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Disegno di Francesco Trombadori 1947

Disegno di Francesco Trombadori, 1947

Maggio 1947. La OFS (Organizzazione Filmistica Siciliana) di Palermo, proseguendo nel suo programma inteso ad esprimere l’anima siciliana e la bellezza dell’Isola, attraverso l’opera dei suoi maggiori artisti, ha acquistato i diritti di riproduzione sullo schermo dei più significativi e celebrati lavori di Giovanni Verga: I Malavoglia, Mastro Don Gesualdo, La Lupa, Ieli il pastore, L’Amante di Gramigna, ecc.
Alla realizzazione di tale notevole programma, grave di responsabilità, a cui la OFS destina larghezza di mezzi tecnici e impegna illustri collaboratori, la grande organizzazione siciliana darà inizio mettendo in cantiere, nel prossimo autunno, il più rappresentativo dei romanzi verghiani: I Malavoglia.

VERISMO NOSTRO

Abbiamo sempre pensato che il cinema italiano dovesse arrivare un giorno, scrollato di dosso il peso di un’infanzia che lo ha voluto dannunziano e superata in virtù di fattori decisivi per la sua stessa esistenza la fase della sua crescenza che lo ha visto ingrandirsi oltre misura e non in modo funzionale, ad interessarsi seriamente della nostra più genuina tradizione « verista ». Naturalmente al centro di questa tradizione letteraria sta Giovanni Verga con la sua opera della maturità (dalle « Novelle rusticane » ai « Malavoglia » e a « Mastro Don Gesualdo»), che rappresenta indubbiamente per un’esperienza verista del nostro cinematografo un punto di arrivo, diremmo quasi un traguardo obbligato che potrebbe far da ponte ad una fase di completa autonomia e di raggiunta rinascenza. D’altra parte bisogna pure riconoscere che se nella prima fase del tempo del « muto » il cinema italiano si era abbandonato all’eloquio e al decadentismo romantico, conservava tuttavia in poche (e disconosciute, in quel tempo) opere, la saggia tradizione narrativa che Manzoni aveva indicato: basterà qui nominare il film verista: Sperduti nel buio di Martoglio e l’epopea, quanto si voglia occasionale e istintiva, che Za La Mort aveva creato con la sua serie avventurosa di film sulla malavita.
Più tardi, in quel periodo che corre fra le due guerre mondiali, e che qui indicheremo come seconda fase, l’esigenza verista, propugnata e sostenuta da non pochi cultori, s’affermò malgrado tutto e prese consistenza formale e artistica in Ossessione di Luchino Visconti.
Quanto all’opera di Giovanni Verga, sebbene lo scrittore siciliano fosse spesso invocato e chiamato in causa come il migliore « rimedio » per una cinematografia che mancava soprattutto di fisionomia, non ci fu nessun regista che riuscisse a vincere le resistenze passive e a portarlo sullo schermo. In verità i tempi non erano maturi; anche i tentativi più in buona fede e sinceri, finirono in pratica per abortire. A meno che non si voglia considerare il film che il regista Righelli trasse da un’opera del primo Verga, del Verga cioè minore: «La storia di una capinera ». Già nella scelta era implicita una incomprensione o un completo disinteresse per la dibattuta questione; in tutti i modi il film che ne risultò era più che mediocre e non destò la minima curiosità.
E’ evidente, da quanto abbiamo detto, che oggi il problema è tornato non soltanto di attualità, ma che è probabilmente maturo per essere risolto. Oggi infatti il cinema italiano, uscito dal ristretto clima del tempo fascista ed affermatesi saldamente ‘in un clima di libertà e di apertura ideologica, è senza dubbio in grado di affrontare l’opera del grande scrittore verista. Si tratta evidentemente di un largo e profondo impegno che investe in tutta la sua responsabilità la intera cinematografia nazionale. Quella cinematografia che, imboccata decisamente la strada del verismo, ha ottenuto il grande consenso internazionale; è l’America che glielo ha tributato; è soprattutto Parigi che ha decretato il suo trionfo.
Per queste ragioni noi pensiamo che l’iniziativa della OFS di portare sullo schermo I Malavoglia, vale a dire l’opera più illuminata di Giovanni Verga, deve essere considerata come una tappa importante e significativa del nostro cinema. Sappiamo anche che, dopo questo primo film verghiano, ne seguiranno altri tratti dai racconti della maturità dello scrittore e da Mastro Don Gesualdo. Un impegno dunque che merita il plauso ed il consenso di tutti.
Si ritiene generalmente che I Malavoglia sia un’opera narrativa priva di ritmo cinematografico, o in altre parole che il ritmo interno di questo romanzo non sia traducibile in immagini.
Noi non siamo d’accordo.
Troppo conosciuti sono i dibattiti intorno al modo di scrivere verghiano per. tornarci sopra: ma è necessario dire che proprio in ragione di questo equivoco ne fu ritardata la comprensione. Tra l’altro si disse che lo stile di Verga manca di musicalità e che risulta arido e zoppicante.
A parte il fatto che è già un errore parlare di cinematografico o di anti-cinematografico di una scrittura, o (delle dualità di una scrittura (il ritmo), possiamo senz’altro dire che, quanto a Verga, quella opinione è errata. E’ errata in cuanto si osserva lo scrittore Verga da un punto di vista esteriore, partendo da una concezione negativa che si basa su una critica degli elementi estrinseci, non di quelli intrinseci. Ed è vero, invece, perfettamente il contrario: la prosa di Verga — proprio perché sgorga quasi sempre inconsapevole, da un istinto che è tanto più forte nello scrittore della sua educazione letteraria — possiede un ritmo interno che potrebbe essere trasferito in immagini da un regista che di questo ritmo sapesse interpretare, per mezzo della macchina da presa, il significato.
Ne I Malavoglia, i personaggi sono uniti da un medesimo destino e da. una stessa ansia di benessere: vivono e si muovono obbedendo ad una comune forza di gravita. La conquista da parte del riduttore cinematografico di questa atmosfera che lega gli uomini, è certo difficile e dura: ed occorrerà tanto amore verso Padron ‘Ntoni e la casa del Nespolo, quanto forse ne ha avuto lo stesso Verga. Elementi pittorici, musicali e di passaggio assimilati e fusi sono poi lo sfondo vivo di una vicenda asciutta ed essenziale: ma guai lasciarsi attrarre da uno di questi elementi, elevarlo in misura esagerata, e soprattutto guai a cadere in inutili compiacenze formali!
Verga certo richiede, come nessun’altro scrittore, convinzione ed ispirazione sincera per chi si accinga a trasferirlo in immagini. Film corale? Film senza attori? E’ chiaro che, non esiste una migliore possibilità teorica di realizzazione, in cuanto questa dipende esclusivamente dalla personalità dal regista. Il finale del romanzo contiene in ogni modo elementi epici ed umani di una straordinaria evidenza e di alta drammaticità cinematografica. La corsa di Padron ‘Ntoni tra la folla che si reca al processo del nipote; la sua fatica a farsi largo; la sua impossibilità di vedere il nipote in mezzo ai carabinieri; le parole che gli giungono mozze o appena percettibili. Un brano che potrebbe trovare degli equivalenti nella corsa affannosa ed esasperata del vecchio alla ricerca del figlio, dopo lo scoppio di una galleria sotterranea, ne La tragedia della miniera di G. W. Pabst, o la disperata ricerca, attraverso la città, dell’alcolizzato con la sua macchina da scrivere, di un negozio di pegni in Giorni perduti di Billy Wilder.
MASSIMO MIDA, maggio 1947

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