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Luchino Visconti mentre si gira (in Austria) "La caduta degli dei"

Luchino Visconti mentre si gira (Unterach-am-Attersee) “La caduta degli dei”

Roma, dicembre 1968.

Luchino Visconti girerà in gennaio nelle acciaierie di Terni le scene del film La caduta degli dei che non ha potuto girare in Germania, a Essen, negli stabilimenti Krupp. Intanto si è ritirato nella sua villa di Ischia, di cui ha sentito molto la nostalgia nel mese e mezzo trascorso in Germania. assieme a Maurice Jarre, al quale ha affidato l’incarico di comporre le musiche del film. (Jarre è il compositore della colonna sonora di Lawrence d’Arabia e del Dottor Zivago). Con le riprese di gennaio si concluderà così, dopo quasi nove mesi, una delle più burrascose vicende del cinema italiano. Per almeno cinque volte La caduta degli dei ha rischiato il naufragio. Crisi finanziarie, pressioni politiche, difficoltà tecniche hanno messo continuamente in pericolo le sorti del film, il cui costo ha ormai superato il miliardo di lire.

L’origine del film è lontana negli anni. Luchino Visconti pensava a una riduzione dei Buddenbrook di Thomas Mann e aveva anche iniziato trattative con la televisione inglese per una edizione televisiva. Poi, lentamente, il progetto si era modificato in senso più moderno. Il romanzo di Richard Hughes, La volpe in soffitta, suggerì come sfondo la lotta  delle grandi famiglie dell’acciaio al tempo dell’alba del nazismo. Lo scorso anno le notizie dalla Germania sui rigurgiti neonazisti e sul riformarsi dell’impero industriale tedesco colpirono particolarmente Visconti. Ma per un film sui rapporti fra i baroni dell’acciaio e il nazismo era difficile trovare un produttore. Pietro Notarianni, che da più di dieci anni collabora con Visconti come direttore di produzione o produttore esecutivo, suggerì l’Italnoleggio, il nuovo ente statale che è stato creato proprio allo scopo di sostenere un cinema libero e di prestigio.

Il primo copione era una vicenda centrata su una specie di Lady Macbeth trasportata nel mondo cupo della grande industria degli anni trenta. Non convinse il presidente socialista dell’Italnoleggio, Mario Gallo, che contropropose a Visconti un nuovo sceneggiatore, un giovane quasi esordiente, Nicola Badalucco. Nacque così La caduta degli dei. Visconti era pieno di entusiasmo: per la prima volta affrontava un film in piena libertà, senza pressioni e condizionamenti da parte dei produttori. In cambio di questa libertà, Visconti si era impegnato a non superare un costo preventivo di 550 milioni.

Dopo calcoli più approfonditi, però, la cifra apparve subito troppo bassa. Mario Gallo accettò di aumentare il bilancio di altri cento milioni. E qui la storia del film presenta già una delle sue ombre. Gallo infatti dichiarava alla stampa che: « Visconti si era formalmente impegnato con me a non uscire da questo limite, aggiungendo che in caso contrario avrebbe rinunciato al suo compenso di regista e avrebbe perfino risposto in proprio degli sbilanci ». La versione di Visconti è piuttosto diversa: « A noi interessava comunque cominciare il film. Era evidente a tutti che un film così non si sarebbe potuto fare con 650 milioni, ma una volta avviata la lavorazione qualcuno sarebbe intervenuto apportando nuovi capitali ».

Si arrivò così, in maggio, alla seduta del Consiglio di amministrazione che doveva ratificare l’aumento dei cento milioni. Fu una notte agitata. Interessi e manovre politiche presero presto il sopravvento sulle discussioni tecniche ed economiche. I socialisti furono accusati di seguire una linea troppo rischiosa per l’Italnoleggio, sostenendo che il film di Visconti per puri motivi ideologici. Mario Gallo e Lino Miccichè, critico cinematografico dell’Avanti!, uno dei due rappresentanti socialisti nel Consiglio di amministrazione dell’Italnoleggio, diedero le dimissioni. Il Consiglio bocciò La caduta degli dei: all’alba fu spedito a Visconti un telegramma con il quale si annullava ogni impegno.

Ma pochi giorni dopo il nuovo presidente, il cattolico Silvano Battista, riprese in esame il progetto. La possibilità di portare per la prima volta sui mercati internazionali un grosso film interamente italiano era allettante. A una piccola società di Pietro Notarianni, la President, venne dato l’incarico di realizzare il film. Il preventivo era sempre di 650 milioni, ma tutti evitarono discorsi finanziari troppo impegnativi. A metà luglio la troupe partì per la Germania. Ma dopo poche settimane era arenata: mancavano i soldi. Si lavorava alla giornata, senza sapere se domani sarebbero arrivati i fondi con cui pagare le comparse, i conti di albergo, il materiale elettrico.

