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Piana degli Albanesi, luglio 1962. Si gira "Il Gattopardo".

Piana degli Albanesi, luglio 1962. Si gira “Il Gattopardo”. Foto Poletto.

Nell’universale cordoglio per la scomparsa di Burt Lancaster i giornali europei hanno spesso titolato « È morto il Gattopardo », mentre nella stampa americana l’opera di Visconti è a malapena citata e addirittura senza il nome del regista. E invece nella storia del nostro cinema quel film rimane un punto di riferimento, tanto che sarebbe ora di ricostruire la genesi e le vicende produttive. A beneficio del futuro memorialista potrei riferire ciò che mi confidò Romolo Valli, interprete di Don Pirrone e come tale coinvolto in molte scene con il divo hollywoodiano. Parlando abbastanza bene l’inglese, Romolo godeva della confidenza dell’illustre collega; e nelle telefonate dalla Sicilia indugiava volentieri a raccontarmi le novità del set. La situazione che maliziosamente lo divertiva, e insieme lo inquietava per certi riflessi di malumori sul lavoro, era l’irresistibile competitività di Alain Delon nei riguardi di Lancaster. Tutti sapevano che Delon, ancora agli inizi della carriera, godeva della protezione particolare di Visconti e da ambizioso rampante un po’ ne abusava. In particolare a Delon dispiaceva il tono a tratti perfino deferente con cui il regista trattava il grande Burt, con il quale al di là delle inevitabili divergenze di metodo e mentalità collaborava benissimo. A volte, nei momenti di pausa, sembrava che Delon addirittura imponesse a Luchino di trascurare il protagonista e di intrattenersi invece con lui. Il culmine di questa guerra silenziosa fu toccato alla fine della lavorazione, quando Burt invitò tutta la troupe nella bella residenza palermitana presso il mare che stava per lasciare. Un party molto riuscito al quale però, non si videro arrivare né Delon né il regista. Un duro colpo per l’orgoglio di Lancaster, che a un certo punto si presentò da Romolo con le lacrime agli occhi e una domanda sulle labbra: « Why Luchino is not here? » Una reazione che la dice lunga sulla vulnerabilità di un personaggio da molti considerato un rozzo ex acrobata. Bisogna tuttavia aggiungere che una decina d’anni dopo, quando a causa delle precarie condizioni fisiche di Visconti si profilarono insormontabili difficoltà per i contratti assicurativi di Gruppo di famiglia in un interno, Lancaster muovendosi con discrezione fra le quinte (l’ha ricordato in questi giorni Suso Cecchi D’Amico) garantì il buon fine del film rischiando di persona. Impersonando il Gattopardo aveva davvero imparato a comportarsi come un principe.

Tullio Kezich
(7 del Corriere della Sera, 10 novembre 1994)

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