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La Locandiera di Carlo Goldoni, messa in scena Luchino Visconti

La Locandiera di Carlo Goldoni, regia di Luchino Visconti

Venezia, 3 ottobre 1952.

« … E lor  signori ancora profittino di quanto hanno veduto, in vantaggio e sicurezza del loro cuore; e quando mai si trovassero in occasioni di dubitare, di dover cedere, di dover cadere, pensino alle malizie imparate, si ricordino della Locandiera ».

Con questo monito dolcemente affettuoso e ironico, al termine della commedia, l’immortale Mirandolina prende commiato dal pubblico dopo avere dato fuoco a tutte le polveri della micidiale eppure incantevole seduzione femminile e aver recato scompiglio, sbigottimento e patimento in campo avverso, quello del sesso cosiddetto forte. Vittoriosa, l’eroina goldoniana che ancor oggi simboleggia tutte le virtù muliebri nell’agone amoroso, si mostra spontaneamente, amabilmente e quasi magnanima: ammonisce, consiglia e conforta preoccupandosi del vantaggio e della sicurezza del cuore mascolino. Degno suggello alla più limpida e armoniosa commedia apparsa alle ribalte del mondo da due secoli a questa parte.

De La Locandiera ricorre, per l’appunto in questo scorcio d’anno, il bicentenario. Carlo Goldoni la compose sul finire del 1752 e la fece rappresentare al teatro di S. Angelo nel gennaio dell’anno seguente, nel pieno della stagione di carnevale. Essa venne realizzata dalla compagnia Madebac, protagonista la brillantissima Maddalena Raffi Marliani.

Da duecento anni a questa parte La Locandiera ha furoreggiato su tutti i palcoscenici del mondo, è stata tradotta in ben trenta lingue, ha tentato l’estro di migliaia d’attrici celebri ed oscure: da Adelaide Ristori che la fece conoscere, oltre che ai pubblici italiani dell’Ottocento, a quelli dell’Inghilterra, d’Austria e Francia, a Eleonora Duse, a Maddalena Gallina, ad Anna Fiorilli Pellandi, a Carlotta Marchionni, a Rosa Bugamelli Sacchi, a Rosa Romagnoli, alla Marini, alla Tessero, a Virginia Reiter, alla Vitaliani, a Tina Di Lorenzo, a Maria Melato, ed Irma ed Emma Gramatica, a Tatiana Pavlova, ad Elsa Merlini, a Laura Carli, ad Andreina Carli e… chiediamo scusa per le certo numerose omissioni. Senza contare le interpretazioni di moltissime grandi attrici straniere quali le tedesche Velsnig, Heidn, Dairient, Hagn, Muller, Peche, Stichr, la polacca Znerkowska, l’inglese Vanbrugh, la portoghese Lucinda Lo Carmo etc.

Ieri sera La Locandiera è riapparsa, nella ricorrenza del suo bicentenario, alla ribalta della Fenice. È riapparsa quale penultimo spettacolo del festival della Biennale, impostata sì, su Rina Morelli, vale a dire su un’attrice di profondo istinto teatrale e di eletta quanto meritata reputazione, ma soprattutto ad uso e consumo dei prestigiosi ma spesso discutibili talenti registici di Luchino Visconti.

Com’era da prevedersi, Visconti ha cercato di cavar fuori dall’antico e illustre copione goldoniano qualcosa di nuovo, qualche rispondenza inedita, palpiti desueti oltre ai moltissimi e saluberrimi consueti: ha cercato — insomma — di presentarci una Locandiera sua, magari tutta sua.

Non cercheremo di dimostrare per l’ennesima volta che a Goldoni, bisogna anzitutto, sapersi avvicinare con umiltà e, in secondo luogo, senza tentare di fargli dire più di quanto vuol significare. Il realismo ottimistico di Goldoni comporta ed impone un ritmo da allegro vivaldiano, un ritmo che non può venire sforzato, accelerato o rallentato a seconda degli umori e delle particolari vedute di un regista. Nella sua soltanto apparente bonomia, Goldoni ha leggi ferree che non si possono in alcun modo eludere o tradire.

A parte alcune manipolazioni del testo e della sceneggiatura, anche Visconti ha deliberatamente eluso il particolare e inconfondibile stile goldoniano (trasparentissimo nella Locandiera) con forzature di toni e accentuazioni — diciamo così — veristiche, forse nel timore che l’immortale linguaggio del poeta veneziano non riesca più comprensibile ai pubblici del nostro tempo. Ha finito col soffrirne — o poco o molto — il rendimento interpretativo dei principali attori: da Rina Morelli (sempre brava e sicura, ma mai perfettamente penetrata nel personaggio di Mirandolina) a Paolo Stoppa che è risultato un marchese decaduto perfino troppo vero e ameno, ma tutto fuorché goldoniano, a Marcello Mastroianni troppo giovanilmente esuberante nei trapassi che dovevano essere più graduati, anzi sfumati. Si sono salvati Giorgio De Lullo e soprattutto Gianrico Tedeschi in virtù della loro azione più complementare che decisiva, nonché Rossella Falk e Flora Carabella che sono sempre più riuscite a portare note di umoresco colore nelle scene di lor pertinenza.

È scopo riconoscere tuttavia anche i pregi della realizzazione viscontiniana: un certo gusto fra il Guardi e il Canaletto nel disegno e nelle tonalità delle belle scene e dei costumi, e l’armonioso finale (con toccheggi di campane a carillon) nel quale la vittoria di Mirandolina sembra quasi risolversi in una crepuscolare malinconia. Finale non goldoniano, d’accordo, ma intuito e ricreato dal Visconti con bell’arbitrio di vero artista.

Crediamo che con qualche coraggioso ritocco, soprattutto inteso all’ammorbidimento della Mirandolina Morelli, La Locandiera realizzata dal Visconti possa attingere il caloroso successo che, — in fondo — ieri sera non le ha arriso in pieno.

Comunque, la meritoria fatica degli interpreti è stata premiata da ripetute chiamate ad ogni fine d’atto e di quadro. Teatro brillantissimo, da « esaurito ».

Stasera replica

b.
(Il Gazzettino) 

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