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Roma, 27 dicembre 1961.

Hanno annunciato che presto si realizzerà un film tratto dal lavoro teatrale L’Arialda di Testori. Tutti ricorderanno lo scandalo che sollevò l’anno scorso. Non dalla rappresentazione, no, che fu bella nella sua turpitudine per niente sovversiva, per niente acerba e cattiva, anzi, distintissima. Lo spettacolo fu così equilibrato, armonioso e lucente nella forma, nonostante la scura tragedia di oscenità e perversioni che si proponeva di presentare, che ben presto si produceva nell’animo degli spettatori uno strano effetto di assuefazione alla violenza verbale, e subentrava un triviale molle piacere nell’udire quella strana sintonia. Le parolacce e gli sberleffi erano così fitti e ben registrati, che veniva voglia di segnare il tempo, come al conservatorio.

Così, appena calava il sipario, c’erano quelli venuti a fischiare che fischiavano; Visconti e tutti gli attori sul palcoscenico a rispondere con le mani; quelli a fare versacci, loro a rispondere con rumori. E la stampa impazzita batteva il tam-tam, e i comitati si moltiplicavano pro e contro, mozioni, interpellanze, contro-mozioni; tutti prendevano posizione. Maestre inviperite contro intellettuali sardonici, poeti contro spretati, scrittori contro poliziotti… Da una parte la Lega degli Scandalizzati sempre più scandalizzati, dall’altra la Lega degli Scandalosi, tutti contenti di avere così scandalizzato, che a loro volta si scandalizzavano delle minacce degli altri, fino a che si giunse, come per una tregua, alla proibizione di rappresentare L’Arialda. E così, per un po’, contenti tutti.

Fu una fantasia degna di Offenbach ben più riuscita del dramma che era all’origine dell’agitazione.

Si arrivò persino alla grottesca proposta di mettere fuori legge, di abolire la Censura, istituzione tra le più benemerite della cultura e del pensiero, poiché — lo sanno anche i bambini — come le scuole dei preti fanno per ribellione dei liberi pensatori e degli innamorati della vita, così la Censura ne consacra e ne eccita l’azione. La Censura, quando non diventa dittatoriale, è il migliore eccitante dell’anticonformismo. L’Arialda era invece soltanto un dispetto, uno scherzo culturale, a parte il quale, è più che giusto che, oggi, gli uomini della cultura italiana, i produttori e gli autori cinematografici e teatrali, si riuniscano come fanno, e impongano una nuova regolamentazione dei rapporti tra censura e spettacolo.

Le opere serie davvero valorose e terribili, non hanno comunque il destino dell’Arialda: beffano la Censura e scandalizzano il pubblico. L’Arialda invece ha sortito un risultato opposto; infatti era stata scritta e messa in scena per dar fastidio a quelli che si scandalizzavano per mestiere.

Visconti che la rappresentò è un grande uomo di teatro. Ha il merito indubitabile di aver modernizzato lo spettacolo di prosa in Italia introducendovi tecniche e soluzioni sceniche che non si conoscevano: queste le trae dal realismo della scuola americana (espresso e inquadrato storicamente da Mordecai Gorelik) e le filtra, le stempera con la sua bella cultura di quadri e libri europei.

E poi, in Visconti, c’è il « morbo ». C’è l’altro piacere, dopo quello estetico, quello suo patologico della violenza, dei pugni « veri », del sangue, delle coltellate, dell’irrappresentabile rappresentato, dell’innominabile nominato; ed è ciò che impone quasi con rabbia, con un disprezzo superiore. Questa è la parte di sé che quasi sempre lo danneggia, che crea quei punti di attrazione dell’attenzione, falsi, che spostano l’attenzione del pubblico medio dai veri nuclei delle sue opere, lo rendono « sbagliato », « ambiguo », quando proprio desidera e crede di essere chiaro fino alla brutalità.

Ad esempio, Rocco e i suoi fratelli è forse una delle opere più profonde ed « edificanti » in senso morale che siano state scritte con le immagini cinematografiche. Perché l’ha voluta ridurre ad uno spettacolo « proibito » con migliaia di persone che volevano vedere o non volevano vedere quelle due scenette? Per irritare i benpensanti? Per provocare chi? Per colpire chi?

Il punto di crisi del « realismo » di Visconti è nella sua ossessione di essere « forte », « violento ». Quando poi si imbatte in uno scrittore che su questa ossessione praticamente ha impostato tutta la sua vena, dimensiona le sue nozioni culturali, coordina il suo linguaggio, allestisce addirittura una sua interpretazione del dialetto della sua città, Milano, la città dura cara a Visconti, allora non ci può essere incontro peggiore. Almeno in teatro. È l’incontro di due « manieristi ».

Il risultato di coordinazione perfetta degli elementi di un lavoro (in cui Visconti eccelle), porta appunto ad uno « spettacolo brutale », troppo perfetto e armonico, ad una specie di sinfonia di Schubert ottenuta con mezzi più volgari (« verità » del rantolo, dello schiaffo che fa male, della palpata e del bacio vero, distruzione reale della scena, ecc.), che non ha più significato d’urto per nessuno e smaschera nello stesso tempo la povertà delle sue risorse fantastiche.

In ogni caso, le Leghe degli Scandalizzati e degli Scandalosi si sono messi d’accordo (gli opposti, come si sa da Hegel, lottano abbracciati) di fare una nuova battaglia per L’Arialda, più velenosi, più sarcastici e più accaniti, sul quadrato del cinema. Lo ha annunciato Ponti: la regia la farà Lattuada, protagonista Ugo Tognazzi.

Oggi viviamo in un’epoca in cui con le patate dolci fanno il formaggio (più saporito), con gli asini il dolce (più gustoso), con il latte fanno sapone (migliore) ecc. Noi che viviamo mangiando giochi di prestigio, ci domandiamo: cosa faranno mai con L’Arialda?

Non ignoriamo che anche nel campo dello spettacolo è in corso un processo parallelo di trasformazione tra teatro e cinema e d’altronde il cinema, più di una volta, ha preparato dei bravi film da lavori teatrali un po’ meschinelli. Lo spettatore lo può constatare con il recentissimo I sogni muoiono all’alba tratto da un lavoro drammatico di Indro Montanelli. Forse con L’Arialda in edizione cinematografica siamo arrivati al punto culminante in cui il cane si morde la coda? Cioè, nella nostra saggezza tecnologica e arciscientifica, siamo giunti al limite in cui finalmente si possono ricavare contemporaneamente il formaggio dalle patate e le patate dal formaggio?

Alberto Ruggiero
(Ciak)

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