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Il matrimonio di Figaro, scena di Veniero Colasanti 1946

Scena di Veniero Colasanti per Il matrimonio di Figaro, Compagnia Spettacoli EFFE 1946

Roma, gennaio 1946. La Folle journée ou le Mariage de Figaro ovverosia il Matrimonio di Figaro, concordemente ritenuto il capolavoro di Beaumarchais, è andato in scena al Teatro Quirino di Roma il 19 gennaio. Interpretato da Vittorio De Sica, Nino Besozzi, Vivi Gioi, Jone Morino, Maria Mercader oltre a una gagliarda schiera di giovani, lo spettacolo ricchissimo e curatissimo ha avuto un eccellente successo ma è stato discusso forse anche eccessivamente dalla critica. Noi ci limitiamo a citare un couplet garbatamente umoristico, improvvisato in un locale notturno dopo lo spettacolo (il teatro è vivo, signori!) e che ha divertito prima di tutti il prestigioso regista Luchino Visconti. Tre giovani attori ed esattamente Bonucci, Caprioli e Salce, saliti sul palcoscenico, dove s’incrociavano fiere discussioni fra critici, attori e pubblico, hanno piacevolmente cantato:

Al Quirino Follie Beaumarchais
Con De Sica, la Gioi, Mercader
E Besozzi. Cantiamo così:
Oi Luchì… oi Luchì!… oi Luchì!!!

Teatro del Globo – Le Follie Beaumarchais

matrimonio di figaro

il matrimonio di Figaro, programma del Teatro Quirino 1946

In mancanza di autori creativi, il teatro italiano ha i registi creativi. Quei registi alla Tairov, i quali, impadronitisi con la forza di un testo drammatico (in generale, hanno l’accorgimento di scegliere opere di autori defunti o residenti a rassicurante distanza) ne fanno, con chirurgica disinvoltura, strame spettacolare per le loro più audaci ambizioni espressive. In siffatti casi, quello che importa è il risultato: se, cioè, quanto viene realizzato sullo stravolto palcoscenico, giustifichi gli arbitri e le manomissioni. Lungi da ogni conservatorismo, infatti, noi poniamo unicamente la questione della legittimità artistica e non di quella storico-tradizionalista. Ora, Luchino Visconti, manomettendo Il matrimonio di Figaro con intenzioni da “divertissement” e da interpretazione plastico-danzante, ossia precipuamente da balletto, non è riuscito, dopo la disintegrazione del testo, a plasmare, con i relitti di Beaumarchais e con le proprie sovrastrutture, uno spettacolo di definito stile e di limpida impostazione, e quindi il suo sconvolgitore intervento è apparso del tutto ingiustificato.

Il riconoscimento dei propri limiti non implica in alcun modo diminuzione, e noi abbiamo ripetutamente attestato la nostra stima per le alte, incisive qualità di regista di Luchino Visconti. Ma appare ormai chiaro, dopo la sua Antigone e dopo il suo Matrimonio di Figaro, che a lui non si addice l’evasione dal temi morbosi, esulceratamente introspettivi e sensazionalisticamente enunciati. Dinanzi a opere che richiedono altro impegno ed altra impostazione, Visconti rimane estraneo, distaccato e, per risolvere, si affida unicamente ad una soluzione spettacolare: di stile, come per Antigone, di forza, come per Il matrimonio di Figaro.

Ed ecco l’immortale grazia e i fremiti anticipatori dell’orologiaio – musicista – cortigiano-rivoluzionario-trafficante ed agente giacobino Pierre Augustin Caron De Beaumarchais farsi pretesto per una congestionata successione di leziosità preziose, di esibizionismi coreografici, di destrezze luministiche, di volteggi e ghirigori verbali, plastici e canori, di recitazione ora caricaturale, ora virtuosistica, ora di pretesa nudità umana, di compromessi tra una serie di allettamenti visivi tali da incendiare le fantasie dei borghesi e, più giù, dei borsari neri, e di tardivi, inattesi moniti di Apocalisse. In questo marasma da maharagià, circolavano, su di una scena eretta a castello di fragola e panna montata, preziose e inusitate dovizie di apporti d’intelligenza, di fantasia e di buon gusto, ma affondavano nelle stratificazioni di marzapane e finivano nel sottofondo della rivista, sì che alla fine, dopo le chitarrate di De Sica, i clairiani girotondi dei personaggi e le sfilate “a passerella”, c’era da attendersi l’irruzione in palcoscenico, più che di quattro gelidi teschi robespierriani, dell’irrisivo ghigno di Totò.

Degli attori (Vivi Gioi, De Sica, Besozzi, Lia Zoppelli, Pierfederici), altro non si può dire che hanno seguito il regista con tutto il loro slancio e la loro dedizione, subendone gli oscillamenti, i consapevoli errori, le molteplici, inconciliabili ambizioni.

Il pubblico ha applaudito ripetutamente questo spettacolo che è costato parecchio. Ma in questi tempi di follia, per completare il panorama, erano forse, indispensabili anche le «Follie Beaumarchais».

Vinicio Marinucci
(Cinelandia)

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