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Febbraio 1940. Quattro giorni con Jean Renoir
Di Jean Renoir si è già parlato su Tempo quando presentammo la sua ultima pellicola La regola del gioco. E’ inutile perciò rifare ancora la storia di questo regista che è uno dei più quotati, e che più ha dato al cinematografo in dignità d’arte. Invitato a suo tempo da Vittorio Mussolini a venire in Italia per realizzare Tosca, Jean Renoir venne a Roma in agosto per ripartire qualche settimana dopo, richiamato alle armi. Ora è tornato e sta alacremente preparando questa sua Tosca, della quale egli stesso vi parla, con amorosa cura e attento scrupolo. Più che restar fedele alla tradizione letteraria, o musicale, egli intende di fare una pellicola che sia soprattutto cinematografo.
Jean Renoir gira per Roma col suo largo viso all’aria, e scruta le antiche case d’ocra, e le piccole vie, e le chiese del primo ottocento romano; è passato per Milano; vaga per la chiara campagna romana, nelle rigogliose ville patrizie; ha visto i nostri teatri di posa, ha valutato esattamente la potenzialità tecnica, e la modernità di tutti gli impianti. A Parigi, quando lo conoscemmo un paio d’anni fa, i suoi occhi limpidi, avevano un’altra espressione. Ora sono come sommersi in un’altra luce, in un’aria nuova, un’aria ch’egli sente e che apprezza e che gli piace. Aria giovane che circola nei polmoni di tutti gli italiani che incontra per le vie, di tutti gli italiani che conosce, dal Ministro al più umile operaio di Cinecittà. Abbiamo seguito Jean Renoir per circa quattro giorni in tutte le sue ricerche di esterni, e lo vediamo qui al pratico lavoro di come si inizia la preparazione di una pellicola che metterà in luce ancora una volta la nostra attrezzatura tecnica e artistica messa al servizio di un’altra opera impegnativa.
Federico Patellani

Tosca in 24 ore
Nel 1925 avevo già avuto l’idea di realizzare una Tosca, con Catherine Hessling protagonista. Vi rinunciai per ragioni di diritti d’autore. Ma fin d’allora mi resi conto delle grandi difficoltà che avrei dovuto incontrare per portare a termine una tale impresa. La Tosca è infatti uno dei soggetti più pericolosi, sia perché essa si inserisce nella grande tradizione del teatro di Sarah Bernhardt, sia per l’opera di Puccini.
Io ho sempre pensato e lo penso tuttora che non c’è alcuna ragione di trarre soggetti per pellicole, da opere che hanno conosciuto espressioni perfette nel teatro, nel melodramma e nella letteratura. Un’opera cinematografica per avere un valore deve essere almeno un po’ creazione. Ora, come fare creazione dove tutto è già stato creato?
Se attualmente ho accettato di fare Tosca è perché malgrado i notevoli pregi dell’opera di Puccini e del dramma di Sardou, credo modestamente di aver trovato la possibilità di presentare questo soggetto da un punto di vista diverso da quello dei miei illustri predecessori: io mi sono messo nei panni di un regista di pellicole poliziesche. Considerando l’avventura di Tosca da questo lato, ho potuto scoprire nei personaggi e nelle situazioni aspetti che, spero, non sono stati finora sfruttati. Questa concezione m’ha condotto a stringere l’azione della pellicola. Tutto avviene nello spazio delle 24 ore, dall’esecuzione, all’alba, d’un prigioniero in Castel Sant’Angelo, all’esecuzione di Mario e alla morte di Tosca, il giorno dopo alla stessa ora. Durante questo tempo seguirò i miei personaggi ora per ora, senza lasciarli mai. Ho così il modo di mostrarli in tutte le loro vicende; assisteremo a degli inseguimenti che vorrei ansiosi, potremo, insieme a loro, penetrare nelle strade di Roma e mostrare molti aspetti di questa città, così appassionante per un regista.
Con essi conosceremo anche la campagna romana e la Roma antica: entreremo in Castel Sant’Angelo, nel Palazzo Farnese, nella famosa Chiesa dove ha luogo una parte dell’azione.
Ecco dunque che la formula del «romanzo poliziesco» e delle « 24 ore » ci da la possibilità di utilizzare numerosi esterni e di profittare al massimo dell’atmosfera di Roma. Questa atmosfera bisogna naturalmente ricostruirla, popolare le strade di borghesi, di gente del popolo, di soldati, di mercanti dell’anno 1800. I musei di Roma mi hanno dato gli elementi necessari sui costumi e i mestieri di questa epoca. La mia ambizione sarebbe di dare allo spettatore la impressione che il cinematografo esistesse già nel 1800 e che le strade di Roma apparissero come facenti parte di un documentario girato dell’epoca. Tutti questi esterni tenterò di raggrupparli attorno ai punti centrali della pellicola. Per esempio quel dato punto della città, vicino alla Chiesa, è stato scelto perché vi ho trovato un insieme di strade sufficientemente silenziose, con un minimo di botteghe moderne, manifesti e fili elettrici: insomma un vero teatro di posa.
Luogo ideale di lavoro è in tal senso Villa Adriana, presso Tivoli; nella quale le ore di ripresa sono purtroppo limitate, a causa d’un vicino campo di aviazione, ma dove la diversità delle rovine, delle costruzioni, la bellezza dei panorami mi permettono di raggruppare in qualche centinaio di metri di pellicola gran numero di inquadrature. Poiché non bisogna dimenticare che i continui spostamenti sono quelli che maggiormente gravano sul bilancio di una pellicola.
Questa cura di fare del «documentario» anche in un lavoro «d’epoca» non deve far credere che io mi voglia vietare la possibilità di ogni arricchimento o semplificazione laddove supponessi che ciò può rendere l’opera più comprensibile al pubblico. Io ritengo il pubblico assai pigro, e oltre tutto ne ha il diritto, poiché paga per essere distratto e non per risolvere dei rebus. Così non esiterò in Tosca a barare un po’ in fatto di costumi.
L’azione si svolge nel 1800 e a quell’epoca a Roma la moda nel ceto elevato era molto vicina a quella parigina del Direttorio. Ma mi sembra utile stabilire una frontiera fra i nostri personaggi: da una parte Mario Cavaradossi e i suoi amici partigiani delle idee nuove; dall’altra la Regina di Napoli e la Corte di Palazzo Farnese, partigiani delle idee vecchio. E per rendere la distinzione molto chiara, penso di forzare questa seconda categoria verso la moda Luigi XVI, mentre il pruno gruppo lo presenterò con i capelli tagliati, «culottes» e stivali, anticipati forse di qualche anno.
In una pellicola in costume ciò che temo più di tutto è la confusione.
Jean Renoir
(Tempo, 8 febbraio 1940)

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