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Il costume di Senso è costato a Escoffier e a me molte ricerche, molta limatura e sopratutto molta umiltà. Il desiderio di Visconti era uno solo: avere della gente viva, vera, di fronte alla macchina da presa.

Il costume non come elemento esteriore, decorativo, ma vita. Niente sfilate di modelli, niente stupori di capricci di colore all’ingresso della prima donna. Così, con impegno, ci siamo imposti di sottolineare prima i sentimenti, poi la “buccia” dei personaggi.

Per ricreare questo mondo la documentazione ha attinto alle immagini più vive, più attendibili, non certo ai figurini dei “journals des dames”. I dagherrotipi sono stati una fonte inesauribile. La pittura italiana, i Lega, i Cammarano, i Vito d’Ancona, Gioli, Signorini, Fattori, Abbati, preziosissime visioni di un mondo borghese che quà e là da sfondo alla vicenda.

"non certo ai figurini dei journal des dames..."

non certo ai figurini dei journal des dames…

I dagherrotipi sono stati una fonte inesauribile.

I dagherrotipi sono stati una fonte inesauribile.

Il mondo della contessa Livia Serpieri è invece un altro, non è certo il mondo incantato della Visita di Silvestro Lega. La sua vita, per categoria sociale, per l’influsso dell’Impero Austro-ungarico, risente  di una civiltà di Oltr’Alpe e la sua atmosfera è piuttosto quella di Feuerbach, di Stevens, di Durand. I colori, riservatissimi (gli abiti di Livia appartengono dal primo all’ultimo ad una gamma pressoché incolore), si imparentano con gli ambienti in cui vivono: mai sono una nota di per sé simbolica o espressiva. Vivono nella luce dorata della Fenice, in una Venezia grigia e affogata, nelle atmosfere della villa di Valmarana, nella luce di Custoza, come nelle tele di Fattori.

È importante notare che nelle ultime ricerche estetiche di Visconti il costume è sempre sentito come forme-linee, quasi mai come dettaglio smarrito e capriccioso. Così la vestaglia di Livia a Villa Valmarana è in armonia con le linee ricche e corpose degli affreschi. Sarebbe stata inadeguata e meschina una vestaglia sgonfia, realistica accanto ai solari Dei dell’Olimpo, al Trionfo della Serenissima in ampollosi broccati. E nel primo appuntamento con Franz nell’aria fredda, estatica del Ghetto nuovo, la forma dell’abito è chiusa, serrata, e il colore si mimetizza col pulviscolo. L’abito di viaggio, nella fuga verso il fronte, verso Verona, è nero. Il volume fluido: ora serrato nell’immobilità, ora corvo alato nella disperata corsa nella notte veronese.

Piero Tosi
(Cinema, fascicolo 136, 25 giugno 1954)

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