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Cronaca quasi seria

Luchino Visconti, Salvador Dali e Vivi Gioi

Luchino Visconti, Salvador Dali e Vivi Gioi

Roma, novembre 1948.

Alle 19 e 50 di domenica scorsa, io ero fermo in atteggiamento naturale e disinvolto dinanzi all’entrata secondaria della Rai di Roma, in via Montello. Ero reduce dalla visione di un film western (chissà poi perché a me debbano piacere tanto i films western?) ed aspettavo un formidabile bionda per accompagnarla ad assistere alla trasmissione di Arcobaleno. Avevo gettato un ragguardevole mozzicone di Morris Monital e mi domandavo perché fumigasse sul marciapiede con tanta insospettata autorità, quando una notevole Lancia fuori-serie scura con decapottabile chiara, seguita da una topolino chiara con decapottabile scura, sboccò da via Oslavia e con manovra perfetta, sempre seguita dalla sorellina più piccola, si arrestò con breve stridio di freni dinanzi a me. Lasciai perdere il mozzicone di Morris Monital e concentrai tutta la mia attenzione sui passeggeri che via via sgusciavano dalla lucide portiere… Vivi Gioi, in trascurato ma personale completo marrone (strano, ma mi pare che Vivi sia ingrassata ai fianchi); Rina Morelli, i serici capelli color granodasepolcro raccolti quetamente dietro la nuca, in grigio, diritta, sottile, tutta illuminata a tratti da quelle sorprese di luce che si riversano a scatti dagli occhi; Luchino Visconti in doppiopetto grigio, baffi e magnetismo di gesti e di occhiate; Paolo Stoppa, scuro scuro, i capelli tagliati corti, stanco e grassoccio più del solito; Vittorio Gassman, altissimo in quel completo di gabardine chiara terribilmente spiegazzata sul sedere, ciuffo in mezzo disordine e passo semi-olimpionico; Salce e Mazzarella, i due nuovi acquisti di Arcobaleno e… toh, guarda… quell’uomo sottile e dignitoso come un pennello non può essere che Salvador Dalí, il maestro dei sette colori… Impossibile sbagliarsi; i baffi a stringa, lunghi, cerati, ritorti, martoriati ma impeccabili lo tradiscono irrimediabilmente… Sembra a disagio… Vivi gli si avvicina… Risponde alle sorridenti impressioni di questa bionda ormai non più sotto chiave, astratto, quasi inconsapevole… Il gruppetto si avvia verso l’entrata dove un compassato usciere fa capire loro che tanta grazia non può passare dalla porta di servizio. Così Dalí, che nel frattempo si è sbottonato il corto soprabito scuro per svelarci il mistero di un doppiopetto simultaneo e una cravatta ultraista, si avvia verso via Asiago 10, portone ufficiale, magna comitante caterva. Nella redazione di Arcobaleno già li attendevano Arnoldo Foà (sei troppo bravo e ti voglio troppo bene Arnoldo perché mi lasci sfuggire la minima occasione di nominarti), Adriana Parrella (perché ti sei sposata tanto presto, Adriana?) e soprattutto il chief, Vittorio Veltroni, chelasamoltolunga. Convenevoli, sorrisi, abbracci, promesse, giuramenti e poi, via di corsa in registrazione dove un vergine disco attende di essere solcato dalle impressioni dell’onirico Dalí che un importante impegno (quale?) requisisce prima dell’ora di trasmissione. Piccola folla di ammiratori (o curiosi?) nella saletta di regia, mentre André Waga (è il fotoreporter di Radio-Roma: una vera istituzione, tanto che se non esistesse bisognerebbe inventarlo) freme dietro la triplice porta nell’attesa di fare scattare il suo obbiettivo sul gruppo. Mica perché gli interessino Dalí o Visconti: no…! Solo perché io glie l’ho chiesto. E Waga mi vuole molto bene, troppo bene per disobbedirmi. Mescolato alla folla di ammiratori della sala di regia ascolto la trasmissione. Vi riferirò dopo. Finita la registrazione Waga si precipita nell’auditorio e fa scattare la macchina. Dalí è già in posa; dopo di che il gruppo si avvia verso l’auditorio D. Ci sono tutti tranne Dalí che, chiamato prepotente dal suo impegno (quale?), si è già allontanato assolutamente indisturbato. Comunque, avendo assistito alla — come chiamarla? — scena, posso riferirvela. Dalí, all’invito di Salce, si avvicina con nonchalance all’orecchio metallico… Sembra distratto. Prima domanda: « Ci dica qualcosa dell’Italia, sulla Biennale di Venezia ». Risposta (in francese): « Sono stato così attratto dall’ammirazione delle bellezze naturali che non ho avuto nemmeno il tempo di andare a vedere la Biennale ». A questo punto Vittorio Veltroni ha lanciato al cielo le braccia ed ha accompagnato il gesto con una sentita, efficace, desolata invocazione. Dalí sembra al contrario soddisfattissimo della risposta. Seconda domanda: « Che ne pensa dell’avvenire del cinema a colori? ». Risposta (presso a poco): « Nessuna idea in merito perché io detesto il film a colori ». Terza domanda: « La sua venuta in Italia e i colori di Roma, pensa che possano influire in qualche modo sulla sua pittura? ». Terza risposta, immediata, convinta: « Oh, ça positivement oui! ».

A questo punto, durante la registrazione, il tecnico aveva dato lo stop e Dalí se n’era andato via. Nel corso della trasmissione, invece, il resto della troupe — a questo punto — esce silenziosamente dalla sala. Ed io con loro.

Fuori, sotto le stelle, la lancia nera con decapottabile chiara si rimette in moto seguita a breve distanza dalla topolino chiara con decapottabile scura di Gassman. All’angolo, la formidabile bionda cui io avevo fissato un appuntamento per farla assistere alla trasmissione, sta ancora aspettandomi. Che costanza! Mi sento piccolo piccolo. La prendo sotto braccio e le racconto tutto, avviandomi verso i chiaroscuri del Lungotevere.

Gino Magazù

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