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Luchino Visconti, Anna Magnani, Gastone Renzelli

Luchino Visconti, Anna Magnani, Gastone Renzelli

Dei tre grandi del nostro cinematografo, Luchino Visconti è l’unico che sia rimasto ancora saldamente legato alle più rigide posizioni neorealiste, quelle dei primi tempi, quando avevano più che altro sapore polemico e servivano a portare avanti un materiale umano e ambientale fino allora ignorato o trascurato. Mentre De Sica è già arrivato alla favola di Miracolo a Milano e Rossellini è volato dalla cronaca nuda di Roma città aperta al misticismo lirico di Francesco giullare di Dio, Visconti ha mantenuto inalterate le passioni che avevano fatto del suo primo film, Ossessione, un’opera spregiudicata e brulicante di vita, popolaresca e estetizzante al tempo stesso, come si conveniva a un filo-comunista di buone letture e gusti raffinati. Questi due aspetti contrastanti e coesistenti nella personalità di Visconti si placarono nel suo secondo film: La terra trema, dove l’argomento stesso impedì al regista di svagarsi nell’un senso o nell’altro.

Ecco ora (dopo la rinuncia ad altri due film dei quali erano già pronte le sceneggiature: Cronache di poveri amanti e La carrozza del SS. Sacramento) la terza fatica cinematografica di Visconti, Bellissima, il primo film importante del 1952: da un soggetto di Cesare Zavattini, con Anna Magnani, Walter Chiari e la piccola Tina Apicella. Bellissima, mutati ambienti e personaggi, è vestito della medesima stoffa di Ossessione: non c’è, ad esempio, una inquadratura tranquilla; tutte sono tormentate press’a poco allo stesso modo dallo spirito complicato, insoddisfatto e irrequieto del regista. La storia è semplice, tanto che avrebbe potuto essere ideale per un film d’altro genere, più lieve e raccolto: una donna del popolo si ostina a far vincere alla figlia di sette anni un concorso per una arte in un film; ma quando è finalmente riuscita a far scritturare la bimba ha già capito che il cinema è un grande corruttore e che è meglio rinunciare a molti quattrini e tenersi la figlia in casa senza tante smanie o falsi miraggi. Protagonista non è la ragazzetta, ma la madre: il film è costruito attorno a questo umano e solidissimo personaggio. La storia è raccontata da Visconti in tono concitato, con le maniere stesse della protagonista: esuberanti, colorite, generose, con il gusto grosso dei motti da borgata e molto fiato in gola. Piuttosto che una satira dell’ambiente cinematografico — come era forse nelle intenzioni del soggettista — il film intende essere la documentazione di certe aspirazioni e conseguenti delusioni della povera gente: la satira, quando c’è, sta ai margini, si limita a ridurre a macchiette, deformabili, alcuni personaggi minori. Il film è fondamentalmente amaro e finisce per essere travolto dalla commozione (e dalla bravura di Anna Magnani): l’ultima sequenza mostra un Visconti senza timore di apparire retorico, deciso a ricorrere al cuore più che alla cultura.

Abbiamo detto che convivono in Bellissima la vena popolaresca e quella estetizzante di Visconti: la prima costituisce l’ossatura del film, gli dà il sapore forte per mense proletarie (la figura vivissima della protagonista, la sua abitazione con l’orto sul cinema all’aperto, le prove delle ballerine, le grasse, sudate ed esagitate coinquiline, la sartoria, la maestra di recitazione, l’osteria ecc.), la seconda (le pose del fotografo, la scuola di ballo, la mancata seduzione sul fiume, i provini, persino il commento musicale composto sui motivi dell’Elisir d’amore), crea nel racconto delle pause che lo trattengono dal divenire troppo precipitoso e assordante. Ma tutto il materiale, quello fine e quello grosso, viene fuori dai medesimi bauli neorealisti, ha un minimo comune denominatore nell’aderenza vigile, continua, scrupolosa alla realtà, anzi a quella parte di realtà più patita e avvilente in nome della quale il nuovo cinema italiano reagì alla retorica ottimistica e operistica dei telefoni bianchi. Visconti continua così a servire fedelmente il credo e il vocabolario neorealisti mentre De Sica e Rossellini sono arrivati alla azione inversa: essi infatti oggi si servono degli ultimi scampoli utili del verismo per enunciare certe loro personali aspirazioni o sentimentali o morali. Se, poi, facciano meglio loro o Visconti, questo è un giudizio che in assoluto non si può dare.

Bellissima è una grande vittoria di Anna Magnani: la sua presenza è ininterrotta e prepotente, dalle scena patetiche a quelle ironiche, a quelle scalmanate. Il suo personaggio, per vivere, non ha bisogno che gli sia costruito attorno un ambiente: regge per suo conto con una forza straordinaria e ha tanto calore da infondere anche agli altri.

Lamberto Sechi
(La Settimana Incom, 12 gennaio 1952)

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