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Massimo Girotti, interprete di Ossessione (foto Civirani) Film, 25 luglio 1942

Massimo Girotti, interprete di Ossessione (foto Civirani) Film, 25 luglio 1942

Confusioni e pettegolezzi…
« Luchino Visconti di Modrone esordirà come regista in un film della Ici, Palude, tratto dall’ omonima commedia di Diego Fabbri. Interpreti principali saranno Massimo Girotti e Juan De Landa. » (Film, 18 luglio 1942)

«Nello scorso numero abbiamo erroneamente annunciato che il film Ossessione (Palude) che Luchino Visconti di Modrone sta realizzando a Ferrara per la Ici, era tratto da una commedia di Diego Fabbri. Ossessione è tratto invece da un soggetto originale dello stesso Visconti, di Mario Alicata, Giuseppe De Santis e Gianni Puccini, che ne sono stati anche gli sceneggiatori. La drammatica storia di passione e di sangue che il film racconta è tutta imperniata su un ‘umanità dagli impulsi primitivi e incontrollati che si dibatte nel tentativo di adeguare la propria esistenza a quella che, viste in distanza, appaiono la felicità e la gioia degli altri. Ma, infine, questa umanità fallisce miseramente nello scopo, edificando con le proprie mani macchiate di sangue una fatalità di ossessione disperata. Le figure dei protagonisti sono incarnate da Massimo Girotti che, per la bellezza maschia ed innocente del volto e per la valentia interpretativa, bene imposta la figura di un istintivo incapace di resistere al turbine delle passioni che la vita gli accende nell’animo con foga dirompente; da Clara Calamai, che passa con tanta naturale immediatezza dalla torpida e quasi sonnolenta sensualità alla vivacità ferina; e da Juan De Landa, la cui maschera potente è come l’esterno riflesso di una umanità elementare e bonaria. Assieme a questi attori principali, le figure già note di Dhia Cristiani, Elio Marcuzzo, Vittorio Duse e Michele Riccardini (Film, 25 luglio 1942)

«I nostri giornali si sono sbracciati a pubblicare che Clara Calamai, attualmente a Ferrara dove gira i film Ossessione, sorpresa dagli agenti dell’ordine in abiti maschili mentre faceva collazione in un ristorante è stata ‘fermata’, condotta in Questura e diffidata; dopo di che ha dovuto affrettarsi a tornare in camerino per riprendere vesti femminili. Ora, non sarà male precisare che la notizietta è stata un po’ ‘gonfiata’ e che l’episodio ha avuto proporzioni e sostanza leggermente diverse. Clara, infatti, non era ‘in abiti maschili’, ma in ‘tuta’ di lavoro, intenta a girare un film che per le sue caratteristiche e per il suo ambiente, richiede non lievi disagi. Del resto, è abbastanza facile comprendere che Clara Calamai, così femminilmente splendente come è, non ci tiene affatto (né ci tengono gli spettatori) ad abdicare — neanche pro forma — alla sua eleganza e civetteria di donna. Ecco tutto.» (Film, 25 luglio 1942)

