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Roma, 15 ottobre 1954.

Un lettore vicentino mi domanda che cosa c’è di mio, per quanto riguarda il testo, nel film Siamo donne. Rispondo: l’idea del film l’ho avuta io, e sono stato il principale autore del copione, escluso l’episodio Magnani per il quale Visconti, esponendomi la storia del cane, da grembo, mi domandò solo un parere.

A proposito del film Siamo donne penso che può avere qualche interesse conoscere il materiale che scartammo per motivi buoni o cattivi, troppo lunghi a spiegarsi ora. Si tratta di racconti in varie fasi di sviluppo, anch’essi come quelli che sono stati prescelti alla fine tutt’altro che veri, nel senso giudiziario della parola, ma ispirati anch’essi da fatti o sentimenti venuti alla luce attraverso i miei colloqui con le illustri attrici; colloqui ai quali parteciparono spesso e vivamente i registi: Guarini, Franciolini, Rossellini, Zampa, e Chiarini. Sono cose che forse hanno valore per chi ama conoscere come nasce un film.

Cominciamo con tre pagine, relative alla Magnani, che lei non ha neppure letto perché le scrissi prima ancora che la Magnani ci desse la sua partecipazione che non voleva darci e che consideravo addirittura indispensabile. Sono un “ricordo” che mi aveva narrato Rossellini come autentico, almeno nella sua sostanza. Questa e le altre confidenze, se vogliamo chiamarle così, che pubblico e sono tutte in prima persona, cioè figurano, altre che vissute, dettate dalle attrici.

IL MATRIMONIO DI MISCIA

— Io non ho solamente la Miscia, ma ho anche altri cani. Guardate Pippo, quando lo comperai dissi che era il cane più buono del mondo. Mi accorsi solamente il giorno dopo che era sordo, mezzo cieco e rincoglionito. Ma con la Miscia invece ci facciamo compagnia perché lei capisce tutto, e non vorrei che mi prendeste per una fanatica se mi vedete palare con lei come si parla con una donna.

Un giorno mi accorsi di essere un cuore duro perché io le raccontavo sempre i miei amori e lei non poteva raccontarmi i suoi non perché le mancasse la parola, ma solamente in quanto di amori non ne aveva; e per colpa mia. La tenevo infatti sempre alle mie costole o se andavo fuori le mettevo il guinzaglio per paura degli accalappiacani; e poi anche per paura degli altri cani. Quando un cane le si avvicinava, mi pareva sempre che potesse fargli del male. Se cominciavano a sfregarsi, lei e un cane, io ci pativo come una madre che vede per la prima volta la figlia nelle mani di un giovinastro.

Una volta un cane ci seguì a lungo e io salii su un taxi con la Miscia per scappare via. Ebbi l’impressione che la Miscia non fosse troppo contenta di questa fuga. E allora cominciai a pensare: qui bisogna trovarle marito. Volevo una cosa regolare, ben fatta, degna della Miscia. E se mi ero dimenticata dei diritti del suo sesso sino a quel momento, ora, quasi per il rimorso, mi affannavo a voler guadagnare tempo. Presto, presto, dicevo, qui urge il compagno per la nostra Miscia. Mi si rivelavano i motivi di certe sue tristezze improvvise, di certi suoi malumori, povera Miscia, anche lei aveva bisogno di fare l’amore e di mettere al mondo i suoi bravi cagnolini.

Ma chi ne doveva essere il padre? Ci voleva uno della sua razza per fare le cose per bene. Non era facile trovarlo essendo la razza di Miscia tutt’altro che comune. Interrogai tanta gente, gli amici che avevano dei cani. Andai a Villa Mangani e a Via Leccosa dove ci sono delle belle pensioni per cani, e soprattuto andai alla scuola dei cani, che è una vera e propria scuola dove i benestanti portano i loro cani a imparare l’educazione in modo che non facciano per esempio la pipì nei saloni e facciano invece tante altre cose necessarie per vivere insieme ai cristiani senza disturbarli troppo.

Per farla breve, trovai il tipo adatto alla mia Miscia lì alla scuola dei cani. Il suo proprietario era un ex colonnello. Abbordai il vecchio colonnello, volli sapere se veramente il suo cane era il primo della classe, un campione anche dal punto di vista della salute. Il colonnello a sua volta pretese le più minuziose informazioni su Miscia e per poco non litigammo. Poi si fece la pace e ci accordammo sul giorno del matrimonio. Si decise che l’accoppiamento sarebbe dovuto avvenire a casa di Miscia, cioè a casa mia. E il vecchio colonnello venne con il suo cane che era pettinato per l’occasione con molta cura e aveva anche un nastro. Ma io avevo accomodato Miscia in un modo stupendo. Dovette riconoscerlo anche il colonnello.

Avevo aspettato il pomeriggio con una spiegabile ansia. Ad ogni suonata del campanello io balzavo su con una certa agitazione e anche Miscia correva verso la porta. Finalmente arrivò la volta buona, la domestica aprì l’uscio, ed entrò il colonnello con il promesso sposo di Miscia. Offrii il the al colonnello ed eravamo entrambi un po’ imbarazzati, devo ammetterlo, in vista dell’imminente evento. Miscia e il cane si guardavano lì in un angolo stando quieti quieti. Il colonnello mi suggerì che bisognava metterli in qualche luogo appartato perché non potevano certo accoppiarsi lì in un salotto. Ragionammo, discutemmo e si decise per la terrazza.

Li portammo in terrazza. Li lasciammo lì, noi tornammo in salotto, il colonnello parlava del più e del meno, ma io ero in apprensione e ogni tanto mi alzavo e andavo a vedere dai vetri. Non si decidevano. Quando si decisero, il colonnello si accorse che io ero molto emozionata, si dimostrò gentile, comprensivo, disse che sapeva suonare il piano, si mise a suonare il piano e io camminavo avanti e indietro come si cammina davanti alla porta di una sala da parto.

Cesare Zavattini
(estratto dal Diario di Cesare Zavattini su Cinema Nuovo)

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