Tag

, ,

Sarah Ferrati e Sergio Fantoni in Medea

Sarah Ferrati e Sergio Fantoni in Medea, Teatro di Via Manzoni, 6 marzo 1953

Milano, marzo 1953.

Uno spettacolo firmato da Luchino Visconti costituisce sempre occasione per discutere, magari per dissentire, in ogni caso per trovare una riconferma alla pacifica constatazione che il suo temperamento è il più “combattivo” del teatro italiano. Mi spiego. Visconti, affrontando un qualsiasi testo, non si adagia mai passivamente entro i canoni di una tradizione interpretativa, sia pur illustre e accreditata. Egli mira, in genere, a studiare criticamente un testo osservandolo sotto una luce inedita e magari violentemente polemica. Tutti ricordano come egli abbia fatto del Come vi piace di Shakespeare una “pastorelleria” a balletto in stile rococò; e più recentemente abbia conferito a La locandiera di Goldoni una impronta realistica, sottraendola al lezio un po’ polveroso di una certa convenzione risaputa. È anche vero che con il suo penultimo spettacolo, il memorabile Tre sorelle di Cechov, egli ha dimostrato di saper accettare i valori fissati da una tradizione splendente, autorevole, quella del Teatro d’Arte di Mosca, e d’altro canto era la prima volta in Italia che si assisteva ad un dramma di Cechov così scrupolosamente ricreato in base agli insegnamenti di quella tradizione. Onde anche in quel caso il risultato aveva sapore di novità. Questa ricerca di “novità” è sembrata, talvolta, provocatrice volta a “épater le bourgeois”, e non è escluso che un temperamento come quello di Visconti sia stato talora sensibile a tale lusinga. Ma è doveroso riconoscere che la sua ultima maniera è apparsa caratterizzata da un sempre più composto scrupolo critico nei confronti dei testi, a cui ha fatto riscontro un minor compiacimento per la decorazione fine a se stessa.

La Medea di Euripide, che Visconti ha presentato in questi giorni al Manzoni, presentava un singolare motivo di interesse. Era infatti la prima volta che il regista affrontava la tragedia greca. L’attesa non è rimasta delusa. Visconti si è studiato di imprimere alla tragedia un’impostazione che si differenziasse da quella consueta. Come si sa, il punto più controverso nell’interpretazione dei lavori greci è dato dal coro. Parlato o cantato; all’unisono o affidato a singole voci? Visconti ha nettamente dimostrato di preferire la dizione al canto (rigorosamente bandito dallo spettacolo), di preferire la frantumazione delle strofe alla scansione unisona. Questo fatto si spiega benissimo; mediante la constatazione che il regista ha voluto, con interpretazione alquanto insolita, la Medea, al pari della Locandiera, in chiave realistica. Ad apertura di sipario, non ci troviamo quindi di fronte ad una scena di tipo astratto, che si colleghi più o meno vagamente alla classica scena greca, ma di fronte ad un paesino dalle case bianche, stagliate contro l’azzurro del cielo ed arrampicate su un dorso di collina, solcato da viuzze strette a scalinata. Visconti ha visto, con la collaborazione dello scenografo Mario Chiari, la Grecia evocata da Euripide attraverso la fantasia, diciamo, di un Carrà (il penultimo Carrà); l’ha vista come una terra dall’arcaica civiltà pastorale (i richiami ad un’attività pastorale sono evidenti in alcuni tra i costumi, non tutti lodevoli, ideati da Chiari). In conformità con questa visione storicizzata, realistica dell’ambiente e dei personaggi, Visconti ha impostato la recitazione. E ha immaginato un coro di donne corinzie, le quali si avanzano e si ritraggono, in ordine sparso. Il coro è diventato quindi, nella realizzazione di Visconti, come un diffuso commento di comari, che assistono, partecipi e sgomente, al precipitare della situazione.

La concezione è senza dubbio nuova, stimolante ed entro certi limiti accettabile. Sopra tutto se si tiene conto che la traduzione usata era quella, in prosa, di Manara Valgimigli. Certo che  un simile avvio e un simile linguaggio piuttosto dimesso hanno portato spesso tutta la recitazione sul piano di una conversazione borghese, la quale lascia alquanto perplessi, anche se è arcinoto che il respiro di Euripide è ben più sommesso che quello di Eschilo, cioè più vicino al respiro di noi moderni. In ogni caso, mette conto di notare che la Medea di Sarah Ferrati è risultata assai più composta nello stile di quella da essa già interpretata, anni or sono, al Teatro Olimpico di Vicenza con la regia di Guido Salvini. All’ampio prestigio della protagonista ha fatto riscontro lo slancio di Giorgio De Lullo nel racconto del servo, la severa compostezza di Elena Da Venezia come corifea, il decoro di Sergio Fantoni (Giasone), di Memo Benassi (Creonte) — Benassi all’inizio dello spettacolo aveva avuto una sua colorita beneficiata personale con un monologo di Cechov, Il tabacco fa male —, di Gianrico Tedeschi (Egeo), e di tutti gli altri, diligenti fanciulle del coro comprese.

Non so, concludendo, se questa interpretazione di una tragedia greca possa aprire una strada nuova. Sotto tale aspetto, era assai più fertile l’interpretazione che Strehler diede dell’Elettra. Penso che l’episodio sia destinato a rimanere ristretto in se stesso e privo di conseguenze; ma sarà comunque stata l’ennesima prova del talento e della volontà di rinnovamento di un regista, il cui lavoro ho la sensazione si sia scontrato stavolta con notevoli impacci di natura tecnica. Questa desta l’impressione d’esser stata concepita in un certo modo e d’esser rimasta, sul piano dello spettacolo, allo stato parzialmente intenzionale. La scena, per esempio, suggestiva in sé, essendo stata troppo giocata in profondità, ha reso problematici e rachitici i movimenti delle comparse (armigeri, ecc), di cui Visconti ha daltronde fatto un certo abuso. In certi momenti in scena si affollava un numero di persone triplo di quello che essa avrebbe potuto ragionevolmente contenere. Ciò è andato a detrimento dell’armonia figurativa, che invece è apparsa notevole nelle varie disposizioni del coro. Allo stesso modo nel finale la risoluzione “soprannaturale”, con l’apparizione di Medea che si rivolge a Giasone dal cielo, assisa in un cocchio magico che la sottrae alla sua vendetta, è risultata approssimativa dal punto di vista tecnico, anche se concepita in base ad un letterale richiamo allo spirito “mitologico” dell’opera.

Comunque, anche questo terzo spettacolo del Visconti 1952-53 ha confermato la funzione precisa cui la Stabile da lui diretta assolve nel quadro della scena italiana.

Giulio Cesare Castello
(Festival) 

Advertisements