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Massimo Girotti e Clara Calamai, film 19 settembre 1942

Massimo Girotti e Clara Calamai, film 19 settembre 1942

Un film verista entro il quale si muovono uomini veri piegati da una dura condizione.
Allora, quando i giornali cinematografici cominciarono ad annunciare la entrata in lavorazione di Ossessione, un film prodotto dalla Ici e diretto da Luchino Visconti, prestavo servizio all’Ospedale Militare di Ravenna: una breve stagione carica, tuttavia, di solidi incontri, con uomini e paesaggi, prima di quel tempo imperfettamente sviscerati o del tutto ignorati, si che scorgevamo le nostre azioni ed i nostri pensieri mutare ed incanalarsi entro i margini di una durevole crisi, giorno per giorno. ne derivavano un’ansia feroce, una inquietudine polemica di fronte a tutti i problemi.
Fra gli altri, quelli che ci procuravano le soste entro le pareti del cinema principale, che stranamente ci porgevano il ricordo degli involucri del panforte; la noia ci piegava le spalle avanti che il film iniziasse, tanto eravamo sicuri che lo schermo, ancora una volta, ci avrebbe rimandato l’agnosticismo morale, le flaccide «avventure», le languide psicologie di personaggi a fatica emergenti da ciechi interni o da agghindate campagne.
Un insopprimibile contrasto con il mondo nel quale adesso vivevamo, il più degno d’essere raccontato ed educato. A rinfrancare un poco il disgusto e i quotidiani interrogativi ci raggiungevano le battaglie dei cineasti, bambini pazienti nello scomporre i motivi che, troppo speso, imprigionano entro strettoie inutili e dannose il cinema di casa. Pensavamo che il doloroso ricordo dell’«industria e del commercio» non ci fosse soltanto in noi assopito nella «purezza» provinciale e nel crudo urto con la Realtà; rammemoravamo, d’altro canto, i buoni sentieri da Sole di Blasetti e da Montevergine di Campogalliani, dalla Peccatrice di Palermi e da Fari nella nebbia di Franciolini; tosto occultati da un oscuro muro di gramigna.
Frattanto le notizie intorno a Ossessione si facevano più precise, apparvero le prime fotografie sulle riviste; ci fu facile scorgere sostanziosamente affermata, sin dall’inizio, la sola tendenza — quella del cinema verista — degna di apportare un netto richiamo ed un notevole apporto alle qualità espressive ed estetiche del mezzo pellicolare.
Partimmo per Ferrara, rassegnati. Lungo il viaggio venivamo di continuo a contatto coi gialli e coi grigi alla Van Gogh, per intenderci, della pianura padana, del cui «climax» cinematograficamente emotivo ci aveva parlato una sensibile amica ravennate: prezioso trampolino, questo, per un rapido inoltro nella sapiente impostazione trovata da Luchino Visconti e dagli sceneggiatori di Ossessione, Mario Alicata, Giuseppe De Santis, Gianni Puccini (tre giovani che, coi loro scritti, mostrano continuamente di non voler languire nella noia delle facili occasioni), coll’ambientare nella Bassa Ferrarese il drammatico nodo stretto da una coppia condannata a una vita dolorosa per errori derivanti dai loro sensi embrionali e confusi, da una loro incontrollata animalità preda di un’assidua ossessione che li mena all’urto, senza che nessuno riesca a calmarla.
Una campagna «breugheliana», resa più ampia dal fiume sereno, francamente usata dal regista e da quell’istintivo e cordiale operatore che è Aldo Tonti, senza il minimo adagiamento nel «pittoresco» e nel «folkloristico», a servizio di un incessante contrasto (a differenza di molti film, ove la natura partecipa con pari gioia o sofferenza ai moti psichici dei personaggi ad esempio, il mare in Fortunale sulla scogliera) con le offese procurate ai protagonisti di una dura vita.
Anche dinanzi ad un’altra felice novità, c’incantammo durante la nostra permanenza a Ferrara, nel veder usato un materiale umano del tutto autentico: operai, contadini, giovani e bambini, scelti fra coloro che tutti i giorni seguivano, con paziente interesse ed una simpatica partecipazione, le fatiche del «si gira», dall’occhio attento e curioso di Giuseppe De Santis, che è anche l’aiuto-regista di Ossessione.
Armonici, senza i falsi atteggiamenti delle comparse, senza tirar, cioè, a «fare il contadino o l’operaio», li abbiamo veduti sciogliersi con quegli alberi, con quei prati, con quel fiume (che possiedono, ammettiamolo, un loro segreto singolare dono di una rapida fusione con l’elemento uomo); ognuno riusciva inconsapevolmente ad offrire un piccolo contributo alla creazione di un così desiderato cinema «corale».
Allorchè, poi, s’iniziarono gli interni al Teatro Comunale, altre sorprese dovevano pungere la nostra, già soddisfatta, avidità: l’avere, ad esempio, saputo intravvedere in Massimo Girotti, in Clara Calamai e in Juan De Landa, possibilità interpretative più approfondite. E l’interesse dimostrato da tutti gli attori nel seguire i consigli di Luchino Visconti, consapevoli di trovarsi dinanzi ad un giovane che porta, anzitutto, al cinematografo una coscienziosa fede, un’esatta conoscenza del linguaggio cinematografico, oltre che un’affinata cultura ed un raro mondo interiore, stava a dimostrare l’amore che una seria iniziativa può suscitare.
A malincuore dovemmo partire ancora una volta ci passò dinanzi la pianura sotto un cielo densamente bianco; rivedendola, ammiravamo ancor più l’ampia valorizzazione introspettiva consegnata da Luchino Visconti ad un vero paesaggio italiano, entro il quale cominciavano a muoversi uomini veri, piegati da una dura condizione.
Aldo Scagnetti (Film, 10 ottobre 1942)

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