Gli addetti ai lavori in visita sul set…

Personaggi e paesaggio in Ossessione

Bisogna ammetterlo, si fa, in generale, tuttora il possibile per rendere sfiduciati perfino i più accaniti sostenitori dei singolari mezzi espressivi accordati a piene mani da un Genio prodigioso al cinematografo, sì da poterlo collocare con sicurezza, senza terna di equivoci o di sospetti, accanto alle altre arti ed, in particolare, a quelle figurative.
I cineasti quotidianamente s’azzuffano, arriverei a dire: e poi con sadica ostinazione, levigatissime pareri, dinnanzi alle quali smaniano senza posa le inconsistenti marsine e gli ipocriti « sentimenti » d’una squallida borghesia, occupano spavaldi gli schermi di casa. Tengono loro spesso compagnia le bandiere rannuvolate, i torrioni gozzuti e le pompieristiche « passioni » dei « freschi dugenteschi ».
Avviene, allora, che. ad un certo momento, la diffidenza s’insinua nelle nostre facoltà, fino a indurci ad accettare con troppi « se » con infiniti « ma » il primo annuncio di nuovi film in lavorazione.
Abbiamo detto più sopra in generale: che peccheremmo di apparire tetramente pessimisti e non obiettivi se, giunti a questo punto, non venissimo a stabilire che tuttavia qualche film ha mantenuto con precisione quei sottili intendimenti dietro ai quali s’era posto in cammino.
Ebbene, se ci pieghiamo insieme a sfogliare un pellicolare album retrospettivo, dovremmo alla fine decidere che le esperienze più persuasive, gli esempi più solidi, ci sono stati senza dubbio consegnati nel nostro paese, dal film verista: e dal lato contenutistico e dal lato formale.
Senza rifarci ancora una volta a Sperduti nel buio di Martoglio che, ci sembra Emilio Checchi definì « una potente unghiata realistica del nostro cinema » è certo che anche soltanto attraverso questo modello, si può essere sicuri di arrivare a fissare, finalmente, una « poetica » peculiare italiana, d’incidere su aspri motivi etici, su problemi ponderosi e angustiati della vita sociale.
Ricordiamo Sole di Blasetti, Terra di nessuno di Barrico, La Peccatrice di Palermi, Fari nella nebbia, di Franciolini.
In ognuno di essi sussistono, se non altro, tutta una concretezza d’interessi e di passioni bene individuate ed una «naturalità» generatrice di commozioni neccessarie.
E’ per tutte queste ragioni, e per quelle che man mano verremo indicando, che quella diffidenza fustigatrice di cui sopra, e di incanto svanita per cedere il passo, piuttosto, ad un vivo interesse misto ad una serena sicurezza, allorché abbiamo cominciato a prestare attenzione al film prodotto dalla I.C.I. e diretto da Luchino Visconti, sceneggiatura del regista stesso, di Mario Alicata, Giuseppe De Santis e Giovanni Puccini: Ossessione.
Anzitutto Luchino Visconti è vissuto, per qualche tempo, nell’alone del grande Renoir e n’è stato il suo aiuto: un fatto non soltanto occasionale, piuttosto un sotterraneo lancio da intendimenti e da consensi, da « mondi », insomma, conformi, da un lato, una lezione preziosa e continua per la conoscenza perfetta d’un linguaggio dall’altro.
Se si vive accanto a Luchino Visconti, come ci è accaduto durante una nostra permanenza a Ferrara, ove Ossessione è tuttora in lavorazione, ci si sente senz’altro trascinati entro il cerchio consapevole e feroce, ad un tempo, del suo affetto per il cinema: non una « mistica » pletorica e confusionaria, la sua, ma un ardore conclusivo e tenace, come si conviene agli artisti ed ai giovani.
E’ questo suo amore per il cinema, per il vero cinema, che gli fa porre da canto, dinnanzi all’obiettivo almeno in parte (che non è del tutto proibito alla settima arte, pensiamo, avvalersi dell’apporto concessogli dalle altre), la sua affinata cultura per divenire soltanto un puro « cinematografaro » : ecco un valido modello per quegli intellettuali, che si trascinano dietro un disordinato e vanitoso disinteresse per il mezzo cinematografico.
Mario Alicata, Gianni Puccini e Giuseppe De Santis (aiuto-regista di Ossessione) sono, d’altra parte, dei giovani critici e cineasti che, nelle più autorevoli riviste, allineano costantemente le storture e le pigrizie del cinema italiano: polemici assertori della necessità d’un film verista e intensamente educativo molte delle loro idee vedranno in Ossessione bellamente realizzate.
Affermava, ad esempio Giuseppe De Santis in un suo articolo dal titolo « Linguaggio dei rapporti »: “… i personaggi del nostro cinema vivono tutti in solitudine… una solitudine non si colma di echi come quella che ogni uomo desidererebbe per sé, una solitudine, invece, che sembra come un castigo, una fatalità che gravi su di essi, sono nudi di sentimenti, nudi di ossessioni: agiscono in un mondo del quale non è mai possibile vedere gli orizzonti, i confini. Ma proiettati in un paesaggio; alle loro spalle o dinnanzi ai loro occhi restano solo stanze fredde, spazi disabitati… ” (Il linguaggio dei rapporti, Cinema fascicolo 132, 1941 n.d.c.) Invece in Ossessione il rapporto strettamente psicologico fra gli uomini e le cose, non viene mai a mancare: accanto ai personaggi tribolati e disgraziatamente impigliati nei loro errori troviamo la drammatica aridità dei prati periferici, delle viuzze cittadine, delle autostrade; l’estiva implacabilità di certe mattine dilatate dalla presenza d’un fiume dalle ripe assorte.
Infine, l’amorevole scelta degli attori: Massimo Girotti, finalmente sortito dai superficiali schermi tarzaneschi e decorativi in cui s’era rinchiuso, seriamente guidato, con un personaggio approfondito e consistente fra le mani, ci metterà di fronte ad un giudizio verso di lui più preciso e più giusto. Altrettanto per Clara Calamai, che è, senza meno, pervenuta a ritrovare, con questa interpretazione, il suo più umano volto, la sua aggressività più segreta, contraffatti o depauperati dal « fantoccismo » trito e pletorico di molte sue personificazioni. Accanto ad essi, Juan de Landa, di cui ben conosciamo la potenza espressiva delle sue spalle e del suo « passo » se ben adoperato; Elio Marcuzzo, che ha tanto di quel a temperamento e una determinata volontà tale che non ci deluderà; Dhia Cristiani, il cui giusto tono abbiamo apprezzato fin da Fari nella nebbia, ed, infine le « rivelazioni » senz’ombra di retorica di Ossessione: Vittorio Duse e Michele Riccardini questa totale immissione nel nostro cinema di un materiale plastico paesistico e umano fino ad ora atto o malamente usato, cui abbiamo accennato la scoperta di più arrischiate possibilità di certi nostri attori, non sono, stavolta, motivi sufficienti di attesa?
ALDO SCAGNETTI (Lo Schermo, agosto 1942)

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