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La casa di Via Fleming

« Proprio in questi giorni si era fatto portare un mangianastri e aveva comprato naturalmente una montagna di cassette come faceva sempre lui quando le veniva la mania di qualcosa. L’altro giorno aveva ascoltato quasi per tutto il giorno la seconda di Brahms. Poi a un certo punto mi aveva fatto un cenno e mi aveva detto: “Adesso basta”. “Ti sei un po’ stuff di musica, eh Chinacci?”, avevo chiesto io. “Sì”, mi aveva risposto reclinando il capo. Poche ore dopo è morto ».
Uberta Visconti di Modrone

« Aveva accanto la sorella Uberta. A me telefonò Pietro Notarianni: mi chiese se era vera la notizia. Sono corso da Visconti con lo sceneggiatore Medioli e Giovanni Bertolucci. Non lo sentivo da due giorni perché, avendo la febbre alta, non era giusto farlo parlare al telefono. La sua era una normale influenza. Secondo me, è stato lui e non voler più combattere con la morte. Era stanco di non essere più il Luchino che amava, stanco di vivere a quel modo, stanco di medici, di fisioterapisti, di camerieri, di girandole di amici, di sorrisi forzati. Il film era finito: era finito anche lui. Sentiva che non avrebbe fatto un altro film, era proprio stanco di vivere a quel modo.»
Enrico Lucherini

« Roma è una città nella quale diventa sempre più difficile vivere », aveva detto soltanto pochi giorni fa Luchino Visconti a un amico giornalista che gli aveva chiesto di intervenire nelle polemiche sulla sua città di adozione. « Non credo, aveva aggiunto, che riuscirei a sopravvivere una intera domenica senza lavorare ». Il lavoro, continuo, appassionato, al di là degli anni, delle fatiche e del male, era diventato la funzione della sua vita. Lunedì, avrebbe dovuto cominciare il doppiaggio del suo ultimo film, L’Innocente, di cui aveva appena terminato le riprese. « Fino a due giorni fa, quando è stato colto da un attacco influenzale che lo ha costretto a letto, ma che non faceva presagire la tragedia, Luchino aveva continuato a lavorare senza sosta », diceva ieri sera il press-agent Enrico Lucherini, affacciandosi con le palpebre umide dietro la porta di legno chiaro dell’appartamento dove il regista viveva, in un quartiere residenziale alle spalle di corso Francia, e dove è stata composta la sua salma.

Fino all’ultimo, la vita di Visconti è rimasta la stessa, abitudinaria. Al mattino, le persiane della sua stanza restavano abbassate fino a tardi. Si alzava verso mezzogiorno. Le ore che non dedicava al cinema, le divideva fra la musica, alla quale era stato educato fin da ragazzo, e la lettura. Guardava spesso la televisione, gli piaceva seguire un po’ tutto, discutere, commentare, a volte con una calma ironia. La sera usciva volentieri, oppure pranzava a casa, con la sorella Uberta, che viveva con lui, e gli amici più intimi: Suso Cecchi D’Amico, compagna di tutto il suo lavoro, lo sceneggiatore Enrico Medioli, il musicista Franco Mannino, Enrico Lucherini, lo scrittore Giuseppe Patroni Griffi, l’attrice Adriana Asti e il giovane aiuto-regista Giorgio Ferrara, figlio del neo-presidente della giunta di sinistra della Regione, Maurizio.

Sono le persone che ieri sera si sono ritrovate a vegliare il corpo del regista. In più, c’erano la nipote Meralda ed il nipote, Prandino Visconti, anche lui regista, che era rimasto, al contrario dello zio, milanese. Amici e parenti hanno voluto restare soli. Le sette stanze dell’appartamento devono essere sembrate loro infinitamente vuote. Il corpo di Visconti era adagiato nel suo grande letto, con le mani giunte, una vestaglia color rosso fragola annodata alla vita, un foulard intorno al collo, sulle guance già pallide. Al lati due candele e due gladioli bianchi. Una stanza dalle pareti ricoperte di grandi fiori vivaci, come tutte quelle dell’appartamento.

In questa casa, Visconti era venuto a vivere da un paio d’anni, dopo l’attacco che lo aveva colpito durante la lavorazione di Gruppo di famiglia in un interno (sic Ludwig!). Allora, aveva spiegato agli amici che non se la sentiva più di vivere nella villa sulla via Salaria, immersa negli alberi, dove aveva abitato per più di trent’anni. Si era voluto avvicinare alla sorella. Così si era ritrovato in un appartamento molto moderno, tutto sommato anonimo, al quarto piano di un edificio abitato da famiglie dell’alta borghesia, in una strada privata, riservata, silenziosa. Un po’ del verde della Salaria gli era rimasto: giunchiglie gialle che si arrampicano, come rampicanti, lungo i muri, un giardino con piante da frutta, una magnolia e qualche leccio, e, proprio davanti alla terrazza del suo appartamento, isolato e solitario, un gigantesco cipresso, con la punta, su in cima, più alta del tetto.

Ma lì, forse, Visconti si sentiva provvisorio. Sul targhettario del citofono, aveva messo solo un pezzetto di foglio a quadretti e sopra, scritto con la biro, « L. Visconti ». Pochi giorni fa, erano finiti i lavori di una casetta con giardino che si era fatto costruire a Castelgandolfo, sul lago di Albano, dove aveva annunciato di volere trascorrere almeno i mesi caldi dell’estate. Una cosa certa è che non avrebbe mai più lasciato Roma. Lui, milanese di formazione e di cultura, amava questa città e al tempo stesso voleva sentirsene estraneo: « Ne amava, per ragioni misteriose, la femminilità, che lo attraeva e lo respingeva », dice una delle persone che meglio lo conoscevano.
Pietro Lanzara

Testimonianze: Uberta Visconti di Modrone (Massimo Fini, Chi era Luchino Visconti, L’Europeo, 2 aprile 1976); Enrico Lucherini (Concluso il film, non ha più voluto lottare con la vita, Oggi, 5 aprile 1976); Pietro Lanzara (Corriere Romano – Corriere della Sera, 18 marzo 1976)

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