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Massimo Girotti 1940

Massimo Girotti 1940

Si arrampicò agilmente per la scaletta, arrivando al secondo piano del trampolino. Poi, prese la corsa, spiccò il salto: il tuffo risultò buono ma non eccezionale e smosse un po’ troppa acqua. Ogni particolare di quel tuffo, compiuto verso le nove del mattino del 6 luglio 1939 alla piscina dello Stadio, questo momento restò impresso nella memoria di Massimo Girotti per non cancellarsi mai più.

Mentre Massimo compiva quella prodezza, un signore mingherlino, con una piccola macchina a passo ridotto, riprendeva, senza essere scorto, la scena; più tardi la proiettò sotto gli occhi soddisfatti di alcune persone che, animate da sacro zelo, cercavano volti nuovi per il cinema. Veramente, nel caso di quel provino, di volti non si poteva parlare, ma piuttosto di gambe, braccia, un magnifico torace e solidi muscoli.

« Vedrai che sarà brutto », disse il solito pessimista.

« Magari sarà bello, avrà degli occhi chiari, un’aria semplice di ragazzo, e un fresco sorriso », disse il regista Mario Soldati. E quando sette giorni dopo, si trovò davanti Massimo Girotti, scovato con una certa fatica, s’accorse di averla azzeccata in pieno con la sua descrizione.

« Vuol fare del cinema ?»

Massimo non sapeva: non ci aveva mai pensato, come non ci aveva mai pensato a esplorare Saturno, e restò molto indeciso: studiava, frequentava il secondo anno all’Università, aveva dei programmi e anche Marcella, la sua fidanzata, che chissà come avrebbe preso la cosa… Poi c’erano i genitori e i futuri suoceri. Insomma, tutti aspettavano che prendesse la laurea e poi… Sì, è vero, aveva fatto qualche corso di recitazione, qualche incursione nel teatro di prosa, niente di serio, meglio la laurea che tutti si aspettavano da lui. Finalmente Massimo disse: « No, non posso, non capirebbero mai ».

« Beh, ma non sei mica una bambina…»

Toccato nel suo orgoglio maschile, Massimo si ribellò, divenne audace e firmò il contratto per una piccola parte in « Dora Nelson », ma appena uscito, con l’anticipo in tasca, tutto cambiò. « Come faccio a dirlo a casa ?». Lo disse dieci giorni dopo, quando la macchina della produzione che passava per la prima volta a prenderlo lo aspettava sotto casa: lo disse correndo giù per le scale, e dieci ore dopo, rientrando, trovò due famiglie riunite, e Marcella che lo guardava piena di reverenziale stupore: « Diventerai come Clark Gable o Gary Cooper ?» domandò. Massimo disse di sì, e per tranquillizzare i suoi promise: « Anche meglio » senza esserne sicuro s’intende.

Così incominciò la sua carriera nel cinema e girò alcuni film: me nessuno lo conosceva e nessun giornale parlava di lui, il suo nome era perfettamente sconosciuto. Persino Marcella cominciava ad avere dei dubbi, quando Alessandro Blasetti gli fece firmare il contratto per « La corona di ferro ».

Bastò che uscissero le prime fotografie del bellissimo ragazzo dagli occhi chiari e dai riccioli scomposti, perché legioni di sedicenni gli scrivessero per dichiarargli il loro amore e la loro ammirazione: davanti a tutte quelle tenere e appassionate frasi, Marcella restò un po’ male: forse sarebbe stato più prudente che Massimo rimanesse all’Università!

Era il momento in cui i film americani non arrivavano: Marcella e le altre dimenticarono Clark e Gary e dedicarono tutto il loro affetto a Massimo, che lo meritava. Non era un grande attore, ma non volevano neppure che lo fosse: lo tenevano a torso nudo gli dicevano « sorridi », e stavano bene attenti che una luce battesse in pieno suoi occhi chiari, per renderli luminosi e scintillanti. Massimo era bello, da lui non volevano altro e tutto andò a gonfie vele per tre anni. Poi Massimo ci pensò su: « Era meglio se tornavo all’Università », disse, e rifiutò di mettere in mostra i muscoli. « Niente da fare. O mi rimediate un buon film o non lavoro più ». Aspettò alcuni mesi, rifiutando coraggiosamente ruoli alla Tarzan in attesa del « suo ruolo», di quello che sarebbe certamente arrivato e che gli offerse Luchino Visconti con Ossessione.

Il resto è… storia (del cinema).

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