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Foto nell'articolo di Carancini, Luchino Visconti sul set di Ossessione

Per quanto Luchino Visconti abbia girato un solo film, il suo ingresso nel cinema italiano ha una importanza che non temo di definire «enorme». Tornato in patria, dopo essere stato aiuto regista di Renoir, Visconti, circondandosi di giovani che provenivano dalla «cultura» cinematografica (per lo più critici e saggisti) ideò e realizzò Ossessione.

Per la prima volta il nostro cinema, con Ossessione affondò le sue radici nella realtà quotidiana, e da essa trasse la sua ispirazione. E se si pensa che nel 1942, quando Luchino ed i suoi collaboratori si accinsero alla loro fatica, imperversavano sui nostri schermi le educande di Sorrento e d’altri luoghi, le segretarie private, i principi consorti, « i milionari affetti dal taedium vitae », i « telefoni bianchi ». si potrà, forse, avere una pallida idea della « rivoluzionarietà » (ci si passi la brutta parola) del film luchiniano.

Ispirandosi ad un crudele libretto di James Cain (che ora i cinematografari americani hanno tradotto in levigate immagini, e che già in Francia aveva avuto l’onore di una trasposizione fìlmica), II postino suona due volte, Luchino Visconti questo trasformò con italiana sensibilità, riuscendo a non tradire l’opera letteraria e contemporaneamente ad essere originale.

Ma al di fuori ed al disopra dei valori e dei difetti di Ossessione, si può affermare che Visconti, con i suoi collaboratori (collaboratori che rispondono ai nomi di Giuseppe De Santis, Carlo Lizzani, Antonio Pietrangeli, Gianni Puccini, ecc.), tenne a battesimo quel movimento che, apparentemente soffocato sul nascere dagli « ukase » ministeriali, doveva poi affermarsi clamorosamente, in Italia ed all’estero, attraverso quella che i francesi, amanti delle definizioni, hanno chiamato « il nuovo realismo italiano ». Un realismo ch’è realtà rivissuta e trasfigurata in arte, una scuola che predica, e realizza, la perfetta unità stilistica tra forma e contenuto.

Dopo aver girato Ossessione Luchino Visconti ha dovuto, per l’insipienza e la mancanza di coraggio dei produttori, abbandonare il cinema: ed ha trascorso i primi anni del dopoguerra, dopo aver accarezzato gli ormai famosi progetti di una Tarnowska, di un Otello, ecc. tra le quinte e le cantinelle del teatro di prosa, dando, anche in questo campo, prove chiarissime della sua intelligenza, della sua sensibilità e del suo raro « senso dello spettacolo ». Ma ora sembra deciso a tornare al cinema: egli girerà, infatti, La terra trema, un documentario sulle miniere siciliane. E ci auguriamo che dopo questa fatica possa impegnarsi nuovamente in qualche film a trama, certi che egli saprà darci ancora opere di eccezione.
Gaetano Carancini  

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