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Giovanni Testori 1960

Giovanni Testori 1960

A colloquio con Giovanni Testori.

Quando ha parlato per la prima volta dell’Arialda con Visconti?

L’anno scorso, dopo la rappresentazione di La Maria Brasca; Visconti stava sceneggiando Rocco; quella volta gliene accennai soltanto. Fu dopo la presentazione di Rocco al festival di Venezia che Visconti, fermatosi a Milano, mi chiese di leggerla. In quei giorni avevo completato l’ultima delle redazioni della commedia e stavo sottoponendo il testo, per me definitivo, a un lavoro di revisione. Lo inviai a Visconti appena mi fu possibile ed egli mi chiese di tenerlo a sua disposizione per una settimana.

Visconti le fece poi sapere che intendeva rappresentare l’Arialda?

La lesse a Stoppa e alla Morelli e insieme, con un entusiasmo che mi commosse, decisero di includerla nel repertorio della compagnia che volevano costituire. Visconti mi avvisò subito e mi invitò a venire a Roma per le prove.

Il copione non era andato ancora in censura quando cominciarono le prove?

No. Le prove ebbero inizio il 12 ottobre; il copione fu inviato in censura una settimana dopo, come è prassi normale.

Quando vi fu comunicata la decisione della censura di non concedere il visto di rappresentazione?

Ci fu comunicata il 3 novembre ed in un modo singolare. Un questurino recapitò in teatro, mentre si svolgevano le prove, un foglio con la deliberazione negativa.

Anche lei era in teatro?

No, ero a Milano. La sera stessa Visconti mi telefonò e mi pregò di prendere il primo treno e di scendere a Roma per vedere che cosa si poteva fare.

Quale fu la vostra prima mossa allora?

Quando arrivai, Visconti e Stoppa avevano già fissato un colloquio con il ministro Folchi. Ci andammo insieme. Folchi fu gentile ma evasivo. Ci disse che non era al corrente della cosa, che ne avrebbe parlato senz’altro al sottosegretario Helfer non appena questi fosse tornato dal suo collegio elettorale in Trentino dove si era recato per le elezioni amministrative. Ci disse di tornare dopo qualche giorno, ci rassicurò dell’esito della faccenda. Credo che si comportasse così per guadagnare tempo e non far scoppiare il caso dell’Arialda proprio sotto le elezioni.

Così trascorsero alcuni giorni, ci furono le elezioni e poi tornaste da Folchi?

No, fummo ricevuti da Helfer. Il 9 novembre. Il sottosegretario ci accolse rigidamente e ci dichiarò, in apertura di colloquio che « questa » (non chiamò mai l’Arialda commedia o dramma o lavoro teatrale, ma sempre « questa », o « questa roba », come nell’ultimo comunicato diramato giorni fa) « questa è la cloaca di tutte le porcherie che ho letto ».

Testuale?

Testuale.

E dopo questo cordiale inizio di colloquio?

Si parlò a lungo. Eravamo andati in gruppo: Visconti, Stoppa, Remigio Paone ed io; c’era anche Nicola De Pirro. Il colloquio durò due ore e mezza. Il sottosegretario fu assai rigido: si espresse con rabbiosa severità nel confronti dell’opera, citò Sant’Agostino e molti padri della Chiesa. Non citò alcuno scrittore di teatro. Il solo nome che gli uscì detto, che non appartenesse alla Patristica, fu quello di Papini. Ma come sa, Papini ha sempre mirato a essere considerato un Padre della Chiesa: anche se in pratica fu tutto, tranne quello.

Ma in effetti come si risolse il colloquio?

