. E un tale programma, evidentemente, essi non lo possono ammettere. In un certo senso, Miller ha ragione: è difficile comprendere ciò che passa per la testa della gente. Così di me — non ne comprendo il motivo — quando qualcuno scrive un articolo prova il bisogno di catalogarmi come « aristocratico e rivoluzionario » oppure « conte e comunista ». Sono aristocratico, è vero, ma non ci posso far nulla. Se si nasce con una gamba più corta dell’altra, non ci si può ugualmente far nulla. I casi sono due: o ci si siede in poltrona a piangere o ci si dà da fare. Mi sembra di essermi dato abbastanza da fare; di essermi sufficientemente affermato facendo appunto delle cose; di essermi sforzato, da vent’anni a questa parte, di pensare e di creare. In quanto a idee sono sempre comunista, anche se non sono iscritto al Partito. È in Francia, del resto, che ho trovato le mie idee comuniste. Si era nel 1936. Avevo trent’anni ed esordivo nel cinema, come assistente di Renoir in Partie de campagne. Provenivo da un paese fascista, ove era proibito leggere, pensare, conoscere. A Parigi cominciai a pensare. E credo di aver sempre continuato a farlo. Non sono certo costantemente d’accordo con i comunisti, ecco il motivo per il quale non sono iscritto al Partito. Ma, ad esempio, avevo una fortissima stima per Togliatti. Era un uomo straordinario, colto, interessato a ogni forma d’arte. Non ha mai mancato una delle mie « prime ». Riusciva a trovare il modo di venirvi. Discorrevamo insieme le mie opere. Lo ascoltavo sempre. Dopo la sua morte, ci si è accorti che aveva ragione su tutta la linea, non è vero? È stata una grande perdita per tutto il mondo.

Io ero per Kennedy, per Krusciov, per Giovanni XXIII. Oggi ho paura che si possa compiere dei passi indietro rispetto a quegli uomini. Ma ho anche fede: sono certo che ci dovrà essere un seguito. L’Est e l’Ovest non possono restare divisi. Il fatto che nessun colpo di rivoltella abbia bucato la testa di Krusciov è già un bene, non le pare? È un progresso. Ma la politica, per me, resta una cosa di secondaria importanza. È l’arte che conta. Far meglio, nell’ambito dell’arte, oggi di ieri. « Far meglio », per me, non vuol dire cavillare sui particolari di una regia. Mi sforzo, piuttosto, di dare un tono all’insieme, di operare una sintesi. Mi interessa soprattutto lavorare con esseri umani, cercare nel fondo di un’anima la verità che essa tenta di esprimere: quella dell’autore, quella dei personaggi, degli attori che li interpretano, del pubblico. È per questo che mi è indifferente curare una regia teatrale o cinematografica. Non dipende dalla mia scelta il passaggio da una forma di espressione all’altra. Prendo ciò che viene. Resta inteso, comunque, che il cinema è una creazione, il teatro soltanto un’interpretazione. Vi viene fornito un testo scritto in modo definitivo, al quale occorre essere il più fedeli che sia possibile. Nel cinema, invece, bisogna inventare tutto. Da questo punto di vista, è più appassionante. Ma, in ogni caso, l’essenziale del lavoro consiste nelle relazioni che si stabiliscono con gli individui.

Luchino Visconti
(dall’intervista di Sylvie Marion, Le Nouvel Observateur, 24 dicembre 1964)

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