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Le dernier tournant, 1939

Le dernier Tournant, Pierre Chenal, disegno di B. Lancy

«(…) Il film è tratto dal romanzo americano The postman always rings twice (Il postino suona sempre due volte) di James Cain, che già conosce una versione cinematografica diretta da Pierre Chenal (Le dernier tournant). Ma il tema, il motivo sono identici a quelli de La bête humaine (L’angelo del male). Anche in Ossessione una donna spinge l’amante ad uccidere il marito. E alla crudezza del violento amore carnale è vincolata la evidenza spietata delle inquadrature (il potentissimo finale, ad esempio), la descrizione nuda — e insistita — degli umili e perduti personaggi, della minuta cronaca dei loro quotidiani gesti ed azioni, la descrizione scheletrica di certi ambienti (la bettola e la birreria, la fiera e la camionabile).
Sensualmente torbide e grevi sono dunque l’aria e l’atmosfera del film. ma Ossessione non cadde mai nel letterario e nel retorico (ad eccezione, ripeto, per alcuni punti della recitazione) e non è — per chi sa ben vedere — opera cinematografica immorale. La verità, qui, diventa verosimiglianza artistica. La vicenda, che ha un preciso rapporto con il materiale radunato, si tramuta — ripeto — in umana poesia. Ed è questo film, — altra cosa da precisare — italiano, nonostante le evidenti influenze neorealiste francesi: e non solo perché la vicenda è ambientata a Ferrara ed Ancona (un’ambientazione riuscita: alla quale hanno contribuito la fotografia di Tonti e il sonoro: i rumori sono sapientemente scelti e messi in rilievo, come il cigolio delle porte; la musica di Rosati è efficace e talvolta usata opportunamente per contrappunto). Ad ogni modo Ossessione è un film italiano e morale più di tanti altri cosi detti comico-sentimentali.
Per la polemica presa di posizione all’inizio sottolineata, e per la presenza di quella verità artistica, e quindi stilistica, che può essere la sola salvezza del cinema, Ossessione mi sembra — ed avrò contro di me ancora una volta il pubblico — il nostro film più significativo di questi ultimi tempi; e pertanto destinato a rimanere nella storia del cinema.»
Guido Aristarco (Corriere Padano, 8 giugno 1943)

«Luchino Visconti, abbandonato il proposito di dirigere un film tratto dal romanzo di Verga I Malavoglia, realizzerà invece un film psicologico d’ambiente moderno, che si svolgerà a Milano.»
(Film 19 giugno 1943)

«Io non ho mai portato il cappello. La neve, la pioggia, il sole hanno sempre fatto sulla mia zazzera ogni comodo; ho raccolto, e raccolgo, nella mia zazzera tutti gli umori delle stagioni. Ho anche raccolto qualche sberleffo: al tempo della mia provincia. «Quel matto …» dicevano i miei concittadini, irritati dalla mia nuda capigliatura sul grigio scenario invernale: «quel matto …»; e una bizzarra giovinetta, con i libri sotto il braccio, aggiungeva al mormorio impertinente un ironico grido: «poeta!». La giovinetta si chiamava Lina Costacurla: si nascondeva, la monella, e mi schermiva; ora, la stessa giovinetta, non più giovinetta, si chiama Lina Costa e, dottoressa e regista, se mi incontrasse, non mi burlerebbe più, di certo. Signorina Costa, io ho la memoria lunga.
Non ho mai portato il cappello, ripeto; ma Girotti, in Ossessione, dà ai miei concittadini una gran gioia: il cappello, Girotti, non se lo cava nemmeno a letto. Girotti cammina per le stanze, mangia, beve, dorme, sempre con il fido cappello in testa. Girotti di leva la camicia, si leva la maglia, si leva le scarpe, ma, tetragono, il cappello resta là, sulla chioma. Fortunato in amore, Girotti ha per sè, subito, le occhiate bramose di Clara Calamai, e il resto, le occhiate bramose di Dhia Cristiani, e il resto; ma il cappello, nelle sequenze della bramosia e del resto, rimane imperturbabile, sui capelli. Si perturba la Calamai, si perturba la Cristiani, si perturba il censore, si perturba la critica, si perturbano le dame, si perturbano i gentiluomini; ma il cappello, no. Pallida, ardente, cupida e vietata ai minori, la Calamai; ma il cappello di Girotti è insensibile alla furibonda ebrezza, garantita elargita da quella molle e selvosa e dannante creatura. Sì: lui, Girotti, si sconvolge, e, ginnasta dell’amplesso, si esibisce nel talamo rusticano a torso scoperto (un torso che non mi impressiona; meglio l’arroventata immagine di Clara); ma il cappello, indifferente e placido, non sussulta, non si agita, non si muove. Si muove Clara, si muove la critica, si muove la censura, si muove – troppo – la mia vicina; ma il cappello, porca miseria, no.
È il cappello di Jean Gabin.

