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L’altro giorno, alla Galleria dello Zodiaco, c’era una mostra personale di Zavattini. Piccoli quadretti, colori smorti, acquarello e olio, in miscuglio intelligente e incorniciati tanti preti, signori grassi e dame alla Boldini. Pensavo: questo è Zavattini. Metà pittore, metà critico; metà scrittore, metà caricaturista; un pizzico di genio, molta buona volontà, molta più fortuna. Mi diceva di lui un amico: è un industriale delle idee. E, in un certo senso almeno, ciò è verissimo. Quello che più sorprende in Zavattini è infatti l’organizzazione, la maniera fluida con la quale sa mettere insieme le trovate per combinare una storia ad effetto, di quelle che piacciono ai ricchi ed ai poveri, insieme. Indubbiamente è un pregio; un’arte, come è arte il saper ben cucinare.

In pittura, in letteratura Zavattini è quello che è: sta nel mezzo, senza eccessivi voli, senza pregi particolari, non inquieta nessuno, lascia il suo pubblico abbastanza soddisfatto. Se non facesse del cinema il suo nome rimarrebbe probabilmente di quelli destinati al corpo 6, o, come ricorda il suo amico de Libero, a restare incisi, come è infatti, sui banchi di scuola di un qualunque liceo di Alatri. Zavattini ha, comunque, un suo fascino, il fascino dei tavolini delle trattorie seminascoste dove si ritrovano gli amici romani, pittori, scrittori, poeti in vena di confidenze fluide e annoiate. Là in mezzo, lui che non è nemmeno romano potrebbe ritrovarsi e mettersi a parlare come certi suoi personaggi minuscoli di Parliamo tanto di me, con successo sicuro.

Il suo nome nel cinema fu quasi scoperto retrospettivamente. Quando si parlava di Sciuscià, chi non voleva credere al miracolo improvviso, ricordava che già con Quattro passi tra le nuvole era nato il recente neorealismo italiano: e in Quattro passi tra le nuvole c’era stato Zavattini come sceneggiatore. Allora si rispolverano quei suoi minuscoli libri che giacevano in fondo ad un cassetto, e si risuscitarono le annate de Il Tempo con le cronache cinematografiche di Za, e si dimenticarono i vari Canto ma sottovoce che pure proprio lui aveva concepito come soggetto e poi sceneggiato. Il resto, è storia troppo recente, storia assai spesso riscritta in caratteri di scatola, su giornali e riviste. Da De Sica a Visconti, Zavattini è stato lo scrittore più attivo del nostro cinema, direi quasi il più illustre. E, a Visconti, se non altro, ha dato popolarità, rompendogli quella specie di « turris eburnea » nella quale lo avevano rinchiuso produttori ed esercenti. Quanti film preparati e lasciati a metà per motivi poco chiari, quanti altri terminati e tenuti sempre al chiuso vuoi per ragioni di guerra (Ossessione) vuoi per motivi di semplice cassetta (La terra trema)!

Bellissima rompe in un certo senso la falsa tradizione di Visconti regista da cine-club, ridà aria a un regista che dell’aria, del sole, della vita e della lotta ha fatto il suo mondo poetico, il suo mondo attivo. Ma Bellissima intendiamoci, non è La terra trema. Non ha quel respiro profondo, quella forza poetica, quella struttura da romanzo. È quasi un raccontino, un filmetto dalla esile trama, diretto da un regista di polso. Un raccontino descritto da un romanziere, con gli accenti umani di un personaggio compiuto, e poi soffocato da troppe macchiette. Maddalena Cecconi ha un bimba; vuole che questa sua figlia esca dal chiuso di certi cortili sempre in chiasso, da certi casamenti troppo confusi. Vuole la celebrità per sua figlia, per lei quello che desidera per se stessa. Il cinema è una scusa, un pretesto, il primo che le capita sottomano visto che la sua età è questa di oggi, di cinema e di romanzi a fumetti. Scopre così con gli occhi della realtà, un mondo che sino ieri le era sembrato incantato, magia del XX secolo, oasi felice in mezzo ad un mondo infelice. E la scoperta è delusione: delusione per chi si era fatta gli occhi sopra i giornaletti illustrati o aveva sognato avanti al telone di un cinema di periferia. Questa scoperta è il film di Visconti; l’indagar con occhi sicuri dentro la vita degli uomini, prendendo a protagonista una famiglia semplice, spontanea; gente che ha della vita una visione di lotta, di progresso e di attivismo. Non i barboni di De Sica, accomodanti, superficiali, impotenti il più delle volte e rinunciatari; ma gente sicura, che ha un programma da svolgere anche se poi questo programma riserva delle delusioni, degli arresti, degli sconforti. Gente vera, sin troppo vera.  E quella Cinecittà vista tra impalcature e polvere, con il sudore dell’estate, la confusione degli operai, la trascuratezza degli « artisti » sempre pronti a ridere delle miserie degli altri, ha un valore di testimonianza e di polemica: altro che aria malsana della Hollywood di Billy Wilder (Sunset Boulevard) pronto non a denunciare ma ad affogare nello sporco e nel malandato (nel senso di andato a male). La trama è svolta in maniera un po’ sciatta come racconto, certi personaggi sono solo delle caricature alla Zavattini, certi fatti vengono narrati dallo stesso Visconti con malcelata freddezza. Ma a tratti il film prende un respiro così ampio che dà uno stile a tutto il racconto, e si tratta di uno stile particolare, vivo, misurato. Quella scena sul fiume è spontanea (ma quell’accenno alla madre, agli abbracci che non ha ricevuto, detto così senza ragione a una donna troppo semplice è fuori posto, quasi ridicolo) quel pianto dentro la cabina di proiezione è sincero, quella inaspettata rivelazione di rassegnazione della giovane Iris « attrice neorealista », appassionante, la tristezza di quel cortile ammassato come un vespaio con il cinevarietà, troppo vera, reale, spietata. Visconti non ci ha dato il grande film, ma ha fatto un film che lo rende al pubblico con tutti i suoi difetti e i suoi pregi, che lo fa popolare e conoscere proprio da chi deve conoscerlo. cioè da un pubblico che non sia, per carità, quello dei quartieri alti, che lo ama perché lo ritiene un raffinato, e Dio mi perdoni in che senso usa questa parola.

Edoardo Bruno
(Filmcritica, gennaio 1952)

 

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