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Roma, luglio. Le sorelle Teresa e Placida Battaggi hanno una scuola di danze in un palazzone di uno dei quartieri di Roma dove il ceto medio viene a contatto con gli elementi della periferia: tra Santa Croce in Gerusalemme e il Prenestino. È il quartiere preferito dai registi: da Blasetti a Zampa tutti vi hanno girato qualche scena, perché è facile trovare un cortile neorealista in cui si può collocare Ave Ninchi in funzione di moglie di Fabrizi o un portoncino in cui si può far entrare Eleonora Rossi nelle vesti di figlia di un povero impiegato che deve sfuggire all’insistente inseguimento di un losco trafficante.

Le lezioni di danza delle sorelle Battaggi si svolgono già da una diecina di giorni nell’atmosfera surriscaldata che nove riflettori da duemila, tre archi e un numero imprecisato di « lucciole » possono determinare in una sala di otto metri per sei. Luchino Visconti ha scelto quella sala, disadorna, con pavimento a parquet in leggero pendio e una parete interamente occupata da una specchiera, per girarvi alcune scene del film « Bellissima », di cui, come è noto, è protagonista Arma Magnani. Il superlativo, come ebbe a precisare la Magnani a un intervistatore sospetto, è una qualifica che l’affetto di una madre conferisce a una bambinetta di sei anni, tutt’altro che favorita dai doni di natura, nel presentarla a un regista.

La Magnani e Visconti avrebbero dovuto incontrarsi alla fine dell’autunno scorso nella scìa della vicenda settecentesca ideata da Prospero Merimée intorno alla pruviana Camilla Perichole; ma come spesso avviene nel cinematografo non si raggiunse l’intesa tra la combinazione finanziaria e i propositi artistici. Il film tratto dall’atto unico di Merimée (« La Carrozza del Santissimo Sacramento ») cambiò regista, essendo affidato a Jean Renoir.

Intanto il produttore Salvo d’Angelo era riuscito ad agganciare una buona combinazione finanziaria alla coppia Magnani-Visconti, per quanto gli ambienti del credito cinematografico, trincerandosi dietro il mancato successo di cassetta de « La terra trema », avessero opposto un ostinato rifiuto. Questa combinazione comprende un apporto di capitali di un consorzio di esercenti e un apporto di lavoro da parte della Magnani, di Visconti, e di D’Angelo. Si tratterebbe di una formula nuova, tra la compartecipazione e la cooperativa, verso cui si vanno indirizzando alcune iniziative cinematografiche di dichiarato intento artistico per sopperire alla mancanza di quei finanziamenti che affluiscorto, invece, ai cosiddetti « film di cassetta ».

Zavattini ebbe l’idea di « Bellissima » mentre si sceglieva una bambina per il film « Prima Comunione » di Blasetti. Si presentava in quei giorni negli uffici della casa produttrice il problema di convincere decine e decine di madri che la loro figliola non era l’eccezionale creatura che nel cinema avrebbe mietuto successi, gloria e denaro. Con l’aiuto di numerose fotografie in cui erano profuse tutte le astuzie del ritocco, ciascuna delle madri si affannava a sostenere che la sua bimba era particolarmente dotata: bellissima.

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Alla Magnani è stato dato come marito un operaio sulla quarantina, bell’uomo, robusto e più alto di lei. La bimbetta intorno a cui si impernia la vicenda è figlia di un minatore emigrato  in Francia, è minuta, gracile ed ha gli occhi tristi: non occorrono complicati espedienti per farla piangere o ridere. Oltre che nel ruolo di protagonista la Magnani apparirà anche in una breve scena che la presenterà come la vede il pubblico: cioè come l’attrice fortunatissima carica di milioni. E questa scena (che non può non richiamara nella mente « Sunset Boulevard ») si inserisce nelle riprese dal vero dedicate all’ambiente del cinema, in cui appariranno anche, a quanto è stato annunziato, Blasetti, Amedeo Nazzari, Totò e Silvana Pampanini, ciascuno nel ruolo di se stesso.

Ettore G. Mattia (Settimo Giorno, Milano 19 luglio 1951)

concorso

sullo stesso numero di Settimo Giorno il concorso “Appuntamento a Cinecittà” promosso dalla casa di produzione di Bellissima.

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