Con un nulla di fatto. Ci furono scambi di battute dure e vivaci. Si parlò del teatro che il sottosegretario Helfer dichiarò di non amare al punto che quasi mai si recava ad assistere ad uno spettacolo di prosa. Si parlò del mondo dell’Arialda, e quando Helfer lamentò che si portassero sempre sulla scena personaggi di prostitute, Visconti gli fece notare che solo pochi giorni prima la televisione aveva trasmesso Anna Christie di O’Neill. Helfer disse di non saperlo. « Ma conoscerà il dramma? » chiese Visconti. Il sottosegretario dichiarò di non sapere di che cosa si trattasse e di non conoscerne l’autore. In conclusione Helfer disse che una « roba simile » non poteva essere rappresentata. « C’è una ristretta cerchia di persone che potrebbe assistere ad una rappresentazione come questa » concluse Helfer « senza ricavarne alcun danno. Non so, fossi io il pubblico, il visto si potrebbe anche concedere. Ma credono loro che il popolo possa vedere questa roba? Assolutamente no ». E anche qui emerse quella considerazione “paternalistica” del popolo che i confessionali continuano ad avere, senza sospettare che così facendo distruggono quell’eguaglianza di coscienza che pure dovrebbe essere al fondo della religione.

Questo colloquio poneva termine ai vostri tentativi?

No. Vi fu una seconda riunione durante la quale la commissione prese in esame il copione così come durante la realizzazione scenica s’era trasformato. Mi risulta che alcuni difesero l’Arialda a denti stretti e chiesero che ne fosse autorizzata la rappresentazione, ma Helfer fu irremovibile. Il risultato fu sempre lo stesso: no alla commedia, nella sua totalità. Nemmeno si discusse sulla possibilità di tagli.

Che cosa faceste allora?

Pensammo di recarci dal dottor Muti, il funzionario della censura che aveva avuto in lettura la commedia e che aveva fatto la relazione concludendo per vietarne la rappresentazione. Appena entrammo nella stanza egli si tolse gli occhiali, li posò sul tavolo e disse: « Per stare a questo posto occorrono due grandi qualità: una rigida disciplina morale e la facoltà artistica di immedesimarsi nei singoli stili degli scrittori ». Dopo di che cominciò la disamina del copione. Il dottor Muti ne apriva le pagine e si fermava sulle battute e sulle scene ritenute sconvenienti; spiegando i motivi dei tagli effettuati, gli articoli del regolamento di censura e del codice che, a suo giudizio, violavano.

Anche questo tentativo non fruttò nulla, dunque.

Non ci aspettavamo che quest’ultima visita sortisse un qualunque risultato. Ci proponevamo soltanto di sapere di quali crimini ci si accusasse. Quando lo scoprimmo, ci sarebbe stato da ridere se non fosse stato in gioco, oltre che l’Arialda, anche la compagnia.

Già perché se l’Arialda non verrà rappresentata, la compagnia sarà sciolta?

Sì. Gli attori erano stati scritturati solo per l’Arialda, in quanto il secondo lavoro in repertorio (Caro bugiardo di Kilti) non ha che due personaggi. Perciò se non si rappresenterà la mia commedia, gli attori si troveranno, in piena stagione, senza scritture.

Ma lei erede che sarà possibile che il Ministero torni sulle sue decisioni?

Visconti e Stoppa hanno molta fiducia. È probabile che l’udienza che il Presidente Gronchi ha loro accordato faciliti una soluzione civile di tutta questa triste storia. Intanto, alla lettura pubblica che del testo Visconti ha fatto alle Stanze dell’Eliseo nessuno dei critici teatrali e dei giornalisti intervenuti ha detto di considerarsi solidale con la decisione della censura. Anzi il giorno seguente hanno scritto articoli in cui dichiaravano « ingiustificata ed assurda » la decisione.

A questo punto che l’Arialda si dia o non si dia, è meno importante del fatto incontestabile che, attraverso ad essa, la crisi della censura teatrale italiana ha raggiunto il suo punto di crisi. Che una legge venga proposta è nell’aria e già gli stessi responsabili di questa specie di « dagli all’untore » di questi mesi, l’hanno annunciata: ma, attesa la loro formazione mentale che legge potrà mai essere? E’ possibile, mi domando, che essa venga deliberata senza che siano stati in prima istanza interpellati e sentiti coloro che ne dovrebbero essere i veri formulatori, cioè gli uomini di teatro, scrittori, registi, attori e impresari? O non sarà ancora una delle ennesime e inutili varianti sulle leggi vecchie ed assurde? Perché sulla Fiera del Cinema non vi fate promotori d’una simile inchiesta?

