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Alle spalle dei personaggi e intorno a loro c’è un mondo senza vita, mummie imbalsamate, tutto retorica della serenità, una cupola gelida e mortuaria che incombe sulle vicende e sottolinea la vanità degli sforzi schiacciando ogni conato de reazione verso la vita. Un altro dei motivi ricorrenti in modo significativo è, per esempio, quello degli specchi. I personaggi entrano in campo sovente attraverso la propria immagine riflessa, Avulso dalla reale collocazione, rotto il rapporto reale con l’interlocutore, il personaggio è collocato in un “panorama” in cui risulta estraniato, fissato in atteggiamenti reificati. L’immagine della specchio sembra uno dei tanti quadri e le parole e i gesti naufragano tra tendaggi, suppellettili varie, uno tra tanti degli elementi di quel mondo senza vita dove passato e presente si identificano e il movimento è solo apparenza. È del resto l’oscurità la atmosfera unitaria delle varie scene, il ritrarsi di Ludwig in un antro. Mentre c’è la guerra Ludwig sta nascosto in un stanza del castello con le tende chiuse a guardare una riproduzione meccanica, appesa al soffitto, dei movimenti dei quarti di luna. Per tutto il film Ludwig vive in stanze con le tende tirate, nel buio, mentre fuori spesso piove.

La pioggia è addirittura un Leit-motiv ossessivo. Essa è come un elemento isolante per gli interni e all’esterno rende goffi i gesti e i riti del mondo della pompa che è solo forma. La pioggia sta lì a ricordare che la sorte è segnata in un mondo senza luce e dove ogni tentativo di “uscire da sé” è destinato a infrangersi. “È ricominciato a piovere”, dice Ludwig nella stanza in cui è confinato mentre prende corpo l’idea del suicidio, “non finirà mai. Mai”.  Ludwig ritratto negli interni dei suoi castelli sempre più finisce per ricordare il Faust di Mann che vive chiuso nella propria stanza, nel proprio studio senza un’aspirazione a uscirne. Come Adrian, sembra « non voler prendere coscienza della realtà esterna che gli è intorno » fino a isolarsi e a mischiarsi ai suoi servitori che sono le uniche persone con cui può stare a contatto perché — mannianamente — sono le più lontane dall’intimo. I servi corrono attraverso interminabili corridoi e saloni senza luce, i loro passi fanno risuonare il vuoto e misurano la lontananza di Ludwig dagli altri.

u. f.
(Ugo Finetti, Cinema Nuovo 222, marzo-aprile 1973)  

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