Tag

, ,

L'innocente (1976)

L’Innocente (1976)

Roma, gennaio 1976.

Nel grande teatro di posa dove si gira L’Innocente c’è aria di smobilitazione. Laura Antonelli ha concluso il suo lavoro già dalla vigilia di Natale. Restano da girare soltanto un paio di scene con Giancarlo Giannini e Jennifer O’Neill e qualche inquadratura di raccordo. Tra una settimana, nel pieno rispetto dei piani di lavorazione, senza aver « forato » di un solo giorno, come si dice in gergo quando le riprese straripano oltre i tempi di previsione, Luchino Visconti ordinerà l’ultimò ciak del film. Ce l’avrà fatta anche stavolta, a dispetto di tutto. « E di qualcuno », aggiunge lui.

Dall’estate del 1972, quando un attacco di trombosi gli paralizzò la parte sinistra del corpo, è il secondo film che Visconti dirige inchiodato a una carrozzella da invalido. Quell’affronto l’ha soltanto umiliato ma tutt’altro che domato! « Sono invalido, ma non più di tanto », dice spavaldamente, battendo il pugno destro sul bracciolo della poltrona. « Non sono né inagibile al lavoro né rimbambito ». Mi informano che s’è alzato alle sei, che fuma sessanta sigarette e prende non meno di quindici caffè al giorno. Dopo novanta giornate di lavorazione tra la Lucchesia e Roma, la troupe appare un po’ stanca. Ma lui no. « Io sto seduto », dice amaro.

Incominciamo l’intervista partendo da D’Annunzio. L’Innocente è tratto dall’omonimo giovanile del poeta e scrittore pescarese, il più vituperato e controverso dei letterati italiani. « Perché D’Annunzio e perché L’Innocente? », domandiamo a Visconti.

« Perché no? D’Annunzio è stato ingiustamente trascurato per tanti anni. È stato un grande poeta e spesso eccellente scrittore. Lo trovo mediocre soltanto come uomo di teatro. Le sue tragedie sono obiettivamente un disastro. Moravia e Pasolini hanno invece additato al pubblico ludibrio la sua intera opera, ma io non sono affatto d’accordo. Come uomo di cinema, tra l’altro, apprezzo D’Annunzio anche come fonte di spunti cinematografici. Uno di questi è senz’altro L’Innocente, che per la verità non è neppure farina del suo sacco. D’Annunzio ne ha letteralmente plagiato l’idea e le situazioni da una novella di Maupassant, La confession, che è appunto la confessione di un uomo che, morendo, rivela di aver ucciso un bambino esponendolo all’aria fredda della notte. Il “vate” era un autentico scippatore. Ha rubato un po’ da tutti i suoi contemporanei: Maupassant, Tennyson, Swinburne ».

Ma D’Annunzio nell’Innocente non fa morire il protagonista. È lei, Visconti, che l’uccide nella sua versione cinematografica. Ci sono state anche delle polemiche per questo arbitrio.

« Sì, è vero. Nel film faccio suicidare Tullio Hermil, il protagonista in cui D’Annunzio impersona un mito che gli stava a cuore, quello del superuomo. Oggi chi accetterebbe più un eroe cinematografico o letterario che si vanta di non temere né la legge degli uomini né quella di Dio? I superuomini, oggi, vanno uccisi ».

Forse basterebbe non prenderli in considerazione, scegliere un altro spunto letterario, fare un altro film.

« Perché, se quello dell’Innocente di D’Annunzio è valido cinematograficamente? Il film è opera autonoma, il mio Innocente uscirà con la doverosa menzione “liberamente ispirato al romanzo omonimo di Gabriele D’Annunzio”. Ma è tutto quello che devo a lui e ai dannunziani. Dopo aver commesso l’infanticidio del bambino che sua moglie Giuliana ha avuto dalla relazione con un altro uomo, Tullio, per me, non poteva concludere qui la sua storia, come avviene nel romanzo. Nel film la conclude sparandosi molto gelidamente, molto intellettualmente. Un suicidio intellettuale. Come autore cinematografico mi sta bene così. D’Annunzio non è mica il Vangelo! Figuriamoci. ho ritoccato Mann, che è il mio autore preferito, e non posso ritoccare D’Annunzio? ».

A questo punto non capisco se lei l’ama o lo detesta D’Annunzio.

« Il poeta e lo scrittore D’Annunzio li ammiro. L’uomo l’ho sempre profondamente detestato. La sua retorica, il suo vitalismo, il suo culto nietzschiano del superuomo hanno offerto molti spunti al fascismo ».

L’ha conosciuto personalmente?

« No. Ho conosciuto soltanto qualcuna delle sue innumerevoli donne ».

(…)

Laura Antonelli sarebbe piaciuta a D’Annunzio?

« Accidenti! L’avrebbe fatto impazzire con quel seno e con quel sedere. Laura è molto dannunziana. Il vate le sarebbe saltato subito addosso. Tra l’altro ho scoperto che somiglia molto a Barbara Leoni, la donna di D’Annunzio negli anni in cui scriveva L’Innocente. Sta molto bene Laura nei costumi 1890 del film e sono molto soddisfatto della sua prova. Non è una grandissima attrice, ma è molto sensibile ».

Ma è vero che per il ruolo di Giuliana in L’Innocente la sua prima scelta era caduta su Romy Schneider?

« Sì, ma era incinta. Allora ho pensato a Charlotte Rampling, ma era impegnata. Anche per la parte di Tullio volevo Alain Delon. Poi è prevalso il criterio produttivo di un cast di protagonisti italiani più la Jennifer O’Neill per il mercato americano. Sono contentissimo di tutti e tre. A conti fatti, meglio non poteva andare ».

Tutti parlano della scena del ballo a Palazzo Torlonia durata una settimana: 250 comparse, tutte splendide donne, quasi tutte altissime e di timbro aristocratico. Ma come ha fatto a trovare queste dame tra le comparse di Cinecittà?

« E difatti non le ho trovate a Cinecittà, dove in chiave femminile prevale la coscia corta e il tipo tracagnotto. Le comparse le ho trovate nella mia famiglia. Ho telefonato alle mie sorelle e alle mie cognate e mi sono fatto mandare le loro figlie e nipoti. Siamo riusciti a ricostruire l’atmosfera dei grandi balli fine secolo che piacevano tanto a D’Annunzio e che lui descriveva con impareggiabile maestria come cronista mondano per La Tribuna e le Cronache bizantine ».

Pare sia stata una gran faticata per la troupe, e forse anche per lei…

« No, per me no. Io, più lavoro più sto bene, anzi, ormai sono me stesso soltanto quando lavoro. Quando non lavoro vengono fuori tutte le magagne, incomincio e sentire tutti gli acciacchi, che non sono pochi, e con loro arriva anche la mortale malinconia per quest’affronto, per questa condanna. Per questo intendo ancora lavorare, continuare a farlo anche con maggiore intensità di quanto è stato fino adesso. Dopo il doppiaggio dell’Innocente riprenderò il mio vecchio progetto di fare un film dalla Montagna incantata di Thomas Mann. Medito anche una biografia cinematografica di Zelda, la turbinosa compagna di Scott Fitzgerald. E ancora altri progetti, altro lavoro. Devo e voglio lavorare, perché sono vivo, perché quel maledetto embolo non mi ha domato. Sono solo un infermo. Non un rimbambito ».

Renato Barneschi
(estratto dall’intervista pubblicata su Oggi Illustrato, 12 gennaio 1976) 

Advertisements