Massimo Girotti

Massimo Girotti, cappello in testa qualche anno dopo, nel film Molti sogni per le strade 1948

Di Jean Gabin, Girotti ha anche la barba, l’ispida barba; e, come Jean Gabin, Girotti cicchetta. Maschera ermetica, peli pungenti, alito bruciante, cappello in testa: il vagabondo di Ossessione è carico di preziosi intellettualismi. All’apparire di Girotti, nell’osteria sul Po, fra le robuste zanzare della piana ferrarese (ferma e pesa l’estate: e le foglie non respirano …) Clara Calamai, che ignora il Porto delle nebbie, si innamora rapida. È il coup de foudre: e vien alla mente una sbrigativa didascalia del maligno Shaw in «Non si sa mai»: «a la vista di Gloria, Valentino si innamora». Eh, che velocità? Ignora il Porto delle nebbie, la Calamai; in compenso, il regista e gli sceneggiatori serbano uno scrupoloso ricordo dell’Angelo del male, di Alba tragica, di Verso la vita, della Maternelle, della Bella brigata, eccetera eccetera eccetera eccetera. Si tratta di un film originalissimo, e la copiatura (Francia e America) non può sorprendere: né può sorprendere — si tratta di un film che deve insegnare ai cineasti italiani lo stile italiano — il soggetto desunto da un romanzo di Cain. Perché, a quanto sembra, il genere veristico, da noi, non c’è.
Ho in pratica i luoghi di Ossessione: la riva ferrarese e la riva polesana. Ho in pratica quella immobile, lucida, arsa estate; ho in pratica quel favoloso paesaggio, a valli, a gorghi, a canali, a golene, a pioppi, in un silenzio illimitato; e il paesaggio della Bassa, aspro e drammatico, sotto i cieli umidi dell’autunno. Rammento (o miei giovani anni …) i ponti di barche, i «passi» sulle acque, i mulini; rammento — parevano fili d’erba, dagli argini — le croci dei campanili; rammento i barocchi dei mercati, sulle strade diritte, per la fiera … Come rammento — Polesine ancora, ma sull’Adige — la torre di Badia, che è il paese di Gino Visentini. Insomma, una frenetica vicenda d’amore poteva, sì, chiedere a quei luoghi affuocati la terragna atmosfera (ci siamo, con le atmosfere, ci siamo); ma un altro realismo bisognava esprimere: il realismo di Gino Piva nelle «Cante d’Adese e Po», il realismo di Corrado Govoni nella «Santa verde», il realismo di Bacchelli nei racconti di «Acque dolci e peccati», il realismo dei libri in dialetto di Palmieri. (Palmieri, lo so che siete modesto: perdonate). Anche nelle opere di Bacchelli, di Piva, di Govoni, di Palmieri – opera che, con buona pace dei raffinati, precedono le narrazioni filmiche di Renoir, di Carné, di Duvivier — vi sono gli autocarri, le osterie, le armoniche, le biciclette, le sbornie, i vagabondi, le donne calde — e non era il caso proprio, di affidarsi al modello dell’Angelo del male, della Bella brigata, di Alba tragica … Esiste, da noi, una letteratura che avrebbe potuto, schietta e ruvida, senza retorica e senza riguardi, fornire ai cineasti di Ossessione il clima esatto.
Un clima di visioni, di sentimenti, di sofferte esperienze: quelle visioni che il film trascura, preoccupato come è di cercar il linguaggio in casa d’altri. Solitudine della Bassa remota, fra le vampe dell’estate implacabile e la nebbia spinosa (la «fumara» cupa e solida); la umanità di quella gente e di quelle cose. Gente magra e sensuale: e un frenetico fatto d’amore era possibile. Ma un fatto determinato dalla mestizia del paesaggio e delle stagioni, non dal dilettantesco imitare. Un’altra doveva essere la genesi del film: il verismo nostrano, non il verismo di Renoir, di Carné, di Duvivier, eccetera, eccetera, eccetera, eccetera.
Ad ogni modo, Clara Calamai è bellissima: con quello sguardo bramoso, quello sguardo straripante. Se necessario, anch’io mi sarei presentato nell’osteria sul Po con il cappello in testa. «Tutto per la donna» avverte l’avvocato Manzari: tutto: compresso il cappello.
Lunardo (Film, 26 giugno 1943)

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