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Il cinematografo e l’idea del popolo
« (…) Il popolo italiano, come ogni popolo, come quel vero popolo che può ispirare una idea della sua verità e della sua natura, della sua vita e delle sue origini, è quello che non ha problemi moralistici (parlo degli schemi di una moralistica teologica), che non ha questioni di pensiero, che non è scientificamente attaccato a qualche cosa. Ma quello che sta al mondo,. che ha le questioni del pane e della faccia, del vivere: quello per il quale le voglie sono aspirazioni, e i bisogni sono desideri. E’ logico che il cinema italiano, almeno da questo punto di vista (ma anche da nessun altro punto di vista) non è mai stato sufficientemente popolare e sufficientemente intelligente e sufficientemente vero (che vuol dire, anche, sufficientemente cinematografico). Le eccezioni, e parziali, si contano appena sulle dita, e non tutte, della mano. Una di queste sarà certo, Alfa Tau, per capire subito. Per questo, ad Alfa Tau siamo disposti, e non si fa uno sforzo di generosità, a perdonare intemperanze, debolezze, e qualche mancanza di misura. Sempre per continuare l’esempio, un’altro indizio concreto su questa medesima scala di valori, anche se piegato decisamente su un’altra strada ben diversa (piegato, cioè, verso un esteso sentimento questa volta proletario) sembra essere il nuovo film Ossessione: film per il quale la natura non è un teatrino di legno e cartone, e il cuore umano un’aranciata per aiuto-registi, e le facce del nostro popolo un volgare elenco di maschere abusate dalla più sorda convenzione letteraria (e qui si da a letterario, naturalmente, quel senso peggiore ch’esso il più delle volte comporta). Film portato avanti da Luchino Visconti con le segrete e passionate intenzioni, come se sulla vicenda ch’egli ha narrato, penetrandola con una figurazione rigorosamente attenta e vera, commovendola naturalmente, pesasse il ricordo e la responsabilità di un destino eccezionale; e, ad ogni modo, di una convinzione ricca di sangue e di amore. Film che da credito a tutte le speranze, anche perché ha richiesto e subito una maturazione lentissima, un giro lunghissimo di tentativi e di esperimenti, alla ricerca di quello che noi pensiamo essere, appunto, una idea sensibile di popolo, nel senso che abbiamo definito. E la pianura ferrarese con la malinconia grossa, umida, infinita, che la raccoglie in un guscio di terrestre calore, doveva essere il fondale originale e sincero su cui succede quello che deve succedere, e che interpreta da vicino quella popolarità del cinema, che è una tentazione comune della nostra più intelligente e sincera generazione. E si spera che così il popolo cesserà di stare ad aspettare quello che il cinema gli deve, e potrà finalmente vedersi, sentirsi.»
Emilio Villa (primi piani, gennaio 1943)

FIERA DELLE NOVITÀ
OSSESSIONE

« Questo film ci racconta la storia, sempre dolorosa, di un incontro nell’arte — ed è il caso di OSSESSIONE — sempre fortunato: l’incontro tra natura ed uomini.
Qui — come forse mai nel cinema italiano è stato di vedere — la natura, a contatto con le creature umane, trova i momenti non casuali di un’ accorata confessione, un pretesto per l’abbandono della sua selvaggia ritrosia a favore di una rivelazione improvvisa della sua più intima e tragica bellezza, mentre gli uomini risentono della sua nuova prospettiva, come moltiplicati ed esasperati, gli interrogativi della loro angoscia quotidiana.
I volti di Massimo Girotti, di Clara Calamai, e di Juan De Landa li ritroviamo, in OSSESSIONE, nuovi: segnati dall’urto di quel destino che perseguita gli uomini, ricchi soltanto di desideri e di sconforti. Essi giungono a rivelarci, al di là dei tratti individuali, il volto drammaticamente assorto dell’uomo primitivo, in lotta con gioie e tormenti che vive e non riesce a comprendere.
(Cinema – Fascicolo 157, 10 Gennaio 1943)

Com’era la versione originale di Ossessione, febbraio 1943 è una domanda difficile da rispondere.
Ho controllato le diverse versioni del soggetto di Ossessione pubblicate nel periodo 1943-1944 in almeno tre cineromanzi. I dialoghi corrispondono alla versione (alle versioni) disponibili in DVD, tranne che per certe scene mancanti. Si potrebbe pensare che queste scene sono il frutto della fantasia del redattore, ma le fotografie che accompagnano il testo  dimostrano che sono state girate. Ecco per esempio la scena della prima fuga di Giovanna e Gino. Senza il camionista non si capisce che fine abbia fatto Giovanna:

Scena tagliata

Scena tagliata

(…) un mattino, mentre l’oste era a pescare, tutti e due lasciarono la trattoria e si misero in cammino verso Ferrara. Ma fatto qualche chilometro, Giovanna propose di tornare indietro.
— Lo so come vanno a finire queste cose – disse – Io non sono fatta per vagabondare come te. Passeremo una notte in un albergo e domani saremo in giro a cercar lavoro e chissà se ne troveremo…
Gino la guardava stupito.
— Ma non dicevi che tutto era meglio pur non restare vicino a lui?
— Sbagliavo. Dobbiamo tornare laggiù.
— Per avere sempre tuo marito tra i piedi?
— Troveremo un modo per rimanere noi due, soli e non sulla strada.
— Cosa dici, Giovanna? Un modo? Mi vuoi mandare in galera…
— Mi sono sbagliata sul tuo conto. Ti credevo un uomo.
— Io me ne vado. Non mi ha fatto niente di male, lui! Perchè dovrei fargliene io?
La donna ebbe un moto d’ira. Passava un autocarro: essa fece cenno al conducente di fermarsi e lo pregò di lasciarla salire. Quello acconsentì. Gino non disse nulla; lentamente si allontanò, mentre il camion si rimetteva in marcia. Aveva gli occhi pieni di pianto.

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