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Anna Magnani e Luchino Visconti sul set di Bellissima a Cinecittà

L’incontro di due artisti è anche un incontro spirituale

Roma, settembre 1951. Anna Magnani e Luchino Visconti erano seduti in quelle tipiche poltroncine di tela che si usano nei teatri di posa e che seguono — normale attrezzatura di lavoro — tutti gli spostamenti della troupe, in una saletta della scuola di ballo delle sorelle Battaggi a Roma.

La scuola è in via Ozieri, accanto alla Chiesa di Santa Croce in Gerusalemme, quasi addossata alle antiche mura romane dalle quali è separata da un piccolo giardino. Lungo i corridoi e nelle aule sciamavano bianco-vestite le minuscole ballerinette-scolare, tutte accompagnate dalle mamme compiaciute e discorsive.

In un’aula si provava una scena e una « divetta » decenne piroettava con grande serietà sulle punte dei piedi, seguita nel suo breve volo da un maschietto grassoccio e leggero.

La signora Magnani e Visconti parlavano tra loro amichevolmente: essi sono legati da un’affettuosa amicizia che dura ormai da oltre dieci anni e che è cementata dalla grande stima reciproca e dal grande rispetto che l’uno nutre per l’arte dell’altro.

Ed è questo rapporto di lavoro che ha creato il « clima » della lavorazione del film « Bellissima » e che lascia presagire un risultato singolare dal punto di vista della «sintonia » artistica, se veramente uno dei motivi, determinanti la riuscita di un film è l’armonia tra il regista e i suoi interpreti.

« Luchino è di sopra con Nannarella » vi dicono durante le pause di lavorazione tecnici, operai o generici, tutti con la stessa confidenza che solo un grande affiatamento può determinare.

Anna Magnani ha un volto sensibilissimo e singolarmente vivo, gli occhi sono limpidi, chiari e intelligenti, onestamente attenti al suo interlocutore. Diversa completamente da come in genere la vogliono la fantasia e la pettegola curiosità scandalistica che si alimenta frugando nella sua vita privata, nonché un certo mito sgargiante che le hanno voluto creare intorno, ella ha la naturalezza e l’immediatezza di modi e d’espressione particolari solo ai veri artisti. Ella ignora la falsità, rifugge dal convenzionale e dal creare intorno a sé quel prezioso e artificioso baluardo d’apparente superiorità così comune a chi è arrivato alla fama. La signora Magnani è attenta di fronte a qualsiasi critica seria in maniera di arte e ritiene che solo i giudizi in tale campo possano interessare il suo pubblico. Ella è semplice di modi, un po’ schiva di fronte alle nuove conoscenze: non ama parlare di Anna Magnani, ma del suo lavoro di attrice e anche, forse di più, del cinema e del teatro in genere, di cui ella è appassionata come forse da molti decenni non lo sono più state le attrici.

C’è una distanza assai notevole che la separa dal « divismo », la stessa che in materia d’espressione artistica ci sembra di poter notare tra la grande Garbo del mondo d’anteguerra e Anna Magnani, attrice senza miti, del disincantato mondo del dopoguerra.

Uno dei maggiori « amori » di Anna Magnani è la Margherita Gautier di Dumas e la diversità tra la sua arte e quella della Garbo — la sola attrice che per potenziale artistico ci sembra di poter citare accanto alla nostra Anna — è la sua impossibilità a interpretare per lo schermo nel modo tradizionale un personaggio del genere, come sarebbe impossibile per la Garbo di prestare la sua umanità alle creature vive e reali nude che Anna Magnani crea con quella genuinità d’espressione che la hanno resa celebre in tutto il mondo.

Le abbiamo chiesto quali siano i suoi rapporti con il « personaggio » che ella deve interpretare e Anna Magnani ci ha risposto che si tratta per lei di una questione di sensibilità più o meno colpita e acuita dallo stimolo determinato dal « personaggio »:

« Tutto va bene quando lo sento », ha detto l’attrice.

