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Ossessione, disegno di A.E. Ciriello

Ossessione, disegno di A.E. Ciriello

«Ossessione di Luchino Visconti è stato, per la seconda volta, fermato dalla censura. “Con lodevole provvedimento – riferisce un foglio cattolico: L’Avvenire d’Italia – l’autorità competente ha deciso il ritiro del film dagli schermi bolognesi”. E la decisione verrebbe “a valorare e, nello stesso tempo, a suffragare i voti e i rilievi espressi” – da quel cattolico foglio – “contro una tale produzione cinematografica, in piena coincidenza, del resto, con quanto era sentito e proclamato dalla critica più avveduta e dalla coscienza degli spettatori consapevoli”. (…) Leggo su Roma Fascista del 17 giugno, che il Cineguf dell’Urbe ha proiettato, con discussione finale, il film di Visconti. L’iniziativa – per un’attenta revisione dei valori di Ossessione – è ottima. E pertanto proporrei che altri Cineguf (e, in articolar modo, quelli attivi: Milano, Venezia, Treviso, Parma) questa iniziativa riprendessero» Guido Aristarco (Corriere Padano, 27 giugno 1943)

«Lesivo del pudore, a me il film Ossessione non mi è parso. Del gusto, qua e là, si. Sovratutto per quanto riguarda l’ambientazione. Se avessi visto svolgersi a Ferrara Le due tigri non sarei rimasto più sorpreso. Ambiente di Ossessione avrebbe dovuto essere un anonimo fondo stradale; pensate alla taverna e al distributore di benzina, davanti a quel fiume d’asfalto senza connotati, chi va a che viene. I fatti si determinano in funzione di questa poetica fantasia: che se a un certo punto osteria e ostessa scivolassero dalla sponda a cui sono ancorati, il fiume d’asfalto li sommergerebbe, trasportandoli lontano da ogni punto fermo, non esclusi i sentimenti che impediscono l’adulterio e l’assassinio. Ah come mi riagrappo, qui, al mio precedente discorso intitolato a «F. Sirolesi». Infatti, dov’è il radicale errore di Luchino Visconti? Nell’aver voluto improvvisamente inserire la donna e l’asfalto (ossia Girotti) in una serie di consuetissime fotografie di Ferrara, tanto realistiche ed effettive quanto l’osteria e l’autostrada erano trasfigurate e simbolistiche (a meno, s’intende, che non gli siano venuti tali, a Luchino, per un altro errore)»  Giuseppe Marotta (Film, 3 luglio 1943)

«In attesa che si riscriva la storia della letteratura italiana è certo preferibile che il cinema abbandoni il precedente letterario per rifarsi alla gloria intatta e grandissima delle nostre arti figurative, tra le quali deve trovare il suo posto.
Una simile discendenza visiva mi pare di riconoscere nel film di Luchino Visconti Ossessione che si proietta in questi giorni in Italia e che ovunque suscita discussioni animate e talvolta persino violente. Ma un film che scuote e che, appunto fa discutere. E che dunque è impegnato ed obbliga a impegnarsi» Umberto Barbaro (Film 31 luglio 1943)

«Quali sono i film italiani che si presentano come più degnamente rappresentativi? (…) Dobbiamo ancora segnalare Ossessione, di Luchino Visconti, con Clara Calamai e Massimo Girotti, protagonisti.
Si può dire che mai nessun film italiano abbia suscitato un così vivo e dibattuto interesse. Alla curiosità che accompagnò la lunga lavorazione, seguì la più infuocata accoglienza alla primissima presentazione dell’opera che fu accolta da alcuni come una grande rivelazione e da altri come un autentico scandalo. Ad accrescere il fermento che (pur nella polemica più aspra) veniva insostanza a confermare l’intrinseca vitalità dell’opera d’arte, sembrò concorrere una serie di traversie, per cui il film, apparso in qualche minore centro di provincia, fu ben presto tolto dalla programmazione. Anche nelle maggiori città, dove era stato già annunziato ed era attesissimo, Ossessione, per un motivo o per l’altro fu proibito o rinviato sine die.
Ora, se si pensa a tante discussioni sorte prima ancora che il film passasse al vaglio della critica più accreditata, si può dedurre che esso effettivamente presenta un eccezionale interesse. A noi il film ha fatto molta impressione. E, seppure non ci è possibile prevedere quali potranno essere domani le reazioni del pubblico di fronte a un’ opera così violenta nel suo aspro realismo, possiamo pur tuttavia essere certi che esso resterà nel ricordo dello spettatore, proprio così come è, con l’affascinante vivezza delle sue immagini e la brutalità delle sue passioni» Silvano Castellani (primipiani, ottobre 1943)

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