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Luchino Visconti sulla porta della casa di Meursault (foto Angelo Frontoni)

Algeri, febbraio 1967

« Non sono disposto a mentire per darvi ragione », dice semplicemente lo Straniero. Non è uno schizofrenico, non è neanche un nevrotico, anzi è un uomo perfettamente normale che però non accetta di semplificare la vita e non chiede scusa alla società che ha offeso. In tutta la letteratura contemporanea, secondo me, non c’è un eroe più attuale di questo.

Oggi noi teniamo d’occhio i giovani, dietro la loro disordinata protesta scopriamo ragioni che ci trovano consenzienti, insomma ammettiamo che c’è qualcosa di giusto e di logico nel loro rifiuto delle vigenti regole. Però c’è una cosa da dire: il personaggio che esprime meglio la mentalità dei giovani d’oggi appartiene già alla generazione dei padri, il vangelo del nuovo anticonformismo lo ha scritto un uomo che era nato prima dell’altra guerra.

Anche per questo motivo, naturalmente, m’interessa fare un film sul romanzo che Camus scrisse venticinque anni fa. Oggi il personaggio risulta certamente meno scandaloso di allora, quando s’impose con un discorso culturale e morale completamente nuovo, eppure i giovani leggono molti di più Lo straniero oggi che vent’anni fa, e forse lo amano più di quanto non l’amassimo noi allora.

Il suo significato resta simbolico, e la vicenda potrebbe essere ambientata dovunque. Ma il cinema non può rinunciare all’ingrediente realistico, e traducendo in immagini un testo letterario non può prescindere da un lavoro di ricostruzione. A me è sembrato inevitabile mantenere la vicenda nello stesso luogo e nello stesso tempo in cui l’aveva immaginata Camus: l’Algeri coloniale del ’38, o del ’39.

Quell’Algeri non c’è più. Il quartiere di Belcourt, uno dei centri della città “pied noir”, sarebbe quasi irriconoscibile anche per tanti francesi che vi sono nati e che vi sono cresciuti. Per la rue de Lyon, dove Camus abitava e dove collocò anche la casa del suo personaggio, adesso circolano vecchi algerini in djellabah e donne con il piccolo velo bianco sul viso. Sulle insegne dei negozi i caratteri latini sono scomparsi, in tutto o in parte. Nella vecchia scuola comunale di rue Aumerat, dove lo scrittore fece le elementari, adesso ci vanno solo bambini arabi. È facile ritrovare, sopra il porto, gli uffici dello spedizioniere marittimo presso cui trovò impiego anche Camus dopo il liceo, e i vecchi mobili sono probabilmente gli stessi. Ma sarebbe impossibile scovare, da qualche parte, una sola vecchia bandiera francese da far sventolare di nuovo sul pennone della capitaneria o sopra l’ammiragliato.

Il mondo dello “straniero”, che è poi il mondo del “pied noir” Albert Camus, va ritrovato quindi a piccoli frammenti. In rue Lyon, che adesso non si chiama più così, ha il nome di un martire della libertà algerina, è scomparso naturalmente il vecchio pavé, e non ci sono più le rotaie del tram. Ma vi ho ritrovato, tale e quale, il vecchio bar Pierrot, e anche il negozio di tabaccaio descritto da Camus nel romanzo. Non è cambiato nulla, o quasi, nella prigione di Barberousse, il grande fabbricato giallo che sovrasta la Casbah, ma si capisce che qui l’immagine di un Meursault rinchiuso nel braccio della morte risulta un po’ sfocata: prevalgono i ricordi recenti di tutto quello che è avvenuto qui durante i cinque anni di lotta tra francesi e algerini.

In un vecchio magazzino ho ritrovato le cabine di legno che ai tempi di Camus si allineavano in fondo al molo, proprio sotto il faro verde: era lì che i ragazzi di Algeri andavano a fare il bagno, i francesi da una parte e gli arabi da un’altra. È proprio sul molo, davanti a queste cabine popolari, che avviene l’incontro fra il protagonista del romanzo e Marie Cardona.

Tutta la vicenda si svolge ad Algeri, salvo quelle prime pagine ambientate a Marengo, con la morte della madre e i suoi funerali. L’ospizio di Marengo, a un’ottantina di chilometri da Algeri è rimasto come allora, a parte il fatto che adesso vi sono ricoverati solo vecchi arabi: non c’è più un francese, nel villaggio, e molti hanno portato via anche i morti, vuotando le tombe di famiglia nel cimitero.

Gli amici di Camus che ancora vivono qui mi hanno portato sulla piccola spiaggia, vicino ai Bagni Romani, dove è ambientata la rissa e l’uccisione dell’arabo. Ormai le nuove costruzioni a picco sul mare hanno reso il luogo irriconoscibile. Il fatto di sangue dovrò ricostruirlo altrove, in un tratto di spiaggia più deserta, oltre le dune di Cheragas. Ma la difficoltà principale resta quella di mettere nel film un’umanità “pied noir” che ad Algeri non esiste più.

La ricostruzione cinematografica pone poi un altro problema. Facendo il film oggi bisogna tener conto, inevitabilmente, di tutto quello che nel frattempo è avvenuto qui. Camus descrive gli arabi solo impersonalmente: non ce n’è uno che sia indicato con il suo nome. Perfino quello che muore sotto i colpi sparatigli da Meursault è semplicemente l’Arabo, con la lettera maiuscola. Infatti Camus ha scritto il romanzo in un preciso momento storico, e allora non c’era pietà, per gli arabi: con loro i conti si liquidavano sbrigativamente. « Voilà le raton », gridavano i francesi se ne sorprendevano uno a rubare, e spesso lo linciavano. Qui non c’è mai stato un solo francese condannato a morte per aver ucciso un arabo in una « ratonnade ». Anche per questo il personaggio del romanzo che muore sulla ghigliottina, ha un significato simbolico. Non odia la sua vittima, non la vuole uccidere, eppure gli scarica addosso quei colpi di pistola, perché inconsciamente ha paura.

Come si fa, rileggendo oggi il libro, a non vedere in quell’arabo l’immagine di un’Algeria oppressa che forse un giorno si ribellerà? E come si fa a non cogliere, nella definizione del titolo, quella particolare estraneità che un francese d’Algeria, già in quegli anni, doveva provare sia rispetto alla sua terra di nascita che rispetto alla Francia?

Girando il film nel 1967, io mi sento obbligato a sottolineare, a portare in primo piano questa presenza silenziosa e ossessionante dell’arabo, che invece Camus si limitò ad accennare. Non posso infatti dimenticare un fatto: il film si rivolgerà a un pubblico che sa perfettamente cos’è accaduto dopo, e com’è andata a finire qui la storia.

Naturalmente non ci sono intenzioni politiche, nel film che sto facendo. Se mai, ci sono intenzioni morali. Il mio è un tentativo di spiegare, anche alla luce dei fatti successivi e con il senno di poi, se si vuole, quali erano veramente i termini umani della questione, in Algeria, fra i francesi e gli altri. Non è mica un caso, infatti, se hanno vinto gli altri.

Ma per il resto non c’è bisogno di forzare la mano a Camus. Abbiamo lavorato a lungo sulla sceneggiatura, in modo da restare il più possibile fedeli al testo. Ciò nonostante, ogni volta che sorge un problema o un dubbio, scopro che val sempre la pena di tornare direttamente alla pagina scritta da Camus: la miglior sceneggiatura, per un film sullo Straniero, resta proprio il romanzo.

Luchino Visconti
(L’Europeo)

 

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