Nel film « Bellissima » ella interpreta il ruolo di una mamma che vuole — a tutti i costi — trasformare in « diva » la sua piccola, goffa, commovente bambina. La Magnani parla della bimba che interpreta la parte di sua figlia nel film, con un tale calore materno e con una così commovente bontà che par di vedere non l’attrice, ma la mamma Magnani con il suo tesoro d’affetti e di sensibilità. « Vorrei che non facesse male alla piccola questo film che penso, invece, indurrà tante mamme a riflettere quando vogliono trasformare i loro bimbi in prodigi, togliendo loro tutto quanto ha di più bello e genuino l’infanzia, ma Tina (Tina Apicella è la piccola protagonista di « Bellissima ») è cosi piccola ancora e cosi seria che non le farà niente, penso. Luchino e io, sopratutto Luchino, la sa trattare in un modo che la bimba non fatica, non s’accorge di recitare: le pare un giuoco con persone grandi, un giuoco emozionante. Credo che senta anche che noi la vogliamo proteggere da qualche cosa. Poi, la mamma di Tina è una donna con la testa sulle spalle. Sono molto poveri e i soldi che prenderanno dal film saranno utili. Povera piccola, mi vuoi bene e mi dice « mamma » con slancio; è affettuosa, genuina e senza la minima malizia. Le dici « piangi » e lei piange. Le dici « ridi » e lei ride e poi si informa se ha fatto bene, così come se facesse un compitino a scuola.

Abbiamo chiesto a Visconti che cosa ha determinato la sua scelta della bimba che è stata preferita dopo una selezione fatta tra oltre quattromila bambine. Ci ha risposto « era la più indifesa ».

Luchino Visconti è tra i massimi registi italiani la personalità forse più complessa e più fedele al proprio ideale artistico. Gli abbiamo chiesto — Visconti ha ottenuto durante la passata stagione teatrale un successo eccezionale allestendo la messa in scena di « Morte di un commesso viaggiatore » di Miller — se egli ritiene che la patetica ed esasperante fine del commesso, spremuto dalla società e, in certo senso, anche dalla sua stessa famiglia, sia l’epilogo di un dramma tipicamente americano, cioè di una civiltà il cui ritmo e meccanismo sono diversi da quella europea, o rientri in un quadro più vasto e generale.

Visconti vede nel protagonista di Miller il prototipo dell’uomo medio, senza risorse né di un’autentica e grande intelligenza, né di beni materiali, il quale, oppresso e sopraffatto da un mondo che ignora il rispetto della personalità umana, non ha davanti a sé che il vuoto, il fallimento e l’avvilimento. Visconti ha una soluzione per il problema dei diseredati e ci crede. Auspica un mondo nuovo con la buonafede tipica dei veri artisti. Ed è questo suo senso di profonda comprensione per le miserie umane e per le speranze umane che lo guida nel dipingere sullo schermo il volto ansioso, prepotente e innamorato della « mamma » di «Bellissima» e quello minuto e indifeso della bimba, nel descrivere il « paese del cinema », paese dalle grandi illusioni e dai cieli di tela dipinta.

Anna Magnani e Luchino Visconti si sono incontrati spiritualmente e artisticamente in « Bellissima » perché lo slancio appassionato, la generosità e la vitalità dell’attrice hanno trovato lo spirito critico, attento, profondo conoscitore di uomini e cose atto a mitigare il suo impeto. Simile e diverso dalla patetico-amara fiaba di Rene Clair « Il silenzio è d’oro », « Bellissima » così come sembra promettere l’armonia tra regista e attrice, potrà essere una sinfonia in tre tempi del cinema italiano: andante, allegretto, mosso, così come forse l’avrebbe potuta scriverà un Rossini, compositore per il cinema.

Myzo (Film, 12 settembre 1951)

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