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Caro Amico,
ho perduto da un pezzo l’abitudine di mandare lettere natalizie; se lo faccio quest’anno è perchè si stanno per decidere le sorti del cinema italiano, si discutono leggi che lo riguardano, e penso che questo è un Natale particolare per la nostra industria cinematografica.

Negli anni passati i criteri che guidavano la sua attività erano, ne convenga, di carattere piuttosto commerciale che artistico. Salvo poche eccezioni. Di qui le lotte continue tra produttori da una parte e registi e critici dall’altra; oppure tra registi cari ai produttori e critici. Lei affermava di conoscere a menadito la psicologia e i gusti del pubblico, i suoi oppositori di ritenere che il pubblico accetta quello che gli si dà. La polemica, che sembrava dovesse finire con la guerra, si è invece riaccesa più attuale che mai.

I film sono pressapoco quelli di prima, la critica li condanna e il pubblico è disorientato: non è tanto maturo da seguire la critica, ma non è nemmeno abbastanza maturo da disprezzare i vostri criteri.

Ora, che cosa si intende per pubblico? Un insieme di persone di varie classi sociali di varia intelligenza, di varia cultura, di temperamento e gusti diversi. Tra costoro vi è chi preferisce il film diciamo tipo francese, ma vi è chi preferisce la commedia americana; chi preferisce il film giallo e chi, perchè no?, il film documentario; chi preferisce i film fantastici e i cartoni animati e chi i film realistici. Insomma, per quanto le vostre tabelle diano i dati del consenso che il pubblico dà a una pellicola, credo che sia difficile stabilire quante persone, tra quel pubblico, rimangono insoddisfatte. Nel caso di altre arti, la letteratura, per esempio, che cosa avviene?

Uno entra dal libraio, sfoglia due o tre libri e compera quello che gli va più a genio. Ma che cosa succederebbe se, tra quei libri, nessuno gli andasse a genio? Che quel disgraziato non potrebbe mai leggere, sarebbe ridotto all’eterna meditazione. Cosa molto triste, a giudicare da come muoiono gli eremiti.

Avviene lo stesso nel nostro campo. Tutti coloro che pagano il biglietto hanno uguale diritto di essere soddisfatti. Chi vuole vedere un film di quelli che, nei suoi ambienti, si sogliono chiamare “d’arte”, ha il diritto di trovarlo. Ma se tutti i produttori ragionassero nello stesso modo, se cioè tutti, constatando le preferenze della maggioranza verso determinati film, solo quei film si riducessero a produrre, gli uomini di gusto, di cultura, d’intelligenza, le persone sensibili, che speriamo vadano aumentando sempre di più, secondo lei come potrebbero soddisfare il loro legittimo desiderio?

Vede dunque, caro produttore, che anche da questo lato la questione non è così semplice. Senza parlare del diritto che hanno gli uomini di cinematografo di fare certi film piuttosto che altri. La storia del cinema è fatta dei nomi di Stroheim, Renoir, Eisenstein: nomi che a lei fanno forse paura.

Con questo non voglio dire che i film debbano essere talmente raffinati da riuscire incomprensibili al grosso pubblico: voglio dire semplicemente che, soprattutto oggi che la guerra ci ha insegnato tante cose, non possiamo più ritornare sulle posizioni di prima, ossia che se è vero che i film debbono rivolgersi al grande pubblico, è altrettanto vero che essi non possono conservare la falsità, il fasullismo (mi scusi la parola) di allora. Sincerità e verità mi sembra che siano i criteri ai quali ispirarsi. Le formule è tempo di eliminarle. Creda a me, il pubblico oggi ne ha passate troppe: se non è ancora maturo per apprezzare qualche volta la nostra fatica, sarà presto abbastanza maturo per disprezzare i vostri criteri se questi continueranno ad essere bassamente commerciali.

Vorrei che lei riflettesse su quanto ho scritto qui sopra. Lo conosco – mi risponderà – questo discorso, anche se le parole possono essere cambiate, mi è stato fatto molte volte. Ma io la prego di considerare che oggi molte cose sono cambiate, e che anche lei deve tener in maggior conto le opinioni degli altri, cioè deve agire come produttore più democraticamente. E giudicare con giudizio e serenità, come è giusto in un giorno come quello di Natale.

Tanti saluti,
Luchino Visconti (Film d’oggi N. 27 – 22 dicembre 1945)

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