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XVIII Mostra di Venezia (1957). Al film italiano Le notti bianche, tratto da un racconto di Dostojevski, diretto da Luchino Visconti e interpretato da Maria Schell e Marcello Mastroianni, è stato assegnato il secondo premio; il primo era toccato al film indiano L’invito (Aparajito di Satyajit Ray). Durante una conferenza stampa che aveva preceduto la proiezione del suo film Visconti aveva dichiarato, rispondendo a una domanda di un giornalista, che «il neo-realismo è morto con La terra trema». Successivamente il regista aveva auspicato la nascita di un nuovo linguaggio cinematografico frutto da un connubio fra la realtà e la fantasia poetica del regista. E’ a questo nuovo principio che Luchino Visconti s’è ispirato nella felice trasposizione cinematografica del racconto del grande scrittore russo.

Mentre riceveva il secondo premio del festival veneziano (vedi foto sotto queste righe), a Emma Danieli che gli chiedeva qualche impressione sulla rassegna, Visconti, mostrando il premio che aveva tra le mani, disse: «Come vede, il Leone è d’argento, ma il silenzio è d’oro». Il presidente della giuria era René Clair, regista del film Il silenzio è d’oro.

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Luchino Visconti riceve il Leone d'argento da Emma Danieli

Venezia, settembre. Il Festival è finito in una cornice di cielo meraviglioso, davanti ad un mare calmo come non lo si era mai veduto; il che non ha tuttavia impedito che si ripensasse al giorno in cui, due settimane orsono, era incominciato, sotto continui rovesci d’acqua che minacciavano di rovinare l’inaugurazione. Sole o pioggia, i pensieri che vengono in mente sono gli stessi. Anche la sera, il clima nella hall del Palazzo è il medesimo della prima giornata, contraddistinto dai microfoni della radio, dai riflettori della televisione, dallo stesso sfarzo, dallo stesso sfavillio di luci. Si sarebbe tentati di dire, anche se non è vero, che si tratti perfino delle stesse toilettes, degli stessi volti della serata d’inaugurazione.

Ed è appunto in tale clima di carnevale aristocratico che maggiore impressione ha suscitato il verdetto davvero sconcertante emesso dalla giuria dopo molte ore trascorse in una angusta e soffocante stanza da letto di un albergo di Torcello. Al momento in cui questa nota sarà letta, il verdetto che ha suggellato la XVIII Mostra Internazionale di Arte cinematografica di Venezia sarà largamente noto e soprattutto sarà visto nella sua giusta luce: niente affatto una sorpresa, infatti, a pensarci bene. Chiunque avrebbe potuto prevederlo. Ma così non era accaduto; e tutta la giornata di domenica era stata un intrecciarsi di supposizioni diverse e contraddittorie, così come contraddittorio era stato il corso della manifestazione.

Il film indiano L’invitto, destinato al trionfo finale, era piaciuto alla maggioranza dei critici, senza nemmeno dispiacere al pubblico. Fatto abbastanza raro, se non proprio unico, che quell’esile film di un lontano Paese, attraversato da una vena di flebile poesia, ma ben fermo nei sentimenti e anche austero, fosse stato inteso al primo colpo dal pubblico più distratto del mondo.

Per un momento, dunque, la maggior parte degli osservatori più acuti aveva pensato al film indiano come ad un possibile vincitore. Poi era sopraggiunto il Macbeth giapponese (Il trono di sangue) a scompigliare molto le opinioni in virtù della sua straordinaria dignità formale; e infine era arrivato il film di Visconti a imbrogliare definitivamente la matassa, come sempre sono destinate a fare le opere turgide di substrati culturali, di allusioni, di idee scottanti, ma non ancora lucide. E allora, in conclusione, si era presentata ai più avvertiti la situazione seguente: due film di grande interesse culturale, ma non del tutto convincenti sul piano dell’emozione estetica o anche più semplicemente della chiarezza e della evidenza. Ecco perché in quel momento prese improvvisamente quota il film americano Un cappello pieno di pioggia, perfetto da un punto di vista tecnico, povero di ispirazione e straordinariamente ricco di chiarezza e di lucidità. Cioè parve ai più inevitabile che la scelta dovesse ripiegare sull’assoluta probità professionale di Zinnemann. Il piccolo, gracile, sottile film indiano era dimenticato.

E molto difficile sapere, e forse non lo si saprà mai, che caso è avvenuto durante la riunione finale della giuria. Può darsi che dopo tutto abbia prevalso il criterio di premiare il debole piuttosto che il forte, il candore piuttosto che l’intelligenza. Certo qualcosa è accaduto, e non lo diciamo soltanto perché abbiamo veduto i membri della giuria ritornare al Lido affaticati e con l’aspetto di gente che ha dovuto condurre una battaglia dura, fors’ anche contro se stessa, ma lo diciamo soprattutto perché nel comunicato della giuria si parla chiaramente di maggioranza per quanto riguarda i due Leoni e di unanimità per quanto riguarda le due Coppe Volpi ai migliori interpreti.

Così è andata, comunque, e i nostri lettori già conoscono le reazioni del pubblico. Altrettanto evidenti sono stati a tutti i sentimenti che hanno agitato fino alle lacrime i delegati indiani. Tuttavia il personaggio chiave di questa vicenda, il più drammatico, è stato e resta Luchino Visconti. Per la terza volta, da quando ha incominciato a presentare i suoi film, non ha assistito da vincitore alla fine del Festival; per la terza volta non è riuscito a strappare ai giudici il Leone d’oro.

Era questo, domenica sera, il motivo dominante dei commenti che si facevano al Lido, nel Palazzo dove, fuori concorso, la Mostra presentava l’ultimo film.

ENRICO RODA (Tempo, 19 settembre 1957)

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