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Luchino Visconti sul set di Ludwig II a Cinecittà (archivio della curatrice del blog)

Luchino Visconti sul set di Ludwig II a Cinecittà

Ludwig II era, dentro di sé, un signore feudale completamente estraneo alla politica del suo tempo. Ebbe intuizioni geniali, ma incomprensibili ai suoi contemporanei. Per esempio i castelli. Costruendoli rovinò le finanze dello Stato, ma gettò le basi dell’opulenza turistica che oggi è la fortuna della Baviera. Non voleva le guerre perché aveva orrore del sangue: così ne perse due. Non voleva l’unità della Germania sotto l’impero prussiano, perché gli piaceva essere il monarca assoluto di un regno piccolo ma centenario: così la Prussia riuscì ad avere la Baviera con meno fatica, e lui ne morì. Voleva vivere da mecenate, come i granduchi di Toscana: e ne pagò le spese di persona.

Ludwig non era pazzo, non lo era più di quanto lo siamo noi, mentre lo ricordiamo. Era così poco pazzo che il dottor Von Gudden, lo psichiatra che lo seguì come un’ombra per tutti gli ultimi anni, gli aveva consentito  quel giorno di passeggiare nel parco, libero, senza altra sorveglianza che la sua personale. La mattina dopo, all’alba, i contadini trovarono due cadaveri gonfi che galleggiavano nell’acqua: quello del re e quello del suo dottore. Von Gudden aveva il collo graffiato. L’acqua non era più profonda di un metro. Ludwig, alto un metro e 84, era un nuotatore provetto.

Nel film ho voluto mantenere l’equivoco che la storia non ha svelato. La mia impressione, tuttavia, è che si sia fatto l’impossibile per tenere nascosta la verità. Gli eredi della famiglia Wittelsbach (un ramo cadetto, visto che né il re né suo fratello Otto ebbero figli) sono stati molto abili, o molto potenti in quel senso. Sul cadavere non si fece l’autopsia. Qualcuno oggi, sostiene di aver in mano la giacca del re con un foro di pallottola, ma non è in grado di provare che quel foro non sia stato fatto in un secondo tempo… Comunque Monaco è piena di monumenti ai Wittelsbach: c’è quello di Ludwig I e quello di Massimiliano, che furono rispettivamente il nonno e il padre di Ludwig II. Ma di lui c’è soltanto una statuina nascosta in un parco fuori mano. Quando ho cercato di saperne il perché mi hanno risposto che non si era trovato il luogo adatto. Ma come? Se Monaco ha decine di piazze vuote? Lo stesso discorso vale per la tomba. Sapevo che è nella tomba di San Michele, che appartiene all’ordine dei Gesuiti. Sono andato a vederla. Mi hanno fatto scendere nei sotterranei. La bara di Ludwig è lì, in un angolo, insieme a tante altre.

Tutti i Wittelsbach avevano costruito castelli, anche se con una fissazione meno dispendiosa. Il nonno di Ludwig dilapidò una fortuna con l’avventuriera Lola Montez. Ma Lola era una donna, e si limitò a suscitare chiacchiere di palazzo. Invece la « Lola » di Ludwig era un uomo, un musicista contestato che per di più aveva un passato giovanile anarchico e rivoluzionario: Wagner. A corte Wagner lo chiamavano Lolo. Ma per me la ragione degli odi che infransero Ludwig era ben diversa. Era che Ludwig voleva essere re  fino in fondo a modo suo: monarca assoluto, di diritto divino. Inoltre non aveva esitato a inimicarsi i detentori di un potere che allora era immenso in Baviera, cioè i Gesuiti. Mentre lo redarguivano per la sua condotto morale, questi cercavano in effetti di accrescere la loro influenza nello Stato approfittando delle sue “distrazioni”. Ludwig sopportò per anni, con la stessa diplomazia di suo padre… Poi seppe della relazione di Wagner con Cosima von Bülow, figlia di Listz, e cominciò a star male. La vicenda del mancato matrimonio con Sofia, sorella della sua grande amica Elisabetta, imperatrice d’Austria, lo mise a terra definitivamente. Diventò duro, chiuso, cominciò a ingrassare orribilmente e a perdere i denti. Un giorno si decise: dichiarò decaduto il principio dell’infallibilità del Papa e caccio i gesuiti dai confini del regno. Ecco, francamente io ho la sensazione che nella sua morte, quel pomeriggio sul lago, non sia stata assente la mano dei Gesuiti. E se non furono loro direttamente a mandare i sicari furono i Wittelsbach, o i ministri del governo, o tutti e tre insieme.

Le chiavi dei castelli sono state tutto ciò che ho avuto dai Wittelsbach. Non sono nemmeno riuscito a incontrare personalmente uno di loro. Ho ottenuto invece un colloquio con il capo del loro archivio segreto. Speravo che mi potesse dire qualcosa di inedito, farmi dare uno sguardo magari al diario di Ludwig, di cui è stato pubblicato soltanto qualche brano particolarmente insignificante, e dove forse c’è scritta, invece, la spiegazione di tutto. Ma il capo dell’archivio, un vecchio signore distinto, mi ha intrattenuto per due ore in gentilissime chiacchierate, senza nemmeno sfiorare il problema.

Che interesse avevano i Wittelsbach alla scomparsa di Ludwig? Non ci può essere che una sola spiegazione, e cioè che Ludwig non era affatto pazzo, o almeno che stava per guarire. Eliminarlo era il solo modo per evitare che tornasse a regnare e a spendere a modo suo. E che continuasse a chiedere prestiti in tutta Europa. dopo aver dilapidato l’intero patrimonio suo e quello della madre, per costruire altri castelli. C’era il rischio di uno scandalo finanziario. Il re era sull’orlo di una catastrofica bancarotta e stavano per dichiarargli fallimento. Questo, i Wittelsbach non potevano tollerarlo. I discendenti di una delle più antiche famiglie nobili d’Europa, che avevano sparso il loro sangue blu e tarato in quasi tutte le case regnanti — fino ai Savoia — potevano ammettere che il loro cugino Ludwig fosse pazzo? Un re pazzo non è una vergogna. Ma un re fallito, come un qualsiasi commerciante, questo era davvero inconcepibile per quei tempi e in quel clima culturale.

Ecco, io penso che sia stato una vittima. Vittima di un tempo che lui rifiuta, di una logica politica che cozza contro tutte le sue aspirazioni e la sua sensibilità. Era già minato dal male ereditario dei Wittelbasch — suo fratello Otto impazzì e fu definitivamente rinchiuso dieci anni prima di lui — quando assunse le redini di un trono vacillante, che avrebbe avuto bisogno di ben altro polso di statista.

Luchino Visconti

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