Verso la fine d’agosto la situazione era disperata: c’erano tre giorni di tempo per trovare 200 milioni, altrimenti il film si fermava. Notarianni volò a Roma. Era domenica. Tentò una carta psicologica: si ricordò che Alfredo Levi, associato al produttore della Pegaso, Ever Haggiag, aveva combattuto volontario contro i tedeschi ed era un convinto antinazista. Lo raggiunse nella sua villa di Fregene. Discussero tutta la notte. L’affare fu concluso: la Pegaso entrò nella combinazione.

Il film uscì dalle secche economiche, ma difficoltà e incertezze continuarono. I produttori cercavano alleati: bussarono allora alla porte dei tedeschi, ma le trattative furono difficili, il film ispirava loro troppi sospetti. Anche gli americani tirarono per le lunghe. I costi continuavano a salire: si raggiunse quota un miliardo (i produttori parlano di tre milioni di dollari, cioè circa due miliardi, ma la cifra sembra enunciata ad uso esterno, per gli eventuali acquirenti). Pare che ultimamente la United Artists abbia fatto un’offerta di un milione e mezzo di dollari per i diritti di distribuzione sui mercati mondiali. Comunque il film non è ancora finito: molti milioni dovranno ancora essere macinati.

Al sensibile aumento dei costi hanno contribuito anche le difficoltà di ordine politico incontrate in Germani e Austria. Anche se Visconti, per quieto vivere, ha più volte dichiarato che il film non si ispira direttamente alla famiglia Krupp, è chiaro che questo modello è stato sempre ben presente al regista.

(…)

È chiaro che i Krupp non potevano accogliere di buon occhio Visconti nel loro feudo. Un’ostilità sorda e sotterranea ha pesato giorno per giorno sul film, causando ritardi e imponendo modifiche ai piani. Ogni richiesta di permesso o autorizzazione, anche negli uffici statali, si insabbiava. Si riproducevano episodi simili a quelli accaduti a William Manchester, i cui bagagli venivano di nascosto frugati in albergo, e il cui fotografo venne espulso dalla Germania con un pretesto. Di girare nelle acciaierie neppure parlarne: « Credo che siano tutte impegnate a fabbricare cannoni », dice Visconti. L’atmosfera di diffidenza era generale. Del resto, a vent’anni di distanza, i tedeschi non hanno mai pubblicato in tedesco gli atti del processo di Norimberga relativi al caso Krupp.

La pagina centrale del film è « la notte dei lunghi coltelli », cioè la notte del 29 luglio 1934, quando Hitler, per dare soddisfazione ai generali, ordinò il massacro delle S. A. (le Sturm Abteilungen, che erano le sue milizie più fidate). Il lro comandante Ernst Roehm, che era in vacanza a Bad Wiessee, venne ucciso in una feroce notte di sangue. Ma Visconti non ha potuto andare a girare a Bad Wiessee, troppo cambiata rispetto a quella di trenta anni fa. Ha scelto un paesino dell’Austria, Unterach-am-Attersee. Sperava forse di trovare un’atmosfera meno ostile, ma non è stato così: il clima era di piena opposizione alla troupe italiana, boicottata in ogni maniera.

Per esigenze di ambiente si richiedeva spesso di chiudere un negozio, modificare un’insegna: la gente rifiutava o pretendeva somme assurde. L’edicola dei giornali di una delle vie principali esigeva alcuni milioni per chiudere due ore. « Mi impressionava profondamente la gioia con cui le comparse indossavano le divise, la rapidità con cui imparavano i canti nazisti », « E poi la sera li sentivo per le strade cantare fieri e marziali quegli inni dannati. Posavano tutti orgogliosi per fotografie in divisa da SS o da SA e poi magari avevano l’imprudenza di venirmi a chiedere un autografo su queste foto ».

I ritardi causati dal clima di ostilità trovato in Germania comportarono un rapido aumento dei costi. Vi fu anche la sfortuna di quindici giorni di pioggia continua. Ogni giorno di rinvio significava milioni di spesa poiché, non potendo contare molto sull’aiuto locale, Visconti si era trasferito in Germania con una troupe di 65 persone. Anche le 500 comparse furono pagate molto care. E tutte quelle piccole cose, che normalmente girando un film si ottengono gratis, si tradussero in fatture molto pesanti.

Luigi Costantini
(estratto da Svastiche e svanziche, Panorama, 19 dicembre 1968)

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