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Una certa vestaglietta

Nadia (Annie Girardot), cacciata di casa, indossa la “vestaglietta”.

Marzo 1960

Ho inteso Rinaldo Ricci e il costumista Piero Tosi mentre discutevano di una certa “vestaglietta”: ho aguzzato l’orecchio e mi son reso conto che si trattava di un indumento femminile che doveva servire a Nadia-Girardot per coprirsi alla bell’e meglio quando, scacciata di casa dal padre, incontra, in uno sgabuzzino dove s’è nascosta, Vincenzo: un incontro particolarmente importante perché, da quel momento, Nadia entrerà nella vita della famiglia di Rosaria, influenzandola profondamente. Luchino, d’accordo con Tosi, la vuole così e così: quindi è necessario tagliarla in una determinata stoffa e cucirla in quel preciso modo, oppure trovarla confezionata in qualche negozietto già con le caratteristiche richieste. Perché Visconti vive talmente con il suo film che, pur fidandosi dei suoi collaboratori (che del resto ha scelto tutti lui, come fa sempre), chiede ad essi che realizzino certe cose ch’egli vede in maniera precisa. Aspetto che la discussione su quel metro e mezzo di stoffa sia finita, e poi domando a Tosi qual’è, secondo lui, l’importanza del costumista in un film moderno, ambientato ai nostri giorni, qual’è Rocco e i suoi fratelli.

« Grandissima, perché i “vestiti”, oltre che per i personaggi maschili, particolarmente per quelli femminili, servono a molte cose. Innanzi tutto bisogna ricordare che l’azione di Rocco abbraccia un periodo di tempo che va dal 1955 al 1958. Quindi la prima funzione dei costumi è quella di dare allo spettatore la nozione del trascorrere degli anni. Per questa necessità sono particolarmente adatti gli abiti delle attrici, perché la moda femminile muta più rapidamente di quella maschile. Per gli uomini, cioè per i figli di Rosaria, dato che vengono nel ’55 direttamente dalla Lucania e vivono fino al ’58 a Milano, questo passaggio di tempo è reso evidente dal modo di vestirsi: paesano all’inizio, man mano esso acquista un qualche elemento cittadino, e perde le caratteristiche tipicamente regionali. Inoltre i vestiti hanno anche il compito di chiarire i vari momenti diciamo “economici” e, quel che più importa, quelli “psicologici” dei singoli personaggi. Se, infatti, noi incontriamo Nadia, la prima volta, con indosso un abito da sera, con scarpine dal tacco alto ornato di strasses, e avvolta in un cappotto di cammello, mettiamo lo spettatore sulla buona strada per comprendere immediatamente — contrasto abito da sera e cappotto di cammello — che cosa faccia Nadia in quel momento e con quale stato d’animo bussi alla porta della casa paterna. Se, invece, quando si intreccia il suo idillio, che poi diventa amore profondo, con Rocco, la re-incontriamo con vesti semplicissime, non chiassosamente colorate, non molto eleganti, diamo egualmente al pubblico la possibilità di capire subito, al primo sguardo, che la ragazza ha mutato vita e sentimenti.

« Alcuni vestiti (quelli di Nadia e di altri personaggi femminili, come Ginetta, come Rosaria) sono inventati o disegnati ispirandosi, come nel caso di Rosaria, a costumi “regionali”. Per la maggior parte dei personaggi maschili, invece,ho saccheggiato la “fiera di Sinigaglia”, ho girato in lungo e in largo per la Lucania, ed ho riportato dei pezzi autentici che mi sembrano molto funzionali. Certe giacche vecchie, piene di buchi e di rattoppi non sarei mai riuscito a farle cucire così autentiche, così piene di “vita” e segnate da essa. Sicché, specialmente per i figli di Rosaria, sono riuscito a scovare maglie, magliette, canottiere, pantaloni e giacche che avevano avuto già una lunga esistenza, talvolta addirittura spogliando degli individui per via; come avvenne una volta in Lucania. Andavo insieme con Ricci da un paese all’altro, quando scorgemmo un gruppo di operai che stavano eseguendo lavori stradali. Uno d’essi aveva una giacca molto usata e pantaloni nelle identiche disastrose condizioni, particolarmente adatti, secondo noi, per Simone. Arrestammo la macchina e ci facemmo vicini all’operaio, chiedendogli se era disposto a venderci, subito, i suoi indumenti. Questi in principio ci guardò male e credette che lo prendessimo in giro: spiegammo pazientemente le ragioni per cui volevamo acquistare la sua roba: vinta la diffidenza iniziale l’operaio ci dette tutto quello che volevamo. E, mentre si spogliava, bofonchiava tra i denti qualche cosa che non capivamo: poi — evidentemente egli non era tra i sostenitori del partito di maggioranza — ci disse che tutta la colpa era della D. C. Gli chiedemmo perché: e lui aggiunse che “era pieno di buchi perché governava la D.C.”.

« Comunque, aneddoto a parte, in Lucania e in tutto il meridione trovammo costumi adattissimi per i nostri personaggi.

« Tornando a Nadia aggiungerò che i costumi chiave della sua vicenda sono: abito da sera vistoso, scarpette con strasses e cappotto di cammello al suo primo apparire; un pagliaccetto piuttosto piccante con sopra la vestaglietta, di cui parlavo con Ricci, quando è scacciata dal padre; gonna a pieghe e impermeabile quando si trova con Rocco; abito da sera nero molto scollato, quando reincontra Simone nella bisca; infine, per la scena dell’uccisione, una gonna con un golfetto chiaro che si strapperà mostrando un dessous nero e paletot di peluche bianco. Naturalmente questi sono i “costumi base” che potranno essere modificati immediatamente prima di girare una scena, con invenzioni estemporanee necessarie perché il costume stesso leghi di più o contrasti maggiormente con l’ambiente, secondo le necessità del film ».

(Cronaca del film, di Gaetano Carancini, in Rocco e i suoi fratelli – Cappelli editore 1960)

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