Visto che gli organi interessati sembrano non accorgersi, sarebbe opportuno non presentar loro una somma di pareri autorizzati? Perché, mi creda, non si tratta di allargare più o meno le maniche della censura. Io, per esempio come scrittore, mi opporrei a un simile metodo, che, tra l’altro, sarebbe un « non metodo » di giudizio. Bisogna strappare, una volta per sempre, il concetto di censura da ogni confessionalismo, da ogni moralismo e da ogni ingerenza politica. O la censura riconosce i diritti dell’arte, e va bene; altrimenti saremo sempre qui, a cercare di far capire a chi capire non può o non vuole, perché addetto ad altri lavori, quali siano i termini d’un giudizio che, riguardando un’opera d’arte, non può essere in prima istanza né confessionale, né moralistico, né politico. Per me, naturalmente, la censura non dovrebbe esistere. Solo chi, come stan facendo certi cattolici (distruggendo anche per questa via il senso vero della religione) non ha nessuna fiducia nell’uomo e nel senso della sua nascita, del suo lavoro e della sua storia, morte compresa, può pensare che una società senza censura sarebbe una società alla rovina. Ad ogni modo, se censura veramente ha da esserci, essa non dovrebbe permettersi d’emanare un qualunque verdetto senza prima aver discusso con chi dell’opera in esame, è il vero responsabile: l’autore. Nel caso dell’Arialda, per esempio, posso affermare che il rappresentane della categoria degli autori non aveva avuto tra le mani che un sunto. Ora se io le dico che un pittore ha dipinto un cesto di mele, che le dico? Niente. Cesti di mele ne han dipinto in tanti: è il senso che il pittore ha dato a quel determinato soggetto che differenzia i singoli pittori, i loro mondi e, quando sono grandi, le loro filosofie. Quando non s’arriva poi, come nel mio caso e tranquillamente arrivato è arrivato l’on. Helfer, a non aver capito non dico il senso della trama, ma la trama stessa; dico la trama come successione di eventi. A detta sua, per esempio, il Lino verrebbe ucciso da Oreste (mentre di Oreste è la solo la macchina, per evitare la quale, il Lino va a scontrarsi con la moto contro il muro della chiesa): la Mina verrebbe istigata alla prostituzione, mentre risulta con chiarezza estrema che alla prostituzione essa è già dedita: il colloquio tra l’Oreste e l’Eros sarebbe un « mercato » fatto sul corpo del Lino, laddove l’Eros non altro cerca che di salvare il Lino da quanti lo vorrebbero sfruttare; e così tutto questo personaggio, che nel corso della tragedia cerca proprio disperatamente di farsi una coscienza di come egli è, di come così essendo può redimere la sua natura, è stato travisato per l’unica ragione che la  censura non l’ha saputo leggere. Ugualmente è successo della protagonista, relegata al ruolo delle « maniache sessuali ».

Devo proprio ricordare all’on. Helfer, tanto esperto in testi sacri, che, a questa stregua, il più dei santi e delle sante possono ridursi a una serie di maniache e di maniaci? O invitarlo a capire che i grandi traumi della coscienza, santi sì, santi no, avvengono sempre in stati « esemplari » e perciò portati al limite? Questo e tante altre cose avrei detto, se la censura m’avesse interpellato. Ma quando mai la censura interpellerà un autore? Quel giorno, se verrà, avremo fatto un primo passo verso la chiarificazione delle competenze. Ma fin quando un’opera di teatro vien giudicata da un sottosegretario che oggi è al Ministero dello Spettacolo e domani, indifferentemente, a quello dell’Agricoltura, un discorso rispettoso e pulito non c’è neppure da avviarlo.

E adesso veniamo a noi. Ci può dire che posto occupa l’Arialda nel suo lavoro di scrittore?

Francamente mi pare d’aver già parlato a lungo. La sua domanda esige invece che io dia inizio a un colloquio che, giocoforza, non potrebbe essere più breve. Non è meglio chiudere qui? Non è meglio che la conversazione cominciata con la censura con la censura finisca?

(La Fiera del Cinema, dicembre 1960)

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