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Settembre 1960.

Un mondo in crisi.

« Il mondo attuale vive in crisi: crisi morale, crisi sociale, crisi spirituale. È un dato della nostra società. Ma le sconfitte non sono mai totali né definitive bensì temporanee. E da ogni sconfitta nascono nuove forze e nuovo vigore. Questo è il concetto che sottende ai miei personaggi ».

Temi ricorrenti: una madre imperiosa, autoritaria.

« È vero, sarà un po’ freudiano anche se io non ci credo. Non ci credo, ma può darsi. Dalla madre di Ossessione che distrugge praticamente la sua creatura, alla madre di Bellissima, a quella di Rocco e i suoi fratelli. La madre chioccia che trasmette gli entusiasmi e gli errori suoi ai figli, che trasferisce su di loro problemi e aspirazioni… Anche Livia Serpieri in Senso in fondo è una madre che riversa il suo amore sul figlio-amante attratta dalla sua debolezza, dall’idea di fortificarlo con la sua presenza, con il suo affetto. Va a scovare come nascono questi personaggi costanti! C’è senza dubbio anche una derivazione letteraria, ma non basta ».

Temi ricorrenti: la esasperazione.

« Tutta la grande pittura è esasperata. Non è forse esasperato il Caravaggio? E non ricorda il famoso episodio della campane di Cechov per il terzo atto de Le tre sorelle? A un certo momento c’è una campana che suona mentre i personaggi parlano. Stanislawski aveva trovato la “sua” campana che però non andava bene per Cechov. Discussero, cercarono finché la sera della prima rappresentazione Cechov si presentò in teatro con una batteria di pentole, di campane e di altri oggetti rumorosi e chiese di poterli “suonare” lui stesso. Ebbene, sottolineò così violentemente l’esasperazione del dialogo con le sue “campane” che il pubblicò non poté udire una sola delle parole che gli attori si dicevano. Io naturalmente non arrivo a questo: le battute le faccio sentire. Ma mi servo volentieri del vociare, dei suoni e di quanto altro mi capita sotto mano per sottolineare l’esasperazione di una scena ».

Il pubblico.

« Io penso sempre al pubblico quando lavoro. Anche se non gli concedo tutto. Certe volte gli do un pugno nello stomaco, è vero. Ma lo faccio perché non si addormenti, perché acquisti una sensibilità. Del resto fa parte del nostro compito anche il cercare di portare il pubblico alla accettazione di cose più difficili e meno riposanti di quelle che per solito gli vengono propinate ».

Perfezionismo.

« Io sono regolato fino alla pedanteria nel lavoro come nella vita. Non ammetto mezzi termini. Le situazioni confuse, le decisioni rimandate. Se una cosa si deve fare la si fa. Sul lavoro poi riconosco di essere, come dicono i francesi, un “perfezionista”. Siccome cerco sempre di dare il massimo, non ammetto defezioni negli altri. Se vedo che qualcuno rimane sottotono, che non rende quello che potrebbe, mi arrabbio. Ma in genere questo non accade. La gente che lavora con me si abitua al mio ordine, al mio perfezionismo… dicono anzi che quando lavoro incanto gli attori. Forse c’è una specie di magnetismo, ma non dia retta a quelli che assicurano che me ne approfitto per togliere agli altri la loro volontà, per svuotarli. Chi vuole lasciarsi influenzare… va bene, sono fatti suoi. Ma io non faccio niente di particolare al fine di ottenere questo scopo. Non sono un tiranno, come non sono un mascalzone (oh sì, dicono anche questo) o un intrigante. Sono guardingo nella scelta delle amicizie, ma quando sono entrato in familiarità con qualcuno rimango fedele all’amicizia. Ma mi ci vuole molto tempo. E allora alcuni dicono che non sono socievole. Certo non vado ai ricevimenti, non amo i cocktails perché li ritengo inutili e privi di senso. Ma questo è un altro discorso ».

Il cinema.

« Non sono un mangia-cinema, certo la produzione è quella che è… i buoni film sono un’avventura. Io però non mi posso lamentare. Lombardo, il produttore di Rocco e i suoi fratelli mi ha dato tutto quello che volevo e mi ha assecondato anche quando c’erano delle divergenze di vedute. Per esempio? Lombardo al posto di Salvatori avrebbe visto volentieri, prima che si realizzasse il film, un attore inglese o americano. Così come al posto della Girardot aveva proposto la Moreau. “Ma io ti do una Moreau più brava” gli dissi. E lui si convinse. Ho lavorato proprio bene con Lombardo. Ma mi sembra che tutto il tono della produzione in Italia si sia alzato negli ultimi due anni ».

« Io vado pochissimo al cinema. Ho visto il film di Fellini (La dolce vita n.d.c.). Mi è piaciuto, sì. È un film di alto livello. Forse il suo difetto è che rimane un po’ aneddotico, non va a fondo. Il film ultimo di Antonioni non l’ho visto. E neanche Hiroshima mon amour di Resnais. Resnais però mi ha detto che prima di girare questo film ha visto sei volte Le notti bianche ».

« A proposito delle cose che mi danno fastidio nel cinema aggiunga l’obbligo del metraggio, il divismo, le montature, i falsi valori… e il doppiaggio mi fa orrore. Vorrei poter girare tutto il film in presa diretta ».

Il teatro.

« Dicono che l’attore (in Italia) sia in decadenza. Non è vero. Ce ne sono pochi. Pochi giovani si avvicinano al teatro, poca gente ha voglia di studiare e sa essere umile. Ma non è solo colpa dei giovani. La colpa di questa carenza va ricercata anche nella mancanza di scuole. Ogni tanto sento parlare di un Teatro Nazionale. Ma con chi lo facciamo questo teatro? Occorrerebbero almeno dieci anni di lavoro preparatorio prima di poter porre sul tavolo il problema di un Teatro Nazionale. Il guaio è che siamo tutti attori e nessuno studia ».

La strada di Rocco e i suoi fratelli.

« È quella, secondo me, la strada da battere: esaminare i problemi di casa nostra senza paura, andandoci a fondo. (…) bisogna abbandonare le pigrizie mentali, le autocensure, le paure ».

“Rocco” alla Mostra di Venezia.

« Io non ci volevo andare. Lo dissi a Lombardo: se mandi il film non lo premiano. È sempre stato così. Quattro volte mi hanno preso in giro. La prima volta fu con La terra trema. Era la giuria di Padre Morlion e il Leone d’oro sfumò. Poi venne Senso ma in giuria c’erano molte persone che avevo attaccato e via. Con Le notti bianche fu René Clair che mi soffiò il Leone mandandolo in India. (Quando gli consegnarono il Leone d’argento Visconti disse a chi gli sollecitava una dichiarazione: “Il silenzio è d’oro. E io faccio l’indiano”, battuta che a Clair non piacque affatto). Quest’anno tutti sapete com’è andata. Due giurati italiani che hanno votato contro, i burocrati del ministero che hanno rifiutato l’invito di Lombardo dopo aver partecipato alle receptions di tutte le altre delegazioni… lo sapevo che il gioco delle interferenze, delle influenze eccetera avrebbe dato una grande delusione al mio produttore. E così è stato. No, non parlo di me. Che cosa me ne faccio di un Leone d’oro? Al produttore capisco che possa servire per lanciare il film… ma a me! ».

(estratto dall’intervista di Gianfranco Carderoni pubblicata nel mensile Successo)

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