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Il capolavoro letterario di Tomasi di Lampedusa nella trasposizione cinematografica del regista milanese – Piena congenialità fra romanzo e cinema – Lievi spostamenti d’accento: sottolineato il fatto risorgimentale e messi in evidenza gli atteggiamenti animaleschi di Angelica.

(Dal nostro inviato)
Roma, 27 marzo.

Venuto a Roma per assistere alla consegna dei « nastri d’argento », i massimi premi cinematografici nazionali, mi sono trovato nel pomeriggio a vedere Il Gattopardo di Luchino Visconti in una proiezione speciale, presenti tra gli altri Alberto Moravia, Emilio Cecchi, il produttore Lombardo e lo stesso Visconti. Il film mi ha impressionato, e così decido di dedicarvi la mia cronaca, che avrebbe dovuto essere piuttosto dedicata alla cerimonia dell’attribuzione dei nastri. Manca forse il tempo per coordinare le sensazioni suscitate da un’opera così importante; queste note sono quindi soggettive e frammentarie: non un giudizio ma alcune impressioni ancora calde del consenso emotivo di spettatore.

Il Gattopardo mi è apparso uno dei più bei film di Visconti. Il paragone si pone spontaneamente con l’altra opera del regista che abbia carattere « storico », Senso. Ma Il Gattopardo contiene qualcosa di più caldo, di più umano, un mondo più maturo, e una emozionante meditazione di un tema eternamente poetico: quello della dissoluzione e della morte, sia essa morte delle cose, cioè delle istituzioni umane, oppure delle generazioni, o infine degli individui (il film si arresta al ballo in casa Ponteleone, non comprende il capitolo che Lampedusa aveva dedicato al trapasso del Principe Salina: Visconti deve aver capito la difficoltà di fare del cinema su quello splendido pezzo letterario a carattere introspettivo, ed ha preferito rafforzare i presentimenti e le intuizioni di morte del « principone » durante la festa dai Ponteleone). Burt Lancaster ha dato quasi sempre solidità ed attendibilità al personaggio: il suo capolavoro è, verso la fine, un primo piano in cui, davanti allo specchio e mentre i giovani ballano, lacrime gli scendono dagli occhi al pensiero della caducità del mondo di cui ha fatto parte, e della sua stessa vita.

Fedeltà al testo

Il Gattopardo di Visconti si fa apprezzare per il rispetto con cui ha trattato Il Gattopardo di Lampedusa. Salvo lo stralcio dei capitoli finali, il resto è fedele allo spirito e al testo del romanzo: in generale gli arbitri della sceneggiatura si limitano a far dire ai personaggi, sopratutto al principe, quello che Lampedusa invece riferiva come pensieri di lui.

Mirabile è sopratutto la reviviscenza di un momento del Risorgimento sentito con insolita intensità e acuto senso storico (del resto quasi sempre sulla traccia del romanzo), per non dire della sensibilità con cui è reso il contrasto tipicamente siciliano tra una vegetazione lussureggiante e una accecante arsura. Gli interni di casa Salina, la descrizione della nobiltà siciliana ottocentesca, sono condotti insieme con estro e rigore. Quanto alla felicità decorativa, allo sfarzo non ostentato dei costumi, alla grazia degli accordi cromatici, il risultato positivo poteva essere scontato per chi conosca Visconti: eppure c’è una pienezza che forse va oltre l’aspettativa ed esalta l’occhio, suscitando nel contempo l’arcana vibrazione che nasce in noi dalla contemplazione di un mondo perduto.

Gli appunti? Meglio non farne ora; semmai in un esame più approfondito, se capiterà l’occasione. Si invoca il diritto di ridiventare semplici spettatori per ritrovare il piacere di ammirare un’opera ricca di un intenso flusso di vita. Se qualche volta, quando la cadenza si rallenta, Il Gattopardo ha un andamento più ovvio, da film ciclico americano, lasciando trasparire un tessuto narrativo più uniforme e meccanico, l’impressione di stanchezza è tosto cancellata dalla risorgente vitalità dei personaggi, dall’insolito ritmo e dall’eleganza di una sequenza, dalla verità degli atteggiamenti del protagonista.

Crisi della nobiltà

Cosa ha messo di suo il regista, in quest’opera che è nel complesso fedele al romanzo? Intanto, un’accentuazione del fatto risorgimentale, per cui, mentre l’etica dello scrittore Lampedusa si identificava in certa misura con la visione sociale del protagonista, nostalgicamente legata alla nobiltà, l’etica di Visconti accentua la condanna del mondo dei nobili, spostando insensibilmente l’indice a favore della verità del Risorgimento, verità tradita nel corso della stessa realizzazione. Avviene cioè che la crisi della nobiltà, sentita pateticamente dallo scrittore attraverso l’introspezione critica del protagonista, sia additata da Visconti come un fenomeno storico involutivo, cui gli contrappone il residuo slancio del Risorgimento tradito.

Altro leggero spostamento d’accento: di Angelica Sedara sono accentuati gli atteggiamenti animaleschi, gli slanci sensuali, una certa volgarità latente. Questi aspetti della protagonista femminile il Tomasi di Lampedusa li aveva contemperati mettendo in risalto la grazia di lei, i suoi doni innati di futura donna di mondo, un precoce machiavellismo sociale che la rendeva degna fidanzata di Tancredi Falconeri, il seducente opportunista. Invece Claudia Cardinale è ridotta a una siciliana tutto sesso, che perfino nella gentilezza allo « zione » mette una carica quasi animale. Alain Delon nella parte di Tancredi è in cambio assai fedele al testo: una delle interpretazioni migliori di questo attore così dotato.

Il Gattopardo è stato poi proiettato al pubblico in anteprima assoluta nella serata di gala, nel corso della quale sono stati consegnati i « nastri d’argento », i premi assegnati dal sindacato dei giornalisti cinematografici italiani. (…)

Sergio Frosali
(La Nazione, Firenze 28 marzo 1963) 

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