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Massimo Girotti in Ossessione, Cinemagazzino 10 settembre 1942

Massimo Girotti in Ossessione, Cinemagazzino 10 settembre 1942

«Un altro tentativo di grandi proporzioni, e nel quale pure sarà messa finalmente alla prova la vocazione degli italiani all’espressione cinematografica, è costituita dal film Ossessione. Luchino Visconti, coadiuvato da una serie di giovani tecnici e realizzatori veramente scelti, ne è il regista: e, per di più, regista al suo primo film. La vitalità realistica, almeno quella rivelata dalle intenzioni in sede di previsione e dai primi documenti fotografici, e già interamente consegnata ai contenuti. Avremo lo sfondo di un paesaggio nostro, profondamente e umanamente indagato, quasi scavato. E su questo sfondo, tutta la vita e le cose vere che lo ombreggiano con la loro irrimediabile e patetica presenza: ritroveremo il sapore acre e polveroso delle nostre strade, le autocisterne e i camion che graffiano il suolo italiano, dove un distributore di benzina può essere un orizzonte e una meta per tanta gente, e un’osteria fuori mano, una bettola, una birreria, contenere l’inferno e il paradiso, il limbo del nostro popolo per il quale il male inevitabile vive come vittima e sostegno del bene. Venditori ambulanti e meccanici, dopolavoristi e commessi di trattoria, daranno la vita naturale alle scomposte e innocenti esuberanze popolari, alle generosità improvvise e inestimabili del popolo, agli impulsi ossessivi dei violenti amori proletari, dei furori semplici e dei disastri della carne. Così nelle fiere e nelle terze classi dei nostri treni, sulle strade o nelle povere stanze, le oscure vicende di Gino parleranno un po’ più sinceramente al cuore della gente che in questo film potrà ritrovarsi, riconoscersi. Creature di squisita natura umana, i cui tratti palpitano con un’accesa e dolorosa verità, creature come quelle che in Ossessione hanno vita, immagine e riflesso, non potrebbero certo muoversi a loro agio, e scampare da una disastrosa retorica, se la loro agitazione finisse con ombreggiare impalcature incalcinate o dipinte, di iuta o di vernice, dei teatri di posa, dove la falsità è sovente l’unica possibile ragione di una immaginazione polemica e a corto di altre passioni più onorevoli. Creature semplici e senza colpa, anche nell’alone fosco del male della passione, del tradimento, del delitto, avvolti in una pietà che li protegge dall’alto, con una moralità spontanea, con una giustizia elementare, esse sono collocate nel loro ambiente originario e reale : tra gli alberi veri, o nell’erba o sulle strade o per le campagne o nelle zone accidentate e tormentate delle periferie cittadine, dove ogni sasso, ogni angolo sbreccato, ogni sentiero, ogni cortile, ogni selciato, narra, nell’usura della sua fisionomia, tutta la lunga storia del quotidiano rovello degli uomini.
Va subito detto come una simile compagnia di elementi duri e reali rimane tutta da vincere e da piegare per ricondurla alla sua condizione espressiva senza che il minimo sospetto di una retorica qualsiasi, che può consistere anche in uno sfogo inconfessato di eloquenza visiva o di polemica sociale (vizio nel quale cadono molto spesso anche i migliori film francesi) la sfiori. Ma l’impegno dichiarato dei realizzatori di questo film è proprio qui: ritrarre e esprimere tutto l’essenziale e solo l’essenziale, lasciando che le cose parlino da sé e che il loro significato si consegni intatto, e dunque reale, alla nostra visione.
E’ a da qui, è solo da siffatte intenzioni, anche al di fuori dei risultati prevedibili, che può prendere le mosse un rinnovamento sociale del nostro cinema, compito che ci siamo assegnati quasi come una missione.»
Antonio Pietrangeli (Verso un cinema italiano, Bianco e Nero, agosto 1942)

Clara Calamai in Ossessione, Cinemagazzino 3 settembre 1942

Clara Calamai in Ossessione, Cinemagazzino 3 settembre 1942

«Sino a questo momento, il senso della verità umana è stato assai lontano dalla sensibilità dei nostri cineasti: solo un regista nuovo, non contaminato dalle convenzioni dell’usuale mestiere, poteva affrontare temi così ardui. Occorreva, prima di tutto un gusto, una intelligenza: e audacia e novità di intenti; e preparazione raffinata. Da intenzioni di questo genere nasce il film che Luchino Visconti sta girando nella bassa ferrarese: Ossessione. Una storia di cruda e aspra umanità: in uno scenario ancora selvaggio si agitano uomini rimasti al di qua di ogni coscienza morale preda di passioni torbide e convulse. E invano il fondo più riposto della loro anima tenta una conciliata di ordine e chiarezza: la forza elementare che è nel sangue non meno che nella natura non ancora domata dalle opere dell’uomo li risospinge in fondo al gorgo. Come le sabbie e il fango di una savana tropicale è l’istinto di questi uomini; non vale il loro disperato dibattersi; la morsa insidiosa del male li stringe e li travolge.
Non il garbo fittizio convenzionale dell’usata rettorica cinematografica in questo film che ci consentirà di vedere sui nostri schermi una figura di attore che solo l’intelligenza di uno spirito aperto e non irretito da pregiudizi poteva mettere in risalto nel suo più autentico valore: Massimo Girotti, sino a questo momento rinchiuso nell’aridità di un ruolo convenzionale. Ossessione segnerà la sua liberazione dagli schemi usati e la realizzazione dì un autentico personaggio. E sarà l’apparizione di una figura non consueta nei nostri film: un attore autentico che vive una vicenda drammatica in tutta la sua consistenza fisica e morale.
Accanto a Massimo Girotti vedremo Clara Calamai: altra attrice di cui una regia avveduta potrà mostrarne l’intero volto artistico, che non si esaurisce in un ruolo convenzionale come sinora è accaduto. La sua bellezza avrà nella vicenda funzione tragica: e apparirà perturbatrce e umana fra le passioni che si scatenano attorno a lei.
Il terzo interprete è Juan De Landa, la cui maschera potente è come l’esteriore riflesso di un’umanità elementare e bonaria.
Affiancano i tre protagonisti alcuni giovani attori dei quali forse per la prima volta si riveleranno le non comuni capacità artistiche: Dhia Cristiani, Elio Marcuzzo, Vittorio Duse e Michele Riccardini.
E’ effettivamente un avvenimento non dimenticabile quello che si prepara agli spettatori italiani nel lavoro ancora fervente tra il Teatro Comunale di Ferrara (dove vengono girati gli interni) e le zone alla periferia della città dove si girano gli esterni. Un film che rimarrà nel ricordo di quanti lo vedranno come qualcosa di effettivamente “nuovo”: opera di uomini nuovi e di un gusto interamente originale.
Visconti è stato in Francia aiuto di Renoir: e non si può dire tanto che sia una scuola per lui, questa esperienza quanto una applicazione pratica di quel gusto e di quelle tendenze artistiche che anni di non improvvisata cultura avevano maturato in lui. L’incontro di due temperamenti affini in un’opera comune, è stata la collaborazione di Luchino Visconti a più di un film di Renoir. e la premessa ad un’attività interamente personale: capace di rinnovare in maniera definitiva il chiuso ambiente della cinematografia italiana.
Non più i salotti Novecento, i telefoni bianchi e divani imbottiti, si vedranno in questo film: ma case tristi di uomini poveri sulle acque ferme della palude; e osterie di campagna; e porti di mare. In mezzo a cui uomini vivi si muoveranno e donne dotate di una carne e di un’anima. Mentre un paesaggio tragico e desolato sarà direttamente partecipe delle passioni che si scatenano tra i protagonisti del dramma.
Il quale è stato elaborato in una sceneggiatura accuratissima dallo stesso Visconti in collaborazione con degli scrittori particolarmente orientati, per i loro gusti e le loro preferenze, verso le opere dense di contenuto umano: Gianni Puccini, la cui competenza è ben nota a quanti si occupano di cinematografo; Mario Alicata, critico di letteratura ed arte; Giuseppe De Santis, narratore.
Non anticipiamo ai nostri lettori il contenuto del film con un giuoco di cui si conosce già il meccanismo, una favola conosciuta è a volte meno interessante di quelli che riserbano delle sorprese.
Ma vedremo presto nelle sale cinematografiche, spettatori fermi e intenti a seguire con ansiosa attenzione le vicende di questo film che, per essere un film vero, umano, e per nascere da autentiche e spregiudicate intenzioni d’arte, meriterà la qualifica di autentico film “italiano”.»
Antonio Foliero (cinemagazzino, 20 agosto